
Il desiderio di crescere in fretta è uno dei grandi abbagli dell’adolescenza.
A tredici anni, l’età adulta sembra un luogo finalmente libero: niente genitori addosso, niente insicurezze scolastiche, niente compagni crudeli, niente imbarazzi da corpo ancora in formazione. 30 anni in 1 secondo, diretto da Gary Winick, parte proprio da questa fantasia elementare e la trasforma in una commedia romantica con innesto fantastico, dichiaratamente imparentata con Big di Penny Marshall, con Da grande di Franco Amurri e, per certi versi, con Jack di Francis Ford Coppola.
Solo che qui l’anima bambina non finisce nel corpo di Tom Hanks, Renato Pozzetto o Robin Williams, ma in quello luminoso e pastello di Jennifer Garner.

Nel 1987 Jenna Rink (Christa B. Allen) è una tredicenne insicura, desiderosa di essere accettata dal gruppo delle ragazze più popolari e incapace di riconoscere il valore dell’amicizia sincera di Matt Flamhaff (Sean Marquette), il vicino di casa innamorato di lei. Durante la festa di compleanno, umiliata e chiusa in uno sgabuzzino, esprime il desiderio di diventare “trentenne, splendida e vincente”. La magia fa il resto: Jenna si risveglia nel 2004, in un lussuoso appartamento di New York, con una carriera importante in una rivista femminile, un guardaroba da sogno, una vita sociale brillante e nessun ricordo dei diciassette anni trascorsi.
Il meccanismo è tutt’altro che nuovo, e il film lo sa. Anzi, sembra quasi non preoccuparsene. La sceneggiatura di Josh Goldsmith e Cathy Yuspa lavora su un binario prevedibile: il successo professionale non basta, l’arrivismo svuota, gli amici veri contano più delle apparenze, l’adolescenza non è una parentesi da saltare ma un territorio necessario per capire chi si diventerà. Sono lezioni edificanti, molto esplicite, talvolta perfino zuccherose. Winick, che con Tadpole aveva mostrato maggiore sottigliezza, qui sceglie invece un tono convenzionale, levigato, quasi da fiaba sentimentale per il pubblico teen.

Il limite principale è proprio questo: 30 anni in 1 secondo avrebbe potuto giocare di più con il cortocircuito tra corpo adulto e mente adolescente, con gli equivoci fisici, sociali e psicologici di una ragazza catapultata in un mondo di lavoro, sesso, ambizione e compromessi. Invece si accontenta spesso della superficie, preferendo il romanticismo alla commedia pura e la morale al paradosso.
Alcune situazioni funzionano (Jenna che si sveglia accanto a un uomo sconosciuto, l’imbarazzo davanti a un tredicenne che continua a guardare con occhi da coetanea, il disagio in un ambiente professionale che non capisce) ma restano lampi sporadici in un percorso piuttosto lineare.

A salvare il film è soprattutto la Garner. La sua Jenna è ingenua, eccessiva, goffa, vitale: non sempre perfettamente centrata, ma quasi sempre simpatica. L’attrice riesce a mantenere una credibile innocenza adolescenziale senza rinunciare al fascino adulto, e nei momenti migliori lascia intravedere una possibile erede della commedia romantica anni ‘90, tra Meg Ryan e Julia Roberts, pur con meno naturalezza iconica. Mark Ruffalo, nei panni di Matt adulto, porta una malinconia gentile e un contrappeso emotivo efficace; Andy Serkis, lontano da Gollum, aggiunge energia a un contorno altrimenti abbastanza funzionale.
Il film trova il suo momento più riuscito nella scena del party, quando Jenna salva una festa aziendale dalla noia trascinando tutti sulle note di Thriller di Michael Jackson. È lì che l’operazione nostalgia funziona davvero: non come semplice citazione anni ‘80, ma come riaffiorare di una spensieratezza perduta. La colonna sonora, tra Madonna, Belinda Carlisle e il già citato Jackson, lavora costantemente in questa direzione, rendendo il film più piacevole di quanto la sua scrittura meriterebbe.

30 anni in 1 secondo è una commedia rosa, prevedibile, a tratti chiassosa e costruita su un’idea già sfruttata meglio altrove. Ma possiede anche una leggerezza sincera, una protagonista azzeccata e una malinconia semplice sul tempo che passa e sulle scelte sbagliate.
Non inventa nulla, non scava davvero, non sorprende quasi mai.
Però, nella sua mediocrità colorata, riesce almeno a ricordare che crescere non significa diventare vincenti: significa imparare chi valeva la pena non perdere.
Alesaandrocon2esse
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