
Speranza.
Una parola che sa di dolce e che racchiude tutto il senso della vita. E’ lei alla fine che muove i nostri gesti e che indirizza anche inconsapevolmente i sogni e il futuro. Ma non tutte le storie ne sono intrise e quando capita si spegne ogni cosa e non c’è più nessun senso. Alabama Monroe è una di queste storie.
Felix Van Groeningen, regista e co-sceneggiatore, ci racconta una storia potente, per molti tratti distruttiva e che non lascia spazio a interpretazioni e/o secondi fini. Ce la da cosi per quella che è facendoci vedere probabilmente la parte più buia della vita, quella dove perdi la persona più importante della tua esistenza e ne rimani travolto sia per l’impotenza che per l’impossibilità proprio di darle una definizione alternativa se non l’abisso.
Il film cerca di giocare con il tempo, fa continui viaggi all’indietro, ma quello che realmente fa è scendere, sprofondare nelle pieghe del non ritorno, quasi della follia. Il modo con cui Van Groeningen ce la racconta è veramente stringente, la sensazione è che intorno a noi si crei una stanza che ha il solo compito di farci sentire chiusi e ogni minuti più stretti. Il senso di soffocamento che si prova è quasi reale e questo perché quell’impotenza dei protagonisti piano piano diventa la nostra facendoci abbattere qualsiasi tipo di difesa. Sembra quasi assurdo ma quello che provi è proprio che non ci siano scappatoie e tutto quel cercare di riprendere in mano un solo singolo pezzo sa quasi vano. Sostanzialmente lo sai come finirà e questo perché ci sono avvenimenti che ti avvelenano definitivamente e che per essere accettati servirebbe uno sforzo interpretativo quasi irreale e quindi per definizione impossibile.
Ovviamente il film cerca di seminare qualche momento di possibilità, una piccola stilla di luce dentro il tunnel più buio ma non si spinge mai oltre questo breve sentiero e dal mio punto di vista è la scelta corretta. Certo c’è il dramma assoluto, ma certi spaccati di vita quello sono e cosi devono essere trattati. Con questo non voglio dire che tutto decade nel drammatico estremo, anzi, proprio la cura di quella discesa e il bilanciamento dell’inferno è uno dei punti di forza del film e quello che probabilmente gli è valso la candidatura agli Oscar come miglior film straniero e gli altri premi vinti.
Passando dal contenuto all’estetica, quello che sorprende è la pulizia delle immagini e il senso di realtà che trasmettono. Parliamoci chiaro molte produzioni, nostre comprese, in molti casi danno un senso visivo di provvisorio, qui non avviene, tutto risuona in maniera pulita e non c’è da aggiungere che questo aiuta enormemente il senso feroce del film.
Sempre a livello di estetica, ma con l’aggiunto di un pezzo di contenuto, è netta la differenza tra la prima e la seconda parte (ovviamente c’è l’evento che spacca in due tutto). Quest’ultima diventa meno materiale quasi onirica e sono convinto che è una scelta precisa. E’ come se il film avesse voluto dirci che in certi casi la mente ha bisogna di dissociarsi, di trovare sfumature quasi esoteriche per andare avanti, fantasie collaborative alla ragione. Sotto questo aspetto il titolo del film è particolarmente inspirato e rappresenta, dal mio punto di vista, l’ultimo disperato tentativo di evasione. L’ululato finale di una madre in trappola e senza soluzioni.
Encomiabili sia Johan Heldenbergh che Veerle Baetens. Soprattutto quest’ultima, evidentemente alla prova della vita, si divincola nelle differenti pieghe del personaggio con una sorprendete capacità. Passa da sensuale alla donna di famiglia sino all’astrazione quasi con facilità permettendo cosi allo spettatore di assaporare i vari passaggi del film. Un pizzico sotto Heldenbergh ma più per meriti della sua dirimpettaia che proprio per demerito suoi.
Un ruolo nel film lo ha anche la musica ma probabilmente meno di quello che si potrebbe pensare. Le sonorità country ovviamente tendono ad unire ed a ammorbidire ma non a gestire tutta la storia. Rende molto di più l’ultima canzone che tutto quello che ci è stato fatto sentire nella pellicola e questo dal mio punto di vista è una piccola pecca.
Ci sono storie drammatiche e poi ci sono storie drammatica per cui serve il pelo sullo stomaco per essere vista e vissute. Alabama Monroe evidentemente fa parte di questa seconda schiera. Si percepisce subito la profonda pesantezza del racconto ma, come detto e per fortuna, Felix Van Groeningen riesce a trovare piccoli fori per far sgasare qualche evento permettendo cosi di farci respirare. Forse e dico forse, avrei alleggerito di minuti qua e la, ma è solo una sensazione personale.
Ora dovrei suggerire con convinzione di vederlo ma stavolta (certo per uno che ha sempre imbeccato anche titoli piuttosto brutti sembra un controsenso) non lo faccio. E’ un film che per certi versi potrebbe disturbare e che va visto in certe condizioni pena subirlo un pizzico troppo.
A voi la scelta…
Jonhdoe1978






















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