
Inutile girarci intorno, questo pezzo sarà pieno zeppo di spoiler, quindi se non avete visto il film…fermatevi subito.
Già da un po’ di tempo, diciamo poco dopo la fine della sesta stagione, Steven Knight aveva manifestato l’intenzione di continuare la saga Peaky Blinders. All’inizio era tutto un dire e non si sapeva in che epoca e con quali protagonisti e questo aveva avvolto il progetto di mistero e, ovviamente, curiosità. Quando le cose si sono fatte più chiare la domanda ha cambiato prospettiva e cioè capire come e se ci sarebbe stato una sorta di passaggio di consegne. Devo dire che quando è uscita l’ufficialità di un film che evidentemente avrebbe avuto questa funzione, non sono stato del tutto convinto e a conti fatti avevo ragione. Avevo ragione non perché The Immortal Man sia un cattivo film, anzi, ma perché a mio avviso c’era spazio per fare una stagione vera e propria. Questa convinzione me la da sia il fatto che la trama era facilmente allungabile e sia per la durata complessiva: ogni stagione di Peaky Blinders, infatti, è composta da 6 episodi da un’ora l’una e considerando che il film è di circa 2 ore ecco che la cosa era più che possibile. Tanto per fare un esempio, se si fosse dedicata una puntata ad Arthur e una al finale già c’eravamo…
Si sarebbe dato cosi più tempo alle cose di prendere forma e soprattutto avrebbe reso questo segmento narrativo più pieno e ancora più intimo e pressante.
Detto questo, The Immortal Man è un film con alcune luci e alcune ombre, nobilitato (direi quasi abbagliato) da una fine visivamente e emotivamente travolgente.
Prima di arrivare a questa ci sono da fare alcune considerazioni preliminari. La prima è che la storia è molto più una coccola finale che Knight ha voluto fare al suo Tommy Shelby che un vero e proprio capitolo della saga. La prima mezz’ora (ricordo ci troviamo nel 1940 in piena seconda guerra mondiale e quindi a 7 anni di distanza dalla chiusa dell’ultima stagione) è un viaggio nella memoria di quello che il protagonista ha passato e di come essa, la memoria, l’abbia logorato e in qualche modo sfinito. I demoni hanno preso spazio giorno dopo giorno e il vivere nella sua vecchia villa praticamente da solo e lontano da tutto e tutti, con lui c’è solo il fedele Johnny Dogs, sa di penitenza, di auto flagellazione in attesa della liberazione.
In questo sfondo, piano piano (anche grazie a una colonna sonora stratosferica, ci torneremo) si viene avvolti da una morsa malinconica insieme c’è da dirlo, a una piccola ingombrante attesa che è quella di vedere il nostro “eroe nero” di nuovo in pista. Senza ombra di dubbio la sua entrata in scena nelle strade di Birghingam è stata potente anche se figlia più del ricordo e della memoria che dalle circostanze del momento. Ecco proprio questo probabilmente è il più grande limite di questo film: aggiunge molto poco a quello che sapevamo (fine esclusa) se non dare un lento e morbido saluto al re. Molte cose lasciate in sospeso della sesta stagione sono infatti, lasciate li e questo mostra ancora di più come l’intenzione era di focalizzare e non armonizzare come si è sempre fatto.
Capitolo colonna sonora. Non ricordo un film degli ultimi anni tanto dipendente dalla musica. Ogni nota appesantisce l’anima rendendo ogni passo di Tommy epico e pesante. Si viene rapiti da tutto l’aura del nord Europa e le atmosfere già cupe e con le stigmate del noir diventano dense, avvolgenti, quasi schiaccianti. Sono davvero tanti i momenti in cui la pelle si è fatta dura e il cuore ha accusato qualche colpo nostalgico e triste e credo che questo fosse proprio l’intenzione del suo creatore.
Ma arriviamo all’oro. E’ vero, come detto, che molti dei lasciati in sospeso della sesta stagione sono rimasti li, ed è vero che il villain di turno (un buon Tim Roth) nonostante i buoni contenuti non è riuscito a diventare a tutto tondo come gli altri ed è vero che anche il rapporto padre/figlio (un discreto Barry Keoghan) non riesce a rapirti anima e cuore, ma la fine credo valga tutto se non di più. Gli ultimi secondi, conditi da una delle frasi più belle degli ultimi anni, sono un pugno allo stomaco, una stilettata al cuore e questo perché quel fuoco finale sembra essere anche per noi. In quelle fiamme non brucia solo Tommy Shelby, brucia il nostro tempo e con lui la consapevolezza della fine di un viaggio. Un viaggio fatto di esaltazione, rabbia, rumore e tanta tanta empatia. Tommy era ed è lo specchio scuro della nostra personalità, il sogno proibito che abbiamo e che in lui abbiamo in un certo senso vissuto. E la definizione di Uomo Immortale sta proprio qui più che nel libro che il film ci racconta lui stesse scrivendo. Come dico sempre, l’immortalità sta nel ricordo e questo ne è forse l’apice.
E ora? Ora si fa dura. Sarà possibile buttarsi nella nuova generazione con lo stesso trasporto? La risposta è scontata: no. E Knight potrà inventarsi qualsiasi cosa, nulla cambierà questa verità. Magari ci piacerà e ci farà anche esaltare, ma non potrà mai travolgerci, quella è una cosa che in questa storia spetta ed è spettata solo a Tommy Shelby.
A proposito, la frase:
“Una volta ho avuto quasi tutto cazzo.
Ma quasi non conta.”
Jonhdoe1978
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