
E’ indubbio che una delle attrici che negli ultimi anni ha trovato più riscontro nel panorama cinematografico, anche per la sua avvenenza/sensualità, è Sydney Sweeney. La sensazione che però ho è che l’attrice nativa della provincia di Washington non stia sfruttando completamente il momento scegliendo film non proprio memorabili, o comunque non all’altezza di quello che secondo me è il suo livello. Una di famiglia – The Housemaid, e veniamo cosi a noi, si distanzia un pochino da questo anonimato risultando alla fine uno dei suoi progetti più interessanti.
La prima osservazione che mi è venuta in mente è che la Sweeney ha avuto il merito di fronte ad Amanda Seyfried, comunque nettamente migliore sia in generale che nello specifico, di non essere sparita (soprattutto nella prima parte) reggendo in molti tratti, non tutti, il confronto e lo spessore. Già questo, dal mio punto di vista, è stato quasi fondamentale perché ha permesso alla storia di non essere troppo sbilanciata e di trovare nel suo complesso un buon equilibrio.
Millie è una ragazza dal passato turbolento, con tanto di carcere, e viene scelta da Nina per diventare la badante di casa e della sua famiglia, composta dal marito Andrew e dalla figlia Sissy. Sin da subito si capisce che le cose non sono esattamente come sembrano e sono più quelle non dette che quelle chiare.
La storia raccontata da Paul Feig, sulla scorta dell’omonino romanzo di Freida McFadden, è altalenante e nonostante una gestione complessivamente buona da la netta impressione di essere frammentaria e a scatti. La sensazione, infatti, è che ci si trovi di fronte a blocchi di storia senza però, come sarebbe opportuno in casi del genere, quegli scivoli narrativi utili per rendere i cambiamenti meno cambiamenti. La fortuna di Feig, che cosi ha dimostrato di non avere un manico indimenticabile, è che la storia in se ha dei punti di interesse cosi buoni che la cosa non l’ha (la storia) devestata lasciandola sempre in linea di galleggiamento. Galleggiamento che ha permesso al film di arrivare ancora parzialmente intatto alla seconda parte riuscendo cosi a dare il meglio di se con l’attenzione e le domande di chi lo guardava ancora nella pancia. Anzi, la soluzione della questione, ovviamente per chi non aveva letto il libro, è abbastanza sorprendente e questo senza nessuna forzatura. Tanto per intenderci, il fatto che tra le ipotesi da me fatte non ci sia mai stata quella effettivamente successa non me l’ha fatto assorbire come eccessivamente fantasiosa, perché di fatto non lo era. Un po’ meno, ma questo credo che sia un difetto originale della storia, alcuni passaggi che oggettivamente sono sembrati più necessari perché il thriller arrivasse dove voleva che proprio per una loro capacità di convincere.
Come facile da capire da queste ultime righe la parte migliore di questo progetto è senza dubbio la seconda e questo anche, anzi soprattutto, alla gestione, questo si fatta molto bene, tra unione del mistero, base complessiva degli eventi, parte splatter e dose di grottesco. Lo switch a cui si assiste non solo rende più profondo il senso stesso del perché di questa storia ma fa in modo che la stessa Sweeney (con profitto generale evidente) trovi il suo habitat naturale. Credo che i personaggi border siano quelli che meglio gli si addicano e non tanto per metodo recitativo ma proprio come postura e inclinazioni facciali.
E’ notizia pubblica che ci sarà un seguito e stavolta la cosa non riesco a criticarla. Il motivo è che comunque il film aveva avuto una conclusione che, seppur parzialmente aperta, aveva un senso (e anche molto bello) cosi come concepita. Si è avvertito negli ultimi secondi (nonostante altri errori di concetto che non starò qui a dire ma chi l’ha visto ha capito di cosa parlo, evidentissimi) una logica circolare dei personaggi di una buona completezza che cosi ha creato una dimensione esatta del passato, presente e futuro di ognuno di loro. In particolare l’ultima immagine è stata, oltre che sorprendente, concepita idealmente molto bene ed è riuscita ad aprire nella mente dello spettatore sia la semplicità del e degli eventi che della morale più profonda sulla violenza o sui soprusi. Un mix che non è sempre facile trovare e/o avere.
Normalmente mi verrebbe da dire di essere curioso o preoccupato per il proseguo e invece non sono ne l’uno e ne l’altro. Cerco di spiegarmi. Per carità, penso che il rischio ripetizione sia meno impossibile di quanto si possa credere ma la sensazione che ho è che anche un netto passo falso non inondi questo di film. Per carità, è solo una sensazione personale e come tale va letta e interpretata.
Jonhdoe1978























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