
TITOLI DI TESTA: insetticida per umani.
TRAMA: ci sono storie che parlano di ragazzi costretti a sopravvivere. E poi ci sono storie che usano quei ragazzi per raccontare qualcosa di molto più inquietante: quanto poco ci voglia perché la civiltà cominci a disintegrarsi. Il Signore delle Mosche di Harry Hook, tratto dal romanzo di William Golding, parte da una situazione semplice. Un gruppo di giovani allievi militari americani precipita su un’isola deserta dopo un incidente aereo. Nessun adulto. Nessuna autorità. Nessuna regola. Fine.
All’inizio provano a dare un ordine. Ralph viene eletto leader. Piggy rappresenta la ragione, la logica, il bisogno di mantenere una struttura civile. Jack, invece, incarna qualcosa di completamente diverso: l’istinto, il potere, la violenza, la sovversione delle regole…l’anarchia. Ed è proprio quest’ultima che diventa il vero centro oscuro del film.
Perché sull’isola non succede soltanto che alcuni ragazzi diventano violenti. Succede altro: scoprono quanto sia facile esserlo. Il fuoco, inizialmente simbolo della speranza e del desiderio per essere salvati, diventa progressivamente uno strumento di potere. La caccia trasforma i ragazzi. La paura di una misteriosa “bestia” diventa il pretesto perfetto per abbandonare ogni regola. Ed è qui che il film mantiene ancora oggi tutta la sua forza (come il romanzo del resto). La bestia non è necessariamente qualcosa che vive sull’isola. La bestia sono loro.
Il problema è che la versione cinematografica del 1990 non raggiunge sempre la potenza del materiale originale. Alcuni passaggi risultano troppo rapidi, alcuni personaggi vengono sviluppati meno di quanto meriterebbero e la trasformazione psicologica del gruppo non ha sempre il tempo necessario per diventare davvero devastante.
Ralph (Balthazar Getty) e Jack (Chris Furrh) visivamente funzionano, ma il rapporto tra i due avrebe avuto bisogno di maggiore profondità. È proprio lì che si trova il cuore della storia: non nello scontro tra buoni e cattivi, ma nella collisione tra due idee opposte di società. Da una parte le regola. Dall’altra la forza. Da una parte il tentativo di costruire qualcosa insieme. Dall’altra il piacere di comandare. La regia cerca un tono realistico e sporco, lontano da qualsiasi idealizzazione dell’adolescenza. L’isola è bellissima, ma non ha nulla di paradisiaco. È uno spazio che lentamente si trasforma in un laboratorio umano.
TITOL DI CODA: Il Signore delle Mosche resta quindi un film interessante, con un’idea potentissima e momenti molto efficaci, ma anche con evidenti limiti nella costruzione e nella profondità dei personaggi. Non è un capolavoro. Non è nemmeno un adattamento definitivo. Ma conserva una domanda che continua a essere terribilmente attuale: quanto dura la civiltà quando nessuno è più costretto a rispettarla? E forse la risposta più inquietante è proprio quella suggerita da Golding. Non serve molto per diventare bestie. Basta togliere le regole.
EXTRA: mio padre l’hanno sempre chiamato Il Signore delle Zanzare…con una mano ne ammazzava pure due insieme.
Mklane
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