
Il dubbio è il sentimento più potente dell’uomo. E’ quella sensazione/emozione che si mette al centro del petto e che riesce a tirare fuori tutto il pessimismo e l’ottimismo di una persona. Quando si è nel dubbio è come essere il gatto di Schrödinger e quindi rimanere appeso tra un’eventualità e l’altra. Ovviamente poi ci sono i fatti e la percezione che in molti casi fanno propendere il nostro io (oggettivamente e non) da una parte all’altra, ma il limbo generale rimane ed è travolgente.
The Leftovers nelle sue meravigliose 3 stagioni ha preso proprio lui il dubbio e dopo averci attaccato diversi campanelli che potremmo chiamare coscienza, perdita, rinascita, distruzione, speranza e fede, ha cominciato a scuoterlo dapprima piano e poi sempre più veloce con l’intento di sbatterci addosso tutte le nostre fragilità. E ci è riuscito.
L’incipit è di quelli impattanti: in un qualsiasi 14 ottobre 140 milioni di persone spariscono senza un motivo davanti agli occhi di chi è rimasto. Un evento del genere, come è presumibile, scuote ogni cosa e la serie vuole insinuarsi proprio nel momento in cui si cerca di restaurare la società dopo l’accaduto.
Dubbio dicevamo. La serie parte proprio da li. Quelle persone sono morte? Sparite? Invisibili? Non saperlo lacera, confonde, crea comportamenti antitetici e contrastanti. La coscienza che conosciamo non funziona più tanto e The Leftovers ci si infila, ma lo fa con una capacità di generalità che alla fine ti rapisce rendendoti protagonista. Sostanzialmente, tende (non sempre) a darti delle risposte, ma non le rende mai assolute lasciando cosi quel cuscinetto a te che cosi diventi spettatore e pittore. Per fare ciò molto spesso Damon Lindelof (che tanto per fare qualche nome è quello che ha scritto Lost e World War Z) si è avvalso di dialoghi pomposi che anche se a volte un filo prolissi (prima stagione soprattutto), hanno permesso a far creare nella mente più che mostrare. L’intento di The Leftovers, infatti, è quello soprattutto di formare buchi emotivi lasciando appunto allo spettatore il come riempirli e questo senza scomodare la sapienza del mondo.
Come detto, nelle 3 stagioni (la seconda ha dei picchi incredibili) sono molto più le domande e le contraddizioni a farla da padrone che le vere e proprio cose risolte. I “se” rimangono e ti martellano e sono senza dubbio la vera forza di tutto il progetto.
Avvertendo che da qui qualche spoiler ci sarà, noi alla fine non sappiamo veramente cosa sia successo a quelle persone, credere a Nora è un atto di fede, cosi come lo è per Kevin e scegliere una chiusura del genere vuol dire aver capito, ovviamente dal mio punto di vista, come rendere circolare e pieno un racconto. Quel momento è l’apice della coscienza, del rimorso, del perdono, della fede e soprattutto della speranza. Tutti elementi che come detto sono stati messi nella prima scena e che è giusto fossero ancora li nell’ultima e questo proprio perché non possono mai trovare uno schema, figli come sono della nostra stessa volubilità.
Se devo trovare però, un elemento che più di altri ha segnato il percorso della serie devo dire che è la fede e non nella sola definizione di religione ma di affidarsi, di credere al di la degli occhi. Tutti i personaggi, infatti, ad un certo punto si trovano a quel bivio dove devono scegliere se fidarsi oppure immergersi in alcuni freddi atti materiali. Quello che però riesce ogni volta è il senso di sofferenza di quelle scelte che cosi diventano contemporaneamente più forti e meno invasive. Mi spiego. La mancanza di leggerezza ce le fa percepire come una cosa di anima e di cuore, ma dall’altra parte ci fa capire come non era obbligata e da li si apre la nostra di coscienza e quindi la possibilità di creare la nostra di strada.
Un posto d’onore in questo viaggio lo merita la colonna sonora con in testa il main theme che non fatico a considerare forse il più bello di sempre. Il motivo di tale considerazione nasce, oltre dall’estrema bellezza delle note, dal ruolo che alla fine ha. Ogni volta che parte l’anima e l’epidermide si scuotono e la scena corrispondente diventa più pressante, più intima, più dura. Non annoia mai, riempie, ti turba, ti avvolge, ti uccide. Accanto un arrangiamento di tanti pezzi famosi meraviglioso e che mostra non solo la cura ma proprio la voglia di elevare la percezione di quello che si stava vedendo.
Come si è potuto evincere, The Leftovers è un viaggio intenso, a volte doloroso e a volte illuminante. Ti passano per le mani tutti quelli che sono i dubbi della nostra di esistenza e con essi l’importanza di trovare e avere quelle briciole di speranza che ci fanno andare alla prossima stazione. Se devo trovare un difetto (sino ad ora non ne ho citati) è che quella strada del non far vedere o dire ad un certo punto è stata estremizzata lasciando veramente la palla in mano solo a noi. Per carità, io adoro il dover trovare una definizione ma credo che ad un certo punto qualche elemento in più andava dato. Ripeto la fede, nell’accezione che ho dato qualche riga fa, era la principessa e per definizione non può avere definizione, ma un piccolo solco personale in più ci sarebbe dovuto a mio avviso esserci.
Invece da applausi la scelta di chiudere in tre stagioni e non lasciarsi trascinare (ad esempio l’ultima puntata avrebbe potuto, sbagliando, essere prolungata) in lungaggini puramente commerciali. The Leftovers ha chiuso all’apice e quella tempesta è riuscita proprio perché ci trovevamo in quel momento.
Credo che questa serie, e vado a chiudere, non può piacere a tutti. E’ veramente un continuo scontro tra coscienza, idee, attitudine, convinzioni e…dubbi. E per come le vivo io le storie questo mi ha portato a scontrarmi con i miei di ideali e questo porta sempre a una sofferenza interpretativa. E questa non è la cosa che tutti cercano in una serie e/o in un film, ma è l’unica per vivere questa e da li la mia considerazione.
Chiudo, e stavolta veramente, con la frase con la quale è terminata la serie: “Perché non dovrei crederti? Sei qui.”
Qui, facendo seguito a quanto detto, credo ci sia tutto il viaggio. Perché per la prima volta c’è una scelta definitiva al di la di qualsiasi oggettività e/o verità, è l’abbandono definitivo al cuore e a quella sorte di speranza da me citata e che magari negli anni tralasciamo troppo convinti che ci sia sempre altro tempo per trovarla.
Jonhdoe1978























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