
E cosi 28 settimane dopo non è mai esistito.
Dopo 23 anni e innumerevoli voci, l’accoppiata Danny Boyle e Alex Garland riprendono in mano il progetto 28 giorni e la prima cosa che fanno è, appunto, cancellare idealmente il sequel da loro si prodotto ma mai condiviso e/o avallato. 28 anni dopo, infatti, inizia dicendoci che il virus non si è mai mosso dall’Inghilterra (in 28 settimane dopo l’espansione in Europa e successivamente in ogni dove era invece cosa quasi fatta) e gli uomini rimasti vivi e in ovvia quarantena rispetto al mondo non hanno potuto fare altro che ricominciare, adattarsi e reinventarsi.
Credo che una premessa sia fondamentale. Se non l’avete visto dovete sapere che questo è il primo di una nuova trilogia. Ve lo dico perché stavolta (aggiungerei come al solito) sono stato cosi bravo ad evitare qualsiasi giudizio che non lo sapevo (e da quanto letto dopo ero uno dei pochi nel mondo) e mi sono parzialmente rovinato il finale. Essendo un percosso già deciso lungo tre film era ovvio che non poteva questo avere una conclusione, ma una cosa è saperlo e una cosa e trovarselo davanti essendo convinto che questa fosse la fine. Ammettendo che è un problema mio, è ovvio che il mio giudizio (una volta saputo) è passato da perché una storia cosi ricca di suspense, tensione, capacità narrativa e visiva doveva cadere in una fine cosi appesa a non vedo l’ora di saperne di più. E’ incredibile come una stessa cosa (ovviamente se ricca di qualche contenuto) possa avere un sapore diverso a seconda della prospettiva.
La prima ora di 28 anni dopo è una lezione gratuita su come girare e raccontare un thriller/horror. Il motivo? Semplice, se riesci a far tenere il fiato sospeso allo spettatore per quasi 40 minuti senza far succedere praticamente nulla, vuol dire che sei il padrone del tuo strumento e quindi uno che può solo insegnare. La seconda parte cambia completamente registro trasformandosi in una storia on the road che ha lo scopo principale di rendere gli zombie e il crollo del mondo per come lo conosciamo, una grande metafora. Sostanzialmente (e qui, nonostante non ci siano spoiler di sostanza, consiglio di fermarvi e poi riprenderla a visione fatta), a prescindere dal cambio drastico di condizione, gli uomini rimangono uomini e quindi con tutte le loro vulnerabilità, insicurezze, bontà e estremizzazioni. Certo, in un ambito apocalittico e di minaccia continua l’autoconservazione diventa la divinità con la quale convivere, ma la natura umana, sentimenti in primis, riesce a volte a non snaturarsi e a rimanere fedele a se stessa. L’esempio di questo messaggio cercato dall’accoppiata inglese la si ha nella scena che santifica la morte oltre la morte. Sostanzialmente, c’è un momento che 28 anni dopo si ferma e ci dice che la morte di qualcuno non è meno viscerale e tragica se intorno a noi ce n’è altrettanta. L’intimità del nostro io può rimanere intatto ed è poi il motivo per cui siamo senzienti e soggetti alla condivisione dei sentimenti e dell’emotività.
La costruzione degli infetti è strepitosa. Segue un originalissimo processo ascenzionale che ce li mostra da quelli striscianti e lentissimi a quelli altissimi e velocissimi passando per una razza di mezzo. La cosa interessante è che questa differenziazione non è solo fisica ma anche di comprensibilità della situazione e quindi di coscienza. L’intento evidente è quello di mostrare l’evoluzione dell’evoluzione, ed è un concetto giusto nel suo complesso tranne che nell’estremizzazione del neonato che forse ora ci fa storcere il naso e magari più in la diventa la chiave della verità e del successo.
Altra cosa mantenuta del primo capitolo e che ho sempre apprezzato è il modo di infezione. Il fatto che solo una goccia di sangue può essere letale (a differenza ad esempio di The Walking Dead) è molto attinente, a mio avviso, all’argomento e al suo fondamento. E’ quello (il sangue) l’elemento infetto ed è quindi lui che deve essere il protagonista a prescindere dal modo con cui se ne viene a contatto.
28 anni dopo utilizza anche lui la trama a gruppi di sopravvissuti, ma lo fa in maniera diversa. Non c’è una contrapposizione netta e in lotta (schema classico), ma più gruppi (o singoli) di persone che hanno deciso di adattarsi in maniera diversa, E’ come aver voluto ricreare uno schema uguale a come era prima dimensionato alle nuove regole, che per definizione sono molto più larghe di quelle “normali”. E questa è una scelta (almeno per il momento) azzeccatissima, se non altro perché non appiattisce (una relazione continua tra le parti lo farebbe) i rapporti e quindi li caratterizza maggiormente. Poi però non escludo che ci possa essere una sovversione dei fattori, ma questo lo sapremo più avanti.
Messi tutti questi elementi insieme è innegabile che questo film abbia una costruzione solidissima, una espressività emozionale e di tensione enorme e una comunicabilità visiva meravigliosa. Il problema, come ogni film a puntate, è contestualizzarlo nel progetto complessivo. Ora il fatto che la sceneggiatura sarà sempre di Alex Garland una piccola garanzia la da, ma il fatto già che il secondo film non sarò diretto da Boyle (il terzo probabilmente si) qualche dubbio me lo fa venire, Scrivere è bello e complicato, ma se non c’è la persona che ti ricrea quella tua idea in maniera convincente le cose si complicano maledettamente.
Per il momento non si può non consigliare un prodotto del genere, come detto i primi 40 minuti sono spettacolo puro, sia per gestione della trama che per pausa e accellerate visive e di contenuti. La valutazione è un sunto di quanto visto ma è ovvio, come spiegato poche righe fa, che il continuo potrà esaltare o sminuire questo capitolo, è evidente infatti che da sola la storia di 28 anni dopo non ha molto senso, è completamente incompleta e priva di della sua rotondità.
Non ci rimane che attendere.
Jonhdoe1978
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