
Il problema di Mollo tutto e apro un chiringuito non è che nasce da un fenomeno social. Il cinema può arrivare da qualunque luogo, anche da una pagina Facebook, purché però poi diventi cinema.
Qui, invece, il salto resta più annunciato che compiuto: l’universo de Il Milanese Imbruttito, efficace nei tempi brevi dello sketch, viene stirato in un lungometraggio senza che nessuno sembri davvero chiedersi cosa serva per reggere novanta minuti di racconto, personaggi, ritmo e progressione.
Il dato più grottesco è che, per arrivare a un risultato tanto esile, siano stati scomodati addirittura cinque registi: Pietro Belfiore, Davide Bonacina, Andrea Fadenti, Andrea Mazzarella e Davide Rossi.
10 mani e 20 occhi dietro la macchina da presa, eppure non si avverte mai una vera idea di cinema.
Il signor Imbruttito, interpretato da Germano Lanzoni, vive a Milano secondo il mantra del fatturato, degli affari, dell’aperitivo e del gergo aziendale infarcito di inglesismi. È il manager “workaholic” che corre non per sopravvivere, ma per chiudere contratti. Quando l’affare della vita con l’imprenditore Aldo Brusini, cui Paolo Calabresi dà una stravaganza almeno più viva del contesto, salta per una grottesca questione di sensibilità ecologista, l’imbruttito crolla.
La soluzione arriva dal suo amico Brera (Alessandro Betti): mollare tutto, acquistare un chiringuito in Sardegna e trasformare la crisi in new business. Naturalmente, una volta arrivato sull’isola con il fedele Giargiana (Valerio Airò Rochelmeyer), il sogno si rivela meno dorato del previsto: il locale è in una zona remota, i clienti non esistono, i pastori locali diffidano di lui e la comunità di Garroneddu non ha nessuna intenzione di farsi “imbruttire”.

L’idea, in teoria, avrebbe potuto funzionare. Lo scontro tra Milano e Sardegna, tra capitalismo urbano e appartenenza alla terra, tra ansia di monetizzare e resistenza alla trasformazione turistica, offriva materia per una commedia satirica. Il film sceglie invece la via più povera: accumulare stereotipi, gag isolate e bozzetti, sperando che la riconoscibilità del personaggio basti a coprire la fragilità della scrittura.
Lanzoni ha presenza, tempi comici e una maschera ormai definita. Nei primi minuti milanesi il personaggio ancora respira: tra uffici, “Taac”, ossessione per i “K” e cinismo da business class, il film almeno sfrutta un repertorio già rodato. Ma appena la storia si sposta in Sardegna, tutto si sgonfia. La narrazione procede per quadretti, più vicini alla webserie che alla commedia cinematografica, senza vera costruzione né evoluzione. Il Giargiana resta spalla funzionale, Claudio Bisio compare in versione guru aziendale senza incidere, Calabresi è l’unico a strappare qualcosa, Benito Urgu e i fratelli Michele e Stefano Manca portano mestiere e identità locale, ma sono inglobati in un immaginario sardo arretrato, chiuso e folklorico… trattato più come fondale da cartolina ruvida che come mondo vivo.

Ancora più problematica è la parabola “salvifica” del protagonista. L’Imbruttito arriva, capisce come vendere la Sardegna agli imbruttiti, organizza il suo equivalente pastorale del Fuorisalone e insegna ai locali a trasformare tradizione e territorio in prodotto. Il film vorrebbe parlare di incontro, compromesso, tutela ambientale e riscoperta dei valori, ma finisce per ribadire una dinamica stanchissima: il Nord spiega al Sud come valorizzarsi, il business si traveste da illuminazione, la comunità locale viene prima ridotta a macchietta e poi guidata verso una modernità confezionata da altri.
Tutto troppo poco.

Mollo tutto e apro un chiringuito è un cabaret gonfiato, un prodotto di marca che scambia la fanbase per struttura narrativa e la battuta ricorrente per linguaggio cinematografico. Non è satira, non è racconto, non è davvero cinema: è merchandising narrativo con sfondo turistico.
Il fatturato (forse) sarà anche possibile ovunque. Il cinema (evidentemente) no.
Alessandrocon2esse
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