
Arrivati a un certo punto, pretendere originalità assoluta da uno Zombie Movie è quasi ingeneroso.
Il genere è stato esplorato in ogni direzione possibile, e il cinema sudcoreano stesso ne ha offerto negli ultimi anni variazioni molto più incisive, da Train to Busan di Yeon Sang-ho alla serie Kingdom. #Alive, esordio nel lungometraggio di Cho Il-hyung, prova comunque a ritagliarsi un piccolo spazio spostando l’apocalisse dentro un appartamento e filtrandola attraverso la sensibilità di una generazione cresciuta tra videogiochi, streaming, social network e connessioni perenni.
Oh Joon-woo (Yoo Ah-in), è un giovane gamer che vive ancora con la famiglia. Una mattina si sveglia, accende il computer e scopre quasi immediatamente che fuori dal suo appartamento sta scoppiando il caos: un’epidemia sta trasformando gli abitanti del quartiere in creature aggressive e cannibali. Nessuna lunga introduzione, nessuna spiegazione scientifica. Nel giro di pochi minuti il condominio diventa una fortezza assediata e Joon-woo si ritrova completamente solo.

La parte iniziale è quella in cui #Alive funziona meglio. Cho sfrutta bene l’isolamento, la progressiva scarsità di acqua e cibo, il silenzio dell’appartamento contrapposto alla violenza che esplode nelle strade. Più che l’azione, interessa la disgregazione psicologica del protagonista: la speranza affidata al telefono e a Internet, l’attesa di un messaggio della famiglia, la solitudine, l’alcol, fino alla depressione e al tentativo di suicidio.
È proprio nel rapporto con la tecnologia che il film prova a trovare la propria identità. Joon-woo filma ciò che accade, utilizza i social per segnalare la propria presenza, controlla l’esterno con un drone, ascolta le comunicazioni d’emergenza. L’hashtag del titolo vorrebbe allora sintetizzare un paradosso interessante: gli strumenti accusati di isolarci dal mondo reale diventano, durante l’isolamento vero, uno dei pochi mezzi per restare collegati agli altri e forse sopravvivere.

Il problema è che questa intuizione viene sviluppata soltanto a metà.
Quando la rete smette di funzionare, il discorso sulla vita mediata dagli schermi passa rapidamente in secondo piano e il film torna sui binari più tradizionali dello zombie movie. Anche l’arrivo di Kim Yoo-bin (Park Shin-hye), dirimpettaia sopravvissuta nell’edificio di fronte, apre possibilità che non vengono sfruttate fino in fondo. I due comunicano a distanza attraverso segnali luminosi e walkie-talkie, si scambiano cibo e informazioni, costruendo un legame che avrebbe potuto diventare una riflessione più interessante sulla socializzazione filtrata e sulla necessità del contatto umano.
Resta comunque uno degli aspetti migliori del film. Yoo-bin è metodica, organizzata, pratica; Joon-woo appare più impulsivo e spaesato. Il giovane attore sudcoreano riesce soprattutto nella prima metà a comunicare bene il deterioramento emotivo del personaggio, mentre la sua collega dona alla sua sopravvissuta una concretezza che spesso manca al protagonista.

Quando i due abbandonano gli appartamenti, però, la sceneggiatura comincia a chiedere allo spettatore una quantità sempre maggiore di indulgenza. Gli infetti cambiano capacità a seconda delle necessità della scena: corrono, rallentano, utilizzano maniglie, mantengono apparentemente frammenti delle abilità possedute da vivi. La loro pericolosità diventa elastica quanto basta per permettere ai protagonisti di attraversare orde che poco prima avevano annientato decine di persone. Alcune soluzioni logistiche sono talmente comode da indebolire la tensione proprio quando il film dovrebbe aumentarla.
Non aiuta un ultimo atto più convenzionale, con svolte forzate e un epilogo salvifico che sembra voler chiudere frettolosamente il cerchio sull’importanza dei social network.
Anche l’alternanza tra dramma, ironia e action non sempre trova equilibrio, mentre chi cerca violenza e gore rimarrà probabilmente deluso: per uno zombie movie, il sangue è sorprendentemente contenuto.
Sul piano tecnico il lavoro resta dignitoso. Gli esterni restituiscono bene la desolazione dei giganteschi complessi residenziali, il montaggio accelera opportunamente nelle sequenze d’azione e alcune apparizioni degli infetti funzionano. Meno efficace è invece l’uso degli interni, non sempre sufficientemente claustrofobici, così come il make-up dei non morti non lascia particolare impressione.

#Alive rimane così sospeso tra una buona idea e la sua esecuzione ordinaria.
L’apocalisse osservata dal balcone, l’isolamento domestico e la dipendenza tecnologica avrebbero potuto offrire una variante davvero contemporanea del genere; Cho Il-hyung si accontenta invece di usarli come cornice per una storia di sopravvivenza abbastanza tradizionale. Non annoia, dura il giusto e possiede due interpreti capaci, ma ogni volta che sembra sul punto di dire qualcosa di personale torna a rifugiarsi nei meccanismi più prevedibili del filone.
Non basta, insomma, mettere un hashtag davanti alla parola “vivo” per far rinascere gli zombie.
Per sbaragliare la “realtà” delle immagini da Wuhan di Dicembre 2019… ci vuole ben altro.
Alessandrocon2esse
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