
Sulle ali dell’onore, titolo italiano decisamente più enfatico dell’originale Devotion, parte da una storia vera che avrebbe avuto tutto per diventare un grande film classico: guerra, amicizia, sacrificio, razzismo, eroismo e aviazione.
J.D. Dillard però (e giustamente vi starete chiedendo “Geidichi???”), sembra voler inseguire proprio quell’idea di “grande classico” senza possedere la mano necessaria per trasformare convenzioni, retorica e archetipi in qualcosa di davvero vivo.
La vicenda è tratta dal libro di Adam Makos e racconta il rapporto tra Jesse L. Brown e Tom Hudner, piloti dello Squadrone VF-32 della Marina statunitense durante la guerra di Corea. Brown, interpretato da Jonathan Majors, è uno dei primi aviatori afroamericani della US Navy, costretto a convivere con il razzismo di un’America che nel 1950 non ha ancora davvero accettato l’integrazione. Hudner, cui presta il volto Glen Powell, è invece il nuovo arrivato nello squadrone, più posato e apparentemente impermeabile alle divisioni razziali che segnano la vita del compagno.

Il film si costruisce attorno alla loro amicizia, inizialmente frenata dalla diffidenza di Brown. Jesse ha imparato a non fidarsi di nessuno: porta con sé tutte le umiliazioni subite durante l’addestramento e le ripete davanti allo specchio come una liturgia privata, trasformando l’odio ricevuto in carburante per andare avanti.
È probabilmente questo il nucleo più interessante del film, perché Dillard (e voi “Non è che se lo chiami solo col cognome cambia granché…”) mostra come il razzismo non si esaurisca nell’offesa esterna, ma finisca per penetrare nella percezione che un uomo ha di sé stesso e degli altri.

Peccato che la sceneggiatura scelga quasi sempre la strada più ovvia. Ogni snodo arriva con largo anticipo, ogni emozione viene sottolineata, ogni tema sembra accompagnato da una didascalia invisibile. Il razzismo, l’amicizia virile, lo spirito di corpo, il sacrificio, la famiglia e tutto il cucuzzaro vengono trattati sì con intenzioni nobili, ma attraverso forme talmente prevedibili da togliere forza proprio a ciò che dovrebbe commuovere. Anche alcune deviazioni, come la parentesi a Cannes con Elizabeth Taylor (Serinda Swan), finiscono per allungare inutilmente un film già troppo dilatato.
Il paragone con Top Gun: Maverick di Joseph Kosinski è inevitabile, anche per la presenza di Powell, ma sarebbe fuorviante aspettarsi lo stesso tipo di spettacolo. Devotion vuole essere più intimo e storico… più vicino a un dramma umano che a un film di pura adrenalina.

Il problema è che, oltre a Powell, non possiede né la potenza spettacolare del film di Kosinski né la profondità psicologica dei grandi classici bellici cui sembra guardare. Le sequenze di volo sono generalmente ben costruite, alcune anche notevoli, ma gli effetti visivi non sempre reggono e il climax arriva tardi, dopo una prima metà fin troppo estesa tra addestramenti e dialoghi.
A funzionare davvero sono soprattutto gli interpreti. Majors da’ a Brown rabbia, fragilità e diffidenza; Powell sceglie correttamente un registro più trattenuto e lascia spazio al collega, riuscendo comunque a rendere credibile il legame tra i due. È proprio la loro chimica a sostenere il film quando la scrittura si fa più zuccherosa o didascalica.

Sulle ali dell’onore è, senza troppi giri di parole, un’opera dignitosa nelle intenzioni, ma modesta nella realizzazione.
La storia vera di Brown e Hudner merita di essere raccontata, e il film possiede alcuni momenti sinceri e tecnicamente solidi. Ma quando prova a trasformare quella vicenda in epica, finisce troppo spesso per confondere l’emozione con l’enfasi e il classicismo con la convenzione.
Il risultato è un war movie corretto, rispettoso e persino sentito, ma troppo prevedibile e pesante per riuscire davvero a decollare.
Alessandrocon2esse























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