
Amo il cinismo e il black humor, è il mio habitat naturale. Ma come per tutte le cose è necessario avere un pizzico di equilibrio pena trasformare e trasformarsi in una macchietta.
Ed è sostanzialmente quello che è successo ad Angelo Duro e al suo (scritto insieme a Gennaro Nunziante) Io sono la fine del mondo.
La storia parte da una base semplice: i figli sono quasi sempre il prodotto di quello che i genitori gli hanno dato e fatto. Nel caso specifico, Duro ha ricevuto solo no e punizioni ed è diventato, appunto, un cinico e spietato uomo. Sino a qua nulla di eccessivamente sbagliato se non che sin dall’inizio tutta la storia si regge solo su una serie monotematica (l’odio verso tutto e tutti) di citazioni tanto da non lasciare spazio ad altro. E quando questo avviene lo stesso messaggio perde di consistenza sino a sparire. Anzi, proprio questa linea senza acuti porta il film stesso a non riuscire a dire praticamente nulla cosa che con qualche ammorbidimento avrebbe forse potuto.
I primi 40/45 minuti sono veramente piene di nulla rappresentando, come detto, più un susseguirsi di continue freddure che altro. La storia è estrema, fiabesca (nel senso sbagliato del termine) e completamente fuori ogni logica di possibilità e/o accettazione. Quello che distrugge, infatti, è proprio lo schema narrativo che se idealmente anche comprensibile nello sviluppo diventa veramente qualcosa di caricaturale e fuori “umanità” oltre che stucchevolmente ripetitivo.
In questo brutto percorso, comunque estraneo al contesto generale che come detto non è salvabile, ci sono due/tre momenti che un sorriso te lo lasciano e che fanno in modo che il giudizio non sia proprio radente lo zero, cosa che senza avrebbe potuto tranquillamente essere.
Chiudo con una considerazione sul Duro personaggio. Per carità, ognuno fa quello che vuole e magari porta anche qualche risultato, ma a mio avviso l’essere totalitario nell’esecuzione e nella comicità alla fine diventa un limite insormontabile e questo film lo dimostra pienamente.
Voto 1.5/10
Jonhdoe1978
Il vero disastro non è che Io sono la fine del mondo voglia essere cattivo. È che non riesce nemmeno a esserlo con intelligenza.
Il film di Gennaro Nunziante, costruito attorno ad Angelo Duro e scritto insieme al suo protagonista, vorrebbe presentarsi come una commedia scorretta, feroce, liberatoria, capace di prendere a calci ipocrisie familiari, buone maniere e retoriche contemporanee. In realtà finisce per essere il manifesto di un politicamente scorretto già digerito, masticato e svuotato.
Non una provocazione, ma una posa; non satira, ma un lungo esercizio di compiacimento rancoroso.
La trama parte da due spunti persino utilizzabili. Angelo accompagna a casa adolescenti ubriachi dopo le serate in discoteca e, costretto da una serie di circostanze, torna a Palermo per occuparsi degli anziani genitori Franco (Giorgio Colangeli) e Rita (Matilde Piana), mentre la sorella Anna (Evelyn Famà) va in crociera. Il problema è che non lo fa per affetto, né per dovere, ma per vendicarsi di presunti torti infantili. Da qui il film inanella scherzi, umiliazioni e crudeltà sempre uguali, senza escalation, senza invenzione, senza una vera costruzione comica. Ogni scena sembra esistere solo per permettere a Duro di restare immobile, corrucciato e monoespressivo, mentre distribuisce insulti come se bastasse colpire qualcuno per far ridere.
Il cinema, però, non è un palco ripreso da un’altra angolazione.
Fuori dalla dimensione dello sketch, la maschera di Duro mostra tutti i suoi limiti: non evolve, non dialoga, non si scontra davvero con il mondo. I personaggi attorno a lui vengono ridotti a bersagli o stampelle narrative, piegati alla necessità di lasciargli sempre l’ultima parola. Le donne sono tratteggiate con una superficialità desolante, i corpi fragili diventano materiale da bersaglio facile, gli anziani genitori sono usati come pretesto per una vendetta che il film non sa né problematizzare né rendere grottesca fino in fondo.
Persino quando potrebbe spingersi verso il demenziale o il nerissimo, si ferma a una cattiveria da lavagna delle medie.
Nunziante, che con Checco Zalone aveva saputo dare struttura cinematografica a una maschera comica, qui sembra inseguire il protagonista senza mai governarlo. Colangeli e Piana, attori veri, fanno intravedere per contrasto quanto sia povero tutto il resto. Qualche intuizione isolata, come il lavoro notturno o una scena al cimitero, affiora e scompare subito, sommersa da una ripetizione fiacca, sgradevole e meccanica.
Io sono la fine del mondo non scandalizza: annoia.
Io sono la fine del mondo non ferisce: si vanta di ferire.
Io sono la fine del mondo non demolisce nulla: conferma solo la miseria di un’idea di comicità che confonde la brutalità con il coraggio e l’insulto con il pensiero.
Più che la fine del mondo, è la fine della battuta.
Voto 0/10
Alessandrocon2esse
TITOLI DI TESTA: più che duro, moscio
TRAMA: ci sono film che ti fanno ridere. Poi ci sono quelli che ci provano. Ma ci stanno pure quelli che non ci riescono. Tipo Io sono la fine del mondo, che per un’ora e mezza sembra una lunga discussione di famiglia a cui sei stato invitato contro la tua volontà. La trama è semplice: Angelo è un quarantenne irrisolto, pieno di rancori e problemi mai digeriti, che si ritrova a dover badare ai genitori anziani. Da qui dovrebbe partire una commedia cattiva, scorretta, capace di raccontare i rapporti familiari con un po’ di veleno e un po’ di verità.
Dovrebbe. Perché il film passa gran parte del tempo a ricordarti continuamente che il protagonista è cinico, arrabbiato e insofferente. Il problema è che dopo venti minuti l’hai capito. Dopo quaranta pure. Dopo sessanta inizi a chiederti se anche gli sceneggiatori l’avessero capito.
Tutti i personaggi sembrano costruiti attorno a una singola caratteristica e costretti a ripeterla fino allo sfinimento. Tutti insopportabili e alcuni personaggi secondari entrano in scena, fanno la loro gag e spariscono come se avessero timbrato il cartellino. Il film prova continuamente a essere scorretto ma senza mai avere davvero il coraggio di esserlo. Come uno che al bar dice: “adesso ve ne dico una pesante…” e poi racconta una barzelletta sentita mille volte.
Le battute arrivano, alcune funzionano pure, ma raramente lasciano il segno. Non c’è una scena memorabile, non c’è un momento che giustifichi davvero il viaggio. Alla fine Sono la fine del mondo non è un disastro totale. È quasi peggio.
È uno di quei film che finiscono e dopo dieci minuti fai fatica a ricordarti cosa hai visto. Non abbastanza brutto da diventare divertente. Non abbastanza bello da essere ricordato. Semplicemente lì. Come certi parenti che incontri ai pranzi di Natale e di cui dimentichi il nome prima ancora del dolce.
Voto 0/10
Mklane
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