
TITOLI DI TESTA: odia. Prega. Spara.
TRAMA: quando ero piccolo, oltre a leggere fumetti, mi piaceva soprattutto disegnarli. Non avevo ancora quegli artisti di riferimento che poi avrei imparato a riconoscere, ma una cosa l’avevo capita abbastanza presto: odiavo i disegnatori che facevano tutte le facce uguali. Rob Liefeld era il primo in cima alla lista, ma in certi casi anche Jim Lee (a cui perdonavo solo Wolverine e Gambit) mi dava quella sensazione. Mi piaceva invece chi riusciva a dare ai personaggi una faccia precisa, riconoscibile, quasi un passato. E il Punitore, nella mia testa, non poteva avere la faccia del belloccio.
Io me lo sono sempre immaginato come un avanzo di galera: naso grosso, occhi piccoli, mascella squadrata, faccia scavata, uno che sembra aver dormito più volte in una cella che in un letto. In pratica Fred Ward in Il mio nome è Remo Williams. Poi il cinema ci ha dato Dolph Lundgren, giovane, palestrato e con una tinta per capelli che probabilmente aveva comprato da Acqua & Sapone. Poi Thomas Jane, decisamente troppo bello per essere Frank Castle, anche se come mascella ci andava vicino. Poi il compianto Ray Stevenson, che aveva il fisico giusto ma sembrava spesso presentarsi sulla scena con un maglione a collo alto sotto il costume.

1986: prendi Walter Hill alla regia e lui come protagonista…
E poi è arrivato Jon Bernthal. La faccia giusta. Quella da uomo che non deve raccontarti cosa gli è successo, perchè lo capisci guardandolo. Bernthal si era già preso sulle spalle due stagioni della serie The Punisher e aveva trovato una dimensione perfetta del personaggio: rabbia, dolore, stanchezza. Ma in One Last Kill sembra finalmente arrivare a quella che, per me, è la versione più fisicamente espressiva di Frank Castle. Perchè qui Frank non ha più niente da vendicare. Ha ucciso gli ultimi responsabili della morte della sua famiglia. Ha chiuso il cerchio. E quindi rimane una domanda molto più difficile: che cosa resta del Punitore quando non esiste più una punizione da infliggere?
La risposta che il film sceglie è abbastanza semplice. Frank è vuoto. È perseguitato dai fantasmi del passato, dalla famiglia, dai compagni, da tutto quello che ha perso. Cerca persino di mettere fine alla propria vita, prima che una nuova caccia lo riporti esattamente dove è sempre stato: dentro la violenza. E qui il film diventa quasi un lungo sfogo psicologico. Una casa piena di criminali. Frank che viene braccato, reagisce, uccide. Altra gente da proteggere. Altri morti. È una spirale che non porta realmente da nessuna parte. Ed è proprio questo il punto.

Di come siamo arrivati alla faccia giusta…
One Last Kill non sembra voler raccontare una nuova grande fase della vita di Frank Castle. Non vuole aprire un capitolo fondamentale del personaggio. È quasi un albo intermedio, uno di quelli che potresti trovare in mezzo a una lunga run: il Punitore combatte con i propri demoni, prende un sacco di botte, ne dà ancora di più e alla fine torna a fare il Punitore. Solo che, questa volta, la violenza ha un peso diverso. Bernthal finalmente può lasciarsi andare completamente. Non deve più dimostrare di essere il Punitore: lo è. E ogni pugno, ogni coltellata, ogni pallottola sembra arrivare da un posto molto più profondo della semplice rabbia. È violenza come terapia, pessima, ma pur sempre terapia. Il film trova anche una piccola luce nel rapporto con la bambina che Frank protegge, perché per un momento gli ricorda la figlia che ha perduto. È forse l’unico momento in cui la corazza si incrina davvero e vediamo l’uomo sotto il teschio. Il problema è che, una volta arrivato lì, il film non ha molto altro da dire.
La storia si chiude praticamente nello stesso punto da cui era partita: Frank torna a essere il Punitore. E allora capisci che il titolo One Last Kill non significa necessariamente l’ultima volta che Frank ucciderà qualcuno. È l’ennesima volta che si racconta che sarà l’ultima.
TITOLI DI CODA: alla fine Jon Bernthal diventa quasi più interessante del film stesso. Perchè quella faccia che finalmente sembra uscita direttamente dalle pagine di un fumetto porta addosso tutto quello che serve per interpretare Frank Castle: il dolore, la rabbia, la solitudine e quella sensazione di uomo che non sa più vivere se non attraverso la guerra. Non è una storia che porta il Punitore da qualche parte. È una storia che lo fa sfogare. E forse, per un personaggio come Frank Castle, a volte è sufficiente. Necessaria? No, perché forse è semplicemente un altro capitolo di una guerra che probabilmente non finirà mai, ma almeno stavolta il Punitore ha finalmente la faccia che avevo sempre disegnato io.
EXTRA: nulla da aggiungere
Mklane
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