
Chi di noi almeno una volta nella vita, durante l’infanzia o l’adolescenza, non ha desiderato di poter diventare grande, pensando (erroneamente) di poter eliminare piccole difficoltà e preoccupazioni che però, proprio in conseguenza alla giovane età, apparivano esorbitanti?
Deve esserci stato un particolare momento, a cavallo tra il 1987 ed il 1988, in cui questa particolare riflessione sul senso di impotenza che ha accomunato praticamente ogni ragazzino/a sin dalla notte dei tempi, abbia fluttuato con maggiore pertinacia nell’aria, portando alla medesima giunzione sinaptica due sceneggiatori, nonostante fossero sconosciuti tra loro e separati da circa 6000Km di oceano.
Gli sceneggiatori in questione sono il romano Franco Amurri ed il losangelino Gary Ross e le pellicole che nasceranno dalla realizzazione su schermo dei loro scritti sono Da grande e Big. La prima diretta dallo stesso Amurri, la seconda affidata alla regia di Perry Marshall.
Entrambe le pellicole raccontano, in modo diverso e al tempo stesso essenzialmente similare, le vicende di un ragazzino trascurato dai genitori e convinto che la propria vita sia un totale disastro che, in un momento di disperazione, desidera fortemente di diventare grande e…detto fatto! La mattina seguente si risvegliano con le sembianze di un uomo adulto, ma conservando carattere ed atteggiamenti da bambini quali sono.
Per anni si sono susseguiti, sulla base di plausibili dubbi, disparate teorie di plagio da parte della produzione americana nei confronti di quella nostrana, essendo la pellicola della Marshall arrivata nelle sale solo l’anno successivo rispetto a quella di Amurri, ma i soli sei mesi di distanza tra l’uscita dei due film, sono di fatto un lasso di tempo troppo ristretto per considerare Big un remake di Da grande, rendendo l’intera vicenda più simile ad una coincidenza che ad un vero e proprio plagio.
Ma chiusa (forse?) la teoria della contraffazione che lascio volentieri alle chiacchiere al bar davanti ad una birra, le analogie tra le due pellicole ci permettono di fare non pochi paragoni, di cui uno primeggia tra gli altri: il film della Marshall con protagonista Tom Hanks, sebbene resti una buona commedia e sia stata candidata a due Oscar, tra cui quello per la Miglior Sceneggiatura Originale, è un film approssimativo e che punta più sull’estetica e sulla sorpresa. Quello di Amurri possiede di gran lunga maggiore spessore nel delineare tutte le emozioni coinvolte e non tralascia il lavoro sui risvolti psicologici dei protagonisti ed il loro percorso di crescita trascendentale, sia nella fase fanciullesca che in quella adulta.
In Da grande il disagio infantile viene affrontato insieme alle difficoltà degli adulti. Quella sensazione inettitudine in cui ci si ritrovava da piccoli, anche in seguito ad una semplice ramanzina e ci portava a sentirci così ci si sentirci alla mercé di chi però, fortunatamente, voleva il nostro bene e provava a non scaricarci addosso, spesso non riuscendoci, complicazioni e circostanze in cui ci saremmo comunque (magari) ritrovati crescendo, ma che di sicuro non ci spettavano allora.
La trama è originale e riesce, caso rarissimo anche per il panorama degli anni ‘80, a far ridere senza ricorrere a turpiloquio, uso dello slapstick, o retoriche allusioni sessuali. Una delle pochissime pellicole italiane diretti al grande pubblico che riesce a far ridere, senza mai cadere nella volgarità. Partendo da uno spunto originale Amurri realizza, evitando facili e stucchevoli sentimentalismi, una commedia fiabesca abbastanza insolita per il cinema italiano, per la prevalenza di elementi fantastici sulle note di costume.
Una favola gentile ricamata, senza sdolcinature, sul tema topico dell’infanzia che rivela meglio le doti di Amurri, passato sufficientemente inosservato dopo un’opera prima quasi di commissione, Il ragazzo del pony express.
Anche a distanza di più di quasi quarant’anni Da grande resta una commedia inafferrabile, totalmente fuori di testa e libera rispetto al periodo cinematografico in cui è nata. Il film è considerato uno dei migliori della vastissima filmografia di Renato Pozzetto, poiché sfrutta appieno tutte le potenzialità del comico milanese: infantile, innamorato, fuori le regole. Tutte le situazioni comiche surreali si sposano benissimo con la sua indole recitativa.
La scelta di affidare a Pozzetto il ruolo del protagonista è tra quelle più felici. Pozzetto si cala con credibilità nei panni di un bambino nel corpo di un quarantenne, senza scadere nel ridicolo o nel patetico, adattando con disinvoltura quella sua comicità ingenua e surreale che si era già rivelata congeniale a ruoli di “adulti poco cresciuti”, come ne Il ragazzo di campagna di Castellano e Pipolo.
Premiato al botteghino anche da un titolo insolito, Da Grande è una fiaba pulita e spiritosa. Un esempio di cinema a basso costo, prodotto anche per la TV che deriva la sua freschezza dall’ispirazione giovanile, propensa al surreale, da uno stile spigliato e da interpreti simpaticamente disponibili al paradosso che si affiancano a Pozzetto, tra cui la coppia formata da Alessandro Haber e Ottavia Piccolo che verrà sfruttata qualche anno dopo anche nella serie televisiva Chiara e gli altri, la dolcissima Giulia Boschi ed il giovane Ioska Versari, già noto per aver vestito i panni di un piccolo tifoso della Roma in un celebre spot pubblicitario della Barilla.
Da Grande è uno strambo alieno nel cinema italiano. Per il regista la “rivelazione” che poi, purtroppo, non è riuscirà più a ripetere e per Pozzetto, probabilmente, forse la sintesi del suo cinema e dei suoi personaggi.
A conti fatti, oltreoceano avrebbero fatto meglio a considerare Big un remake. Almeno avrebbero avuto una giustificazione per il suo deficit emozionale. Anche se il regalo è lo stesso, scartando il pacchetto un festeggiato apprezzerà sempre l’omaggio fatto col cuore e col pensiero, rispetto a quello fatto per onere.
Alessandrocon2esse
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