
E’ di questi giorni la notizia che World War Z avrà un seguito. La cosa mi ha abbastanza sorpreso: ero convinto che il tempo fosse scaduto e che anche lo stesso Brad Pitt non avesse proprio intenzione di rimettere i panni di Garry Lane. C’è da dire che la fine apparecchiava perfettamente una prosecuzione (anche anni dopo) seppur (questo è un assaggio e ci torneremo più avanti) con qualche rischio banalità abbastanza evidente.
Facendo un passo indietro, la creatura di Marc Foster (che a conti fatti non riuscirà mai più a raggiungere questo livello) si interseca al periodo di rinascita del filone zombie, periodo che coincide con l’apice di The Walking Dead. E’ indubbio infatti che questo franchise ha dato nuova vita all’argomento ed è quindi abbastanza normale che le case di produzione abbiamo avuto un nuovo interesse verso di esso.
L’impostazione di World War Z è decisamente da blockbuster ma secondo me, e non so quanto volutamente, è andato molto oltre riuscendo a essere e diventare uno dei migliori prodotti di genere degli anni 2000. Lo è per l’approccio, il fatto che sia andato subito al sodo aggirando troppe spiegazioni iniziali è stata una gran bella scelta, lo è per il ritmo, assolutamente perfetto per intenzione, messaggio e morale, e soprattutto, lo è per lo sviluppo fine compresa.
Credo che ognuno di queste affermazioni meritano una riflessione.
L’inizio e decisamente semplice e per questo a mio avviso perfetto. Pochi minuti e il mondo si è ribaltato e questo senza fossilizzarsi sul come, perché e quando del contagio. Sinceramente non sto criticando chi lo ha sempre fatto, anche quella è un’impostazione, ma avendo come spettatore ben chiaro cosa succeda, per una volta planare più sul risultato che sul perché l’ho trovato appagante. Appagamento aumentato dal fatto, e veniamo al secondo punto, che questa impostazione ha permesso alla storia di partire subito forte con un’adrenalina contagiosa (favorita da alcune scelte registiche molte belle e impattanti) e ficcante. L’azione praticamente spacca il racconto con te sopra e in un secondo ti ritrovi all’interno della nuova struttura sociale e delle nuove dinamiche di comportamento. Fatto questo iniziava quella che poteva essere la parte difficili: la tenuta del ritmo, le spiegazioni (non è che non si poteva dire nulla) e l’epilogo (da sempre la cosa più difficile quando si parla di zombie).
Ecco, è proprio in questi passaggi che il film ha dato prova della sua forza e della sua bontà: il ritmo è rimasto invariato e gli intervalli di dialoghi non solo sono stati temporalmente corretti ma anche bilanciati nei contenuti. Probabilmente un solo passaggio è stato frettoloso, Gerusalemme, ma è anche stato il simbolo di questo film (la colonna di zombie) e quindi alla fine si è riusciti a non far storcere troppo la bocca.
Ma la vera vittoria, sempre a mio avviso, è stata la fine (avverto che da qui ci saranno degli spoiler). In storie come questa la conclusione si è sempre barcamenata tra due direzioni: la lotta continua e la cura definitiva. Ovviamente ognuno ne predilige una e molto spesso si tende da una parte o dall’altra anche in considerazione dell’impostazione della storia. World War Z che ricordo prendere ispirazione dal racconto di Max Brooks, sceglie proprio un’altra strada e non nascondo che è veramente intrigante oltre che metaforicamente appagante. Per prima cosa cerca di dare un senso all’essere morto ma vivo spiegando che avere un sistema circolatorio fermo porta ad avere dei limiti di cura e poi sposta l’accento sul fatto che la morte vuole la vita e solo con essa si ha la possibilità di espandersi. Ovviamente qui siamo nel campo della fantascienza ma credo che come struttura sia la massima espressione dell’istinto in storie del genere. Istinto che poi ci porta alla seconda fase, quella del camuffamento, che altro, infatti, non è che l’arma di difesa più utilizzata nel creato (animali e uomini). A un primo approccio questa scelta potrebbe essere comoda ma non credo che lo sia, anzi come mostrato negli ultimi secondi del film, ha di fatto aperto al passo successivo della storia: la guerra. Ora il problema, ed eccoci alle prime righe, è capire come il 2 voglia andare avanti ed eventualmente (potrebbe esserci un terzo, non lo sappiamo) chiudersi. Qui non credo che ci si possa esimere dalla doppia strada indicata qualche riga fa e, devo essere onesto, la cosa un po’ mi lascia perplesso: è ovvia che la singolarità di questo progetto un po’ perderà (magari tirano fuori qualche altra cosa dal cilindro e mi sorprenderanno).
Due parole su Brad Pitt. Il ruolo è il suo, lo sporca quando è necessario e lo lucida nei momenti corretti. Lui da sempre è riuscito a condire l’aspetto fisico alla realtà dei personaggi e anche in questo caso la cosa è andata in questo modo.
Mi ha sorpreso che ha accettato di fare questo secondo capitolo e credo che al di la dei soldi ovviamente, gli deve essere dato merito.
Chiudo con una considerazione generale. Mi auguro che dietro questa operazione del secondo ci sia una progettualità maggiore di quella fatta recentemente con 28 giorni dopo e compagnia. E per progettualità intendo che ci sia cura nelle scelte e che ci sia il coraggio nel portarle sino a compimento, a qualunque costo. Il rischio è quello di diluire l’importanza del genitore e dal mio punto di vista questo sarebbe un errore più grande che sbagliare proprio il concept di ritorno. Sostanzialmente se si è pensato di fare altri 2 film che 2 film siano, altrimenti sarebbe meglio lasciare le cose come stanno.
Jonhdoe1978























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