
La prima cosa da dire è che non ho letto il libro e tutto il mio pensiero, quindi si riferisce alla sostanza mostrata nel film. Pur convinto che questa non sia una discriminante importante (un buon libro non è necessariamente un buon film e viceversa), credo che comunque andava sottolineato onde evitare anche piccoli fraintendimenti.
Cappello finito, la prima considerazione che questa storia mi ha tirato fuori è la quasi esigenza (che non nascondo essere molto aderente alla realtà) che abbiamo di credere/pensare/sapere di avere un angelo custode. Una sorta di identità (che spesso ha le fattezze di un qualcuno che è stato a noi caro e che non c’è più) che ci dia una mano invisibile nei momenti più complicati. Sotto questo punto di vista L’uomo dei sussurri (titolo molto ispiratore) vira solo su una singola persona, ma la chiusura (molto, molto azzeccata) proprio per il suo significato, espande a mio avviso il concetto rendendolo quasi omnicomprensivo.
Facendo un passo indietro, la storia non è altro che una caccia all’uomo condita da qualche elemento emotivo e, appunto, un finale che vuole ampliare proprio quest’ultimo aspetto. E se di quest’ultimo ho detto i pregi, seppur sommariamente e nella parte finale ci tornerò, qualche dubbio sulla costruzione crime lo ho soprattutto in termini di chiarezza e funzionalità narrativa degli eventi. Sostanzialmente l’impressione che ho avuto è che alcuni elementi siano dati per scontato e quindi la consequenzialità sia stata più adeguata che proprio spiegata e condivisa. In particolare a metà ci si smarrisce un filo l’immersione del caso risultando più una sorta di medi puzzle da vedere e mettere insieme. La meccanica degli eventi, tanto per spiegare ancora meglio la mia posizione, non è fluida come dovrebbe essere. Va molto a scatti seppur, è giusto dirlo, dando sempre la sensazione di solidità. In pratica, si percepiscono gli errori ma mai la sensazione che tutto stia sfuggendo di mano facendo diventare il racconto in una favoletta sbiadita. Siamo in una sorta di terra di mezzo nella quale il perdersi è sempre dietro l’angolo, fortunatamente James Ashcroft (non proprio un regista conosciuto) regge e alla fine il risultato lo porta a casa.
Unendo il generale al particolare, il poliziesco si divide in tre fasi abbastanza evidenti: l’incipit, l’indagine (è questa ovviamente la parte con maggiore libertà) e infine la conclusione. Traslando questi passaggi al film in questione, la premessa non è delle più ficcanti e questo perché forse dura un pizzico troppo. 30/35 minuti per apparecchiare una questione non cosi complicata sono evidentemente troppi. La parte centrale è quella di cui ho parlato abbondantemente e che quindi più di altre si porta dietro quei limiti di poca fluidità di cui ho detto più volte. Questo non ha influito sull’arrivo alla fine che però non mi ha entusiasmato più di tanto. Per carità, i pezzi sono andati tutti al loro posto (non c’è stato nulla di eccessivamente forzato) ma non c’è stata nemmeno quella sensazione di wow che a mio avviso questi tipi di storia dovrebbero avere. Sorpresa che invece, e torniamo all’inizio, hanno avuto gli ultimi secondi e che hanno dato sempre a mio avviso, un sapore diverso alla questione. Quella sorta di velo luminoso onirico, infatti, ha ridistribuito un pizzico di cuore alla storia che, siamo onesti, non ne aveva avuto sino a quel momento cosi tanto.
La prova attoriale è molto basica nonostante non ci siano veri e propri down. De Niro, che ricordo essere il mio attore preferito, alla fine regge ma è indubbio che con l’età (anche per semplici problemi motori) ha perso di espressività e quello che prima un movimento di un sopracciglio dava ora sembra a volte un’espressione ferma. Il migliore forse è Michael Keaton. Da una profondità al suo personaggio corretta e quindi pienamente funzionale allo scopo.
Luci e ombre. Se dovessi fare un bilancio, ed è abbastanza chiaro da quanto detto, siamo nel classico limbo dei prodotti intermedi. Quei prodotti, anzi meglio di quei film che senti non essere mediocri ma che nemmeno ti danno quelle sensazioni che cerchi. Devo essere onesto, quello schematismo a scacchi della parte delle indagini mi aveva molto raffreddato facendomi considerare tutto il progetto un filo sotto la sufficienza. Per me l’empatia è fondamentale e il fatto che il film ne rimanesse sotto la superficie, ripeto nonostante una tecnica non banale, me lo aveva fatto allontanare emotivamente. Come però detto, la fine ha ridistribuito un po’ le cose lasciandomi un brivido se non proprio pieno comunque piacevole e quindi diverso da quello provato sino a quel punto.
Ultima cosa sull’attività Netflix. Nella recensione di Good Fortune ho evidenziato come in Amazon Prime non siano proprio bravi a pubblicizzare un loro prodotto, cosa che invece, appunto, Netflix sa fare. Risultato? L’uomo dei sussurri è balzato subito al primo posto delle visioni e questo fa in modo che un ritorno ci sarà a prescindere.
Jonhdoe1978
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