
Ora sappiamo, ma era meglio l’immaginazione.
Questo il pensiero che ho avuto al termine di 28 settimane dopo, film, seguito del bellissimo 28 giorni dopo, di cui avremmo fatto volentieri a meno. Se si escludono i primi 10 minuti, meravigliosi, infatti, il resto della creatura di Juan Carlos Fresnadillo è tutt’altro che affascinante ed è riuscita nell’intento di sminuire quel bellissimo finale sfumato, da qui l’affermazione iniziale, tra l’idea, la speranza e il viaggio che la coppia Boyle/Garland aveva trasmesso.
C’è da dire che l’incipit della storia, il confinamento, l’intervento della NATO e la morte di fame degli infetti, non era neanche malaccio, è lo sviluppo che ha lasciato a desiderare soprattutto perché rientra in quel visto/improbabile di cui decine di film di genere, prima e dopo questo, si sono macchiati.
Lo spartiacque di questo switch, l’inizio ovviamente, oltre all’oggettiva bellezza (la musica di John Murphy è travolgente), è favorito dall’onda lunga del primo film, è identificabile nel momento i cui due ragazzi riescono a fuggire dalla parte della città controllata dai militari. Il quell’istante l’attenzione cala improvvisamente, portando il dubbio a monte sulla valenza di questo sequel alla certezza che esso nulla avrà a che spartire con l’immenso genitore. E ogni secondo che passa tale sensazione cresce almeno sino agli ultimi minuti dove, secondo me, chi questo film l’ha pensato e scritto ha perso una grandissima occasione. Se invece di concludere la storia con i due giovani in “salvo”, con conseguente e banalissima, soprattutto dopo aver risollevato il virus con un presunto paziente zero immune, espansione oltre manica degli infetti, avessero chiuso con la morte di tutti i protagonisti, non solo si sarebbe dato una sterzata improvvisa alla trama ma si sarebbe, a mio avviso, ri-permesso nuovamente all’idea e all’immaginazione di avere la meglio su tutto il resto.
Il messaggio che la bontà può esistere ma che in certi casi è più dannosa che altro, arriva sino ad un certo punto e non bilancia emotivamente nella maniera più assoluta l’esatto contrario, la brutalità umana, mostrata in 28 giorni dopo. Sotto questo aspetto, la figura del sergente Doyle (Jeremy Renner) è troppo sbiadita per raggiungere tale scopo, in particolare in considerazione dell’assenza di un motivo contestuale. In un contesto del genere, infatti, non basta l’umanità come concetto generale per giustificare un’azione, serve qualcosa di particolare che porti lo spettatore ad immedesimarsi e a provare. In questo caso non avviene e l’epilogo del militare passa colpevolmente senza lasciare quasi traccia.
Altro elemento fuori fase, visto e rivisto, è l’idea che possa esistere una specie di capo branco. Intraprendere la via intermedia tra coscienza e istinto è sempre pericoloso e spesso porta a compromessi che nulla hanno che fare con la realtà percepita. In pratica l’accettazione del virus che ci trasformi in una sorta di cannibili è ormai radicata socialmente, l’evoluzione di questa condizione no e questo perché oggettivamente è complicato comprendere e accettare che l’istinto puro possa essere ammorbidino da una qualche ragione (diverso quello successo in The Last of Us in cui l’immunità lascia intatte tutte le cognizioni umane).
Altra considerazione che ho fatto durante e dopo la visione, è che Boyle/Garland non avrebbero mai avallato uno script del genere. Con mia grande sorpresa sono poi venuto a conoscenza che i due invece, sono i due produttori esecutivi del film e che erano e sono molto soddisfatti del prodotto finale. E se a pensar male si fa peccato ma non si sbaglia, non riesco a credere pienamente a queste affermazioni nonostante poi la continua voglia di entrambi, con Cillian Murphy propenso al progetto, di fare un altro capitolo. Sono convinto che la loro impostazione sarebbe stata molto diversa e che un eventuale nuovo film sarebbe stato molto più intrigante se l’epidemia non fosse giunta oltre i confini Britannici. Il rischio è che una globalità dell’argomento comporti una copia pericoloso di altre più recenti produzioni.
Tornado al film, io credo che ad un certo punto chi l’ha pensato si sia incartato dando più importanza alla soluzione piuttosto che al percorso. La parte di preparazione alla nuova invasione epidemica ha dato per scontato troppe cose (ad esempio per quale motivo il virus ha attecchito solo parzialmente in Alice Harris?) e quella centrale, la fuga per intenderci, parte, come detto, da una premessa assolutamente forzata e fuori da una logica attendibile. Tutto il resto è stata pura conseguenza con sullo sfondo, c’è da dirlo, una parte visiva non del tutto appagante. Anzi, nonostante ci siano ben 5 anni tra i due film, la sensazione è che il primo abbia una parte scenica molto superiore e questo come è facile capire, non può e non deve essere. Tale convinzione non riguarda solo gli effetti speciali in sè, ma proprio la preparazione agli eventi che cosi sono apparsi scolastici e soprattutto, poco ambiziosi. Ecco se proprio dovessi trovare una definizione per 28 settimane dopo è proprio l’essere stato poco ambizioso ed essersi cullato dopo un inizio fantastico sulle sicurezze di genere, convinto di raggiungere il risultato con il finale. E invece quest’ultimo non solo ha dato l’impressione di poca originalità ma ha creato ancora più dubbi rispetto all’inizio e questo per un film che non aveva in mente un continuo è un limite gigantesco.
Ultime righe sugli attori. Nessuno pienamente sufficiente nonostante un valore assoluto tutt’altro che basso. Purtroppo uno spartito povero e arrangiato difficilmente riesce a tirare fuori l’anima di un personaggio, anzi molto spesso ne affossa le attitudini.
Jonhdoe1978
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