
Nome: Kevin Garvey
Segni Particolari: Perde e ritrova se stesso in continuazione
Attività: Capo della polizia – Sceriffo
Periodo di attività: 1971 – ????
Vorrebbe essere il protagonista e quindi il trascinatore di The Leftovers, ma non lo è, o meglio non ci riesce. Almeno all’inizio. Nelle prime puntate ha un magnetismo titubante e la sensazione che ho provato è che la storia lo rendesse pesante e non il contrario. Capo della polizia, amnesia improvvise, la moglie che lo lascia improvvisamente poco dopo l’evento e lui che si ribalta tra sogno e realtà e tra pensieri e vissuto. Il suo essere in questa terra di mezzo, come tutta la serie, dovrebbe, appunto, renderlo il sale di tutto e invece, come detto, sembra mancargli l’ultimo gradino. Ma poi, ed è il motivo per cui alla fine ho deciso di scriverci, le cose cambiano o meglio si evolvono e dopo l’inizio della seconda stagione (molto in linea come percezione della prima) Kevin esplode e il suo personaggio ora si, diventa la cartina di tornasole di tutta la serie, l’impersonificazione totale di quello che The Leftovers ci ha voluto raccontare e che come detto nella recensione apposita, possiamo definire come l’esaltazione del dubbio.
Kevin da questo punto in poi, puntata dopo puntata, diventa uomo, amante, pazzo, immortale e salvatore. E la cosa bella è che ognuno di queste non è definita, lascia sempre spazio a una qualche interpretazione e quindi, nuovamente e meravigliosamente al dubbio. Se proprio dovessi fare un paragone, che poi non troppo metaforicamente fa la serie, è paragonarlo a quelli che alcuni, io compreso, pensino sia stato Gesù: una persona normale che per un qualche motivo aveva alcuni poteri superiori. Ovviamente siamo nelle ipotesi, nelle percezioni personali, in quel limbo dove ognuno sceglie (o no) di credere o pensare una cosa. Insomma siamo sempre li…nel dubbio.
Il percorso di Kevin è sin da subito fatto di molta introspezione e poca, forse troppo poca, felicità, ma questo non gli esclude, anzi, di essere probabilmente il personaggio con più cuore da donare. Anche più di Matt. I suoi tormenti sono probabilmente il contorno necessario del cuore della serie e permettono alla trama di rimanere giustamente sofferente senza per questo rinunciare a una boccata di speranza. In lui quest’ultima non manca mai, anzi la sua è una continua ricerca, o forse sarebbe meglio dire un continuo tentativo di trovare un pizzico di equlibrio tra appunto speranza, sorriso e realtà/concretezza.
E se la seconda stagione, la migliore della serie, ci mostra il Kevin all’apice e probabilmente la terza che lo completa. Quel filo di rassegnazione che lo accompagna insieme a quell’amore senza condizioni verso Nora (a volte anche poco giustificabile) lo rendono ancora più onirico, nel senso che la sua umanità paragonata a quel senso di immortalità come ombra che gli si appiccica ce lo avvicina rendendolo tanto affine al di la della mitologia di cui lo si vuole cingere. Percorso che poi viene chiuso nell’ultima puntata (bellissima) nell’esatto momento in cui per una volta The Leftovers abbandona il dubbio mostrandoci un sentimento (quello di Kevin verso Nora) pieno e senza nessun retropensiero. E non fa nulla se poi la storia di Nora ci riporta un passo indietro, quella sensazione è rimasta ed in un certo senso ha estrapolato l’essenza stessa del personaggio, o meglio, lo ha spogliato del non più necessario (che poi è una cosa che succede, o può succedere con l’età) lasciando solo tracce di rosso amore.
Due parole su Justin Theroux e credo che per lui valga quanto detto per il personaggio: ci ha messo un po’ a essere completamente convincente. Io credo che sia un buon attore, non ottimo, e questo, appunto, ha richiesto un po’ di più per fargli trasmettere tutto…e si è notato.
Chiudo come ho chiuso la recensione della serie (rinviando li per la motivazione), sottolineando che Kevin Garvey per essere apprezzato e capito ha bisogno di tempo, quindi se vi imbarcate nella serie per la prima volta…aspettate.
Ah, la frase:
“Perché non dovrei crederti? Sei qui.”
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