
Prima di Rick Grimes e della sua 357 Magnum, di Robert Neville e la sua solitudine, di Gerry Lane e la montagna di zombie e dell’infermo di Ellie e Joel, c’è stato 28 giorni dopo, film diretto da David Boyle e scritto da Alex Garland. E’ molto facile in questo caso dire che esso è stato il precursore di tutti i titoli in questione, seppur alla fine, tranne ovviamente lo sfondo apocalittico, in comune hanno solo il morso quale metodo di trasmissione del contagio. Se ci si pensa infatti, The Walking dead e World War Z segue la storia degli zombie più classici, lenti, stupidi e completamente irrazionali, The Last of Us un’evoluzione tutta sua e Io sono leggenda, anche partendo dalla rabbia animale come genesi di contagio, mischia la trasformazione al vampirismo e a una forma primordiale di coscienza.
Detto questo, che riguarda più un esercizio mentale comunque istintivamente inevitabile, tutte le fortune di 28 giorni dopo sono ascrivibili a due momenti ben precisi: l’inizio e gli ultimi 20/25 minuti. La “passeggiata” di Jim (Cillian Murphy) tra le strade di una Londra deserta rientra senza possibilità di smentita in quelle scene iconografiche (molto di più di quella nella contea di King di Rick) di cui il cinema da sempre si è nutrito. La bellezza, al di là dell’idea in sé, nasce dal mio punto di vista, da una rappresentazione tecnica meravigliosa che è riuscita ad unire l’asfissia della situazione all’ariosità delle immagini, permettendo cosi allo spettatore un’immedesimazione immediata e completa.
Dopo questo evento, il film si è arrampicato tra qualche alto e basso mostrando, a mio avviso, qualche limite narrativo seppur dall’alto di uno schema road movie comunque attendibile e per molti tratti coerente. Limiti, come detto, completamente abbattuti e come molto spesso accade, riscritti da una parte finale di un’intensità travolgente e dilagante. La pioggia purificatrice e la musica strappa anima di John Murphy sono stati la cornice di un grande momento di cinema, divinamente girato e che è riuscito a combinare il cuore horror della storia ai peccati inguaribili degli esseri umani. Quello che infatti emerge dalla creatura di Danny Boyle, argomento poi più volte ripreso da ogni produzione apocalittica, è l’impossibilità per l’uomo di tenere a bada i suoi istinti più perversi. Anzi, più la situazione crea delle maglie sociali larghe e più, nonostante l’estremo contesto, l’accanimento e la voglia di supremazia prendono il sopravvento alterando, in molto casi, l’atteggiamento sin li avuto. Nonostante sia un concetto comunque ormai largamente digerito, vedere come riusciamo come esseri umani a calpestare anche nella distruzione, l’altrui dignità e libertà è sempre disturbante. E questo discorso, per le conseguenze che comporta, alla fine può riguardare tutti e non solo i presunti aguzzini. Pensiamo a Jim e alla sua sete di vendetta. E’ vero che tale situazione è creata da un’ingiustizia di fondo, ma questo non esclude una sua reazione comunque anomala e per certi versi animalesca. La cosa che lascia da riflettere però, non è tanto il suo atteggiamento quanto il fatto che anche noi, e mi riferisco a tutti, abbiamo trovato il suo comportamento giustificabile e quasi inevitabile. Questo ci riporta al punto iniziale e a come a prescindere dallo sfondo, siamo inclini alla crudeltà esattamente come alla bellezza, ovviamente poi con tutte le variabili possibili, in un senso o nell’altro.
Questa meravigliosa parte del film trova il suo giusto coronamento nella fine, anzi nelle fini. Ogni storia, e questo è un concetto poi ripreso da Io sono leggenda e ora speriamo non storpiato per dare un seguito a quella storia, può avere un epilogo speranzoso e uno quasi rassegnato e distruttivo. 28 giorni dopo decide di farceli vedere entrambi seppur con un’interpretazione, in entrambi i casi, comunque possibilista. Soffermandoci sul primo, è ovvio che la speranza la fa da padrone se non altro per dare la netta sensazione, poco ripresa in qualunque altro film di genere se si esclude Train to Busan, che per una volta il contagio possa essere territorialmente confinato. E’ chiaro che questo limbo ha tutta una serie di variabili da considerare e che il film lascia giustamente la loro risoluzione, se mai ci fosse, alla fantasia e alla capacità interpretativa dello spettatore. In pratica vicino a quel HELLO è come se ci fosse scritto: decidi tu come prosegue, tranquillo in ogni caso non sbagli.
Prima parlavo dell’iconografia cinematografica e di come la parte iniziale sia entrata oggettivamente in quella categoria. Personalmente credo che anche l’ultimo secondo, quello dell’HELLO appena detto tanto per capirci, ne fa parte anche se per un motivo più intimo e meno visivo. E la cosa affascinante è che me ne sono reso conto solo l’estate scorsa e quindi dopo quasi vent’anni dalla prima volta che ho visto il film. Mi trovavo in una spiaggia quasi deserta, era da poco primavera, e alla richiesta di scrivere qualcosa di enorme sulla sabbia, senza ragionarci, ho composto proprio Hello. E’ come se una parte del mio cervello abbia incamerato quell’attimo di cinema e per qualche motivo l’abbia ritenuto degno di una qualche immortalità.
Per chi è amante del genere come il sottoscritto, non può non trovare appassionante e coinvolgente questo film. Boyle/Garland sono riusciti a trasmettere l’orrore dei gesti e quelli dell’anima in egual misura mostrando un bilanciamento tra scrittura e direzione molto difficile per produzioni del genere. Ed è indubbio, chiudendo il discorso iniziale, che molti titoli successivi hanno preso spunto da esso con però, evidentemente, risultati altrettanto riusciti solo in pochi casi, che possiamo probabilmente racchiudere, per un motivo o per l’altro, solo nei film/serie (compreso Train To Busan) citati all’inizio di questa recensione. Buttando invece, un occhio al passato, non si possono non notare le indubbie influenze di Romero e Carpenter almeno sulla genesi del film, ma anche in questo caso il paragone non solo è più che lecito ma addirittura quasi comparativo.
Jonhdoe1978
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