
Ci sono immagini che non raccontano soltanto un evento, ma finiscono per sostituirlo.
La fotografia dei marines che issano la bandiera americana sul monte Suribachi, durante la battaglia di Iwo Jima, appartiene a questa categoria: uno scatto diventato immediatamente icona, simbolo, propaganda, materia mitologica.
Flags of Our Fathers parte da lì, ma Clint Eastwood non è interessato a glorificare l’immagine. Al contrario, vuole smontarla, riportarla alla sua origine accidentale e umana, mostrarne il peso sulle spalle di chi fu costretto a incarnarla.
Il film, tratto dal libro di James Bradley e Ron Powers, ricostruisce la vicenda dei sei soldati immortalati nella celebre foto di Joe Rosenthal. Tre morirono poco dopo sull’isola; tre tornarono in patria: John “Doc” Bradley (Ryan Phillippe), René Gagnon (Jesse Bradford) e Ira Hayes (Adam Beach). Non come reduci da ascoltare, ma come strumenti da esibire. Il governo americano, bisognoso di rilanciare il morale e soprattutto la raccolta di fondi per sostenere lo sforzo bellico, trasformò quei ragazzi in eroi nazionali, portandoli in tour tra ricevimenti, conferenze, applausi, manifesti e grottesche rievocazioni pubbliche dell’alzabandiera, persino su colline di cartapesta davanti a folle entusiaste.

È in questa frattura tra guerra vissuta e guerra venduta che il film trova il suo nucleo più forte. Eastwood alterna la battaglia di Iwo Jima, i flashback traumatici e la tournée propagandistica, costruendo un racconto frammentato su più piani temporali. Da una parte c’è l’isola, nera, fangosa, spoglia, fotografata con colori desaturati che ricordano le immagini d’archivio; dall’altra c’è l’America delle luci, degli stadi, delle cerimonie, della retorica patriottica impacchettata per il consumo interno.
Il contrasto è evidente, talvolta persino didascalico, ma resta efficace: ciò che sul campo è morte, paura e confusione, a casa diventa spettacolo.

La battaglia è girata con mestiere solido, senza la furia sensoriale di Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg, pur richiamandone inevitabilmente l’immaginario: lo sbarco, i corpi falciati, la spiaggia come mattatoio, la macchina da presa dentro il caos. Eastwood, però, non cerca l’aggressione visiva a tutti i costi. La sua è una guerra più plumbea che frenetica, più elegiaca che epica. Lo sguardo resta spesso trattenuto, quasi pudico, e proprio per questo alcuni momenti risultano più incisivi: un volto atterrito, una distesa di soldati immobili, o un fuori campo che lascia intuire l’orrore senza esibirlo completamente.
Il punto, del resto, non è la conquista dell’isola ma la sopravvivenza morale di chi ne esce vivo.
Doc, René e soprattutto Hayes non riescono ad abitare il ruolo che l’apparato politico-mediatico ha costruito per loro. Non si sentono eroi, e forse il film suggerisce che gli eroi non esistano affatto, o che siano soltanto i morti, perché non possono più contraddire la leggenda. Ira, nativo americano, è il corpo più evidentemente estraneo alla celebrazione: fragile, alcolizzato, tormentato dal razzismo e dal senso di colpa, viene usato finché serve e poi abbandonato. Eastwood insiste molto sulla sua sofferenza, forse troppo, ma è attraverso di lui che l’ingranaggio propagandistico rivela la propria brutalità.

Flags of Our Fathers è però anche un film sulla memoria familiare. La cornice del figlio di Bradley che cerca di ricostruire la verità del padre introduce un registro intimo coerente con l’Eastwood di Mystic River e Million Dollar Baby: il passato come colpa, lutto e nodo irrisolto.
Tuttavia è proprio qui che emergono alcuni limiti. La sceneggiatura di William Broyles Jr. e Paul Haggis tende spesso a spiegare più del necessario, appesantendo il racconto con dialoghi programmatici, psicologie non sempre sfumate e una componente filiale a tratti troppo sentimentale. Il continuo ricorso ai flashback, inizialmente funzionale, finisce talvolta per diventare meccanico, più dispositivo che necessità drammatica.
Anche il cast, scelto con volti non troppo ingombranti e spesso somiglianti ai veri protagonisti, funziona meglio come corpo collettivo che nelle singole definizioni. Ryan Phillippe restituisce a Doc una discreta opacità dolorosa, Bradford rende René più ambiguo e adattabile, mentre Beach oscilla tra intensità sincera e sottolineatura. Barry Pepper, nel ruolo laterale del sergente Mike Strank, lascia invece un segno più netto. Ma il film, più che sugli attori, vive sull’idea eastwoodiana di un’America che ha bisogno di miti per sopportare le proprie guerre e poi non sa più che farsene degli uomini reali che quei miti li hanno prodotti.
Il progetto resta affascinante anche per la sua natura incompleta: Flags of Our Fathers è infatti il primo movimento di un dittico che troverà in Lettere da Iwo Jima, dedicato al punto di vista giapponese, un controcampo più compatto e probabilmente più riuscito.

Preso da solo, questo film è importante, sincero (a tratti potente), ma non sempre equilibrato. Demolisce la retorica dell’eroismo, pur rischiando a sua volta una retorica dell’antiretorica; denuncia la propaganda, ma non sempre evita la solennità che vorrebbe criticare.
Resta comunque un’opera significativa nel percorso tardo di Eastwood: amara, umanista, malinconica e attraversata dall’idea che la guerra non produca eroi ma sopravvissuti, cadaveri e immagini da vendere.
E che dietro ogni bandiera, prima del simbolo, ci siano ragazzi spaventati, destinati a essere ricordati per qualcosa che, forse, non hanno mai davvero posseduto.
Alessandrocon2esse
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