
Meglio la vita in città, o quella di campagna?
Il quesito deve aver affannato (e non poco) la coppia di registi e sceneggiatori romani formata da Franco Castellano e Giuseppe Moccia (quest’ultimo meglio conosciuto come Pipolo), per tutto il decennio degli anni ’80. Dopo aver fronteggiato l’enigma ne Il bisbetico domato, è probabile intuire che i due non abbiano trovato una risposta alla domanda o, quantomeno, non ne abbiano trovata una soddisfacente, se dopo nemmeno quattro anni dall’uscita del film con Adriano Celentano, abbiano sentito la necessità di affrontare nuovamente il tema con Il ragazzo di campagna.
Nessun sequel, nessuna particolare attenzione al botteghino, semplicemente una seconda pellicola incentrata sulle bizzarrie e le discrepanze tra la vita in una grande metropoli e quella contadina delle campagne. I due film non hanno alcun legame tra loro, se non quello registico/autoriale e quello tematico.
Niente più “Molleggiato” né Rovignano (località di fantasia nei pressi di Voghera), ma si resta in Lombardia nel (sempre immaginario) paesino di Borgo Tre Case e, a metterci davanti all’annosa questione dell’incipit, stavolta c’è Renato Pozzetto e la sua surreale ed esilarante vena.
La storia è molto semplice, forse un tantino troppo: il contadino Artemio, allo scoccare del 40° compleanno, sente il bisogno di evadere dal paesino di provincia che gli sta ormai troppo stretto e decide che è arrivato il momento di vivere un’esperienza nella grande e civilizzata città di Milano. Una sceneggiatura al limite dell’inesistente e senza alcuna pretesa autoriale che però, a dispetto di una regia rudimentale (assai inferiore rispetto a quella del film con Celentano) e di qualche volgarità e cliché di troppo, è in possesso di un potenziale comico che la sua assenza non viene minimamente notata…anzi, funge da preparazione alla risata.
L’intera pellicola pesa sulle spalle di Pozzetto che è praticamente sempre in scena per tutti i 92’ della durata della commedia. La seconda collaborazione tra l’attore milanese ed il duo di registi, dopo Mia moglie è una strega e prima di È arrivato mio fratello e Grandi Magazzini (anche se in quest’ultimo caso si trattava di un film “corale”), si rivela una cooperazione vincente. Il ragazzo di campagna si rivelò, infatti, uno dei maggiori incassi al botteghino italiano, conquistando un provento di circa 10 miliardi di Lire che, per l’epoca, è da considerarsi al pari di ciclopiche produzioni approvate da pubblico e critica come Ghostbusters – Acchiappafantasmi di Ivan Reitman, C’era una volta in America di Sergio Leone e Terminator di James Cameron.
Il film si è poi conquistato nel corso degli anni il titolo di “Cult Generazionale”, risultando poi a posteriori anche uno dei più rappresentativi di tutta la filmografia di Renato Pozzetto e, dopo quasi quarant’anni dalla sua uscita nelle sale, ha mantenuto inalterato il proprio fascino, riuscendo ad intrattenere diverse generazioni e a far meditare (nel suo piccolo) sulle assurdità ed i problemi legati allo sviluppo e la fuga dalle campagne verso le città.
Un traguardo conquistato forse per la sua capacità di saper coniugare una comicità basilare, ma fruttuosa, con un’analisi della società italiana per nulla banale e, per certi versi, in anticipo sui tempi. Oggi ci muoviamo in netta controtendenza rispetto a quanto fatto negli anni ’80, desiderando una vita sempre più sana e priva di inutili stress, magari a contatto con la natura. Le città, com’erano concepite una volta, iniziano a stare strette anche a chi da sempre non ha fatto altro che elogiarne la vivibilità. Mi permetto quindi di affermare che, con un lavoro di scrittura un po’ più attento e senza la facile morale semplicistica (e un po’ ingenua) del finale, che indica come unica medicina di tutti i mali il ritorno alle origini e alla ruralità, Il ragazzo di campagna avrebbe offerto uno spirito lontanamente (e ripeto lontanamente) rapportabile a Tempi moderni, capolavoro di Charlie Chaplin. (Oh…ho detto lontanamente)
La sua rilevanza è cresciuta a posteriori, nel corso del tempo. Non a caso ho parlato di Cult “Generazionale”. Il film non solo si è trasformato in una sorta di “contenitore” di memoria urbanistica della Milano dell’epoca, ma le sue numerose gag e battute (di cui gran parte del merito va a Pozzetto e al suo stile) sono entrate di diritto nella storia della cinematografia comica italiana, dando vita a vari modi di dire che ancora oggi fanno parte della cultura di massa italiana. Un esempio? A cosa pensate se dico “TAAAAAAC”?
Il Ragazzo di campagna, malgrado l’abusato contenuto della dicotomia “Città/Campagna”, ha attraversato decenni e generazioni mantenendo integra tutta la sua spontanea irriverenza sfacciataggine nei confronti del mito della metropoli, conclamando la poetica e stralunata comicità dell’attore milanese più all’avanguardia di tutti i tempi e garantendo ad ogni visione risate genuine e grande divertimento.
Il ragazzo di campagna non va raccontato…va goduto. Ad una condizione però…quella di lasciarsi trasportare dall’emozione dei ricordi di quegli anni. Non è tanto difficile se ci pensate. Bastano pochi semplici passaggi da seguire: Cellulare in modalità “Aereo”…TAAAAAAC! Popcorn…TAAAAAAC! Birra e/o bibita gassata…TAAAAAAC! Divano…TAAAAAAC! Plaid e/o ventilatore (in base alla stagione)…TAAAAAAC! Telecomando e TV…TAAAAAACTAAAAAAC! E buona visione.
Alessandrocon2esse
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