
Ho passato 12 anni e 20 venti giorni, era infatti il 1 novembre 2010 quando fu trasmessa in Italia la prima puntata, a chiedermi come sarebbe potuto finire The Walking Dead. La domanda più che prettamente narrativa per me era con il tempo diventata filosofica riguardando più l’aspetto storico sociale/comportamentale degli effetti del passato, sentimenti in primis, sul presente che quelli in divenire. Questa attesa mi ha attanagliato sino a pochi minuti della fine dell’ultima puntata (o forse mi sono solo ingannato da solo) per poi perdere improvvisamente importanza.
I motivi di questo improvviso cambiamento di prospettiva sono sostanzialmente due, da qui inevitabile spoiler:
- Il percorso a volte è più sincero dell’arrivo
- The Walking Dead, per come l’ho vissuto io, non è finito.
Ad un certo punto, diciamo circa a metà di questa ultima puntata, il ricordo ha preso il sopravvento sulla visione trasportandomi in un mondo quasi sospeso nel quale film e vita sono diventate sia parallele che sovrapponibili. Ogni stagione della serie ha, infatti, scandito una stagione della mia vita e i miei capelli più grigi si sono mischiati sempre con quelli che piano piano sono comparsi su Rick e compagni. Improvvisamente quindi, e questa assurda condizione è innata nell’essere umano, tutto il bello (tanto all’inizio) e il brutto (abbastanza negli ultimi anni) si sono sovrapposti lasciando spazio solo al flusso dei pensieri. E’ come se l’attesa spasmodica dei primi anni si fosse irrazionalmente bilanciata con il lo vediamo per vedere come va a finire degli ultimi trasformandosi in un cofanetto intimo e prezioso nel quale perdersi nostalgicamente.
Detto questo, personalmente penso che The Walking Dead ha perso gran parte del suo cuore (e questo è una specie di trait d’union tra i due punti su citati) nella quinta puntata della nona stagione quando, in modo che a distanza di anni ancora non ho capito, è stato eliminato (come personaggio) Rick Grimes. E non regge la motivazione di aver voluto dare una sferzata alla storia perché Rick era la storia. Era il collante tra buio e luce, tra passato e possibilità, tra eroe e uomo e tra passato e presente. Ed era, ed è, la guida sicura per una qualche redenzione complessiva, l’ascia inconsolabile contro il tradimento e la mano del perdono per chi, come Negan, era, almeno sino a quel momento, imperdonabile e ingiustificabile.
Ma proprio questa scelta, a posteriori, ha permesso alla produzione di non sporcarsi le mani in un finale estremo lasciando ogni valutazione definitiva a data da destinarsi. Gli ultimi secondi dell’ultima puntata, dopo una parte interlocutori con un vediamo come va per ora tutto bene come protagonista, nel momento in cui compaiono Rick e Michonne, si trasformano, infatti, in un ponte che inevitabilmente coinvolgerà ancora una volta il mondo Walking Dead permettendo di fatto alla serie di continuare la sua storia. Tale nuova produzione, chiamata appunto Rick e Michonne, ha, infatti, non solo il compito di riportare in auge il personaggio ma di fatto, continuando quel discorso sul ricordo e sul percorso pocanzi detto, di rinviare il funerale morale che la fine di una storia del genere inevitabilmente comporta a tra un qualche tempo.
A conti fatti questo cuscinetto narrativo ha raggiunto il suo scopo, almeno per come l’ho vissuto io, riuscendo a trasformare un addio in un intrigante arrivederci.
E’ ovvio che questa scelta, gli ultimi minuti alla fine sono il trailer di quello che sarà, non può non influenzare il giudizio complessivo di tutta la serie che senza, bisogna essere onesti, sarebbe stato molto deludente. E’ vero che l’ormai consueto schema viaggio/cattivo/lotta/sopravvivenza aveva già dato il meglio di se molti anni prima, ma si poteva (mi viene in mente, forse per lo sfondo apocalittico, Ken il guerriero 2) dedicare qualche minuto in più a tutto il percorso e, perché no, a una specie di diario fotografico su quello che è stato. Le ultime otto puntate, tramite il racconto di Judith all’inizio di ognuna, hanno cercato di fare quanto appena detto ma solo, limitatamente quindi, ai personaggi ancora presenti e comunque non in maniera cosi viscerale e struggente come avrebbe dovuto. Parliamoci chiaro The Walking Dead non è solo il racconto di Zombie e sopravvissuti ma è il viaggio complessivo dell’uomo e dei suoi limiti. L’azzeramento totale dei ruoli è stato un modo per confermare tutte l’indole e le debolezze che abbiamo con una esaltazione, sia in positivo che in negativo, di quella che è la singola e personale attitudine. In casi come questi il giusto è ancora più giusto esattamente come lo sbagliato e l’errore sono ancora più neri e profondi. In questo contesto tutti i gesti diventano estremi e forse irrazionali, con un noi tanto necessario quanto forzato. Le scelte, almeno per un lungo tratto della storia, sono state infatti, relative e le condizioni create la diretta conseguenza degli avvenimenti e non della volontà. Quest’ultima esce dopo e spesso, di nuovo e di nuovo, grazie all’uomo con la pistola (immagine diventata tanto bella quanto iconica).
Andrew Lincolm non è un grande attore, ma nessun altro, a mio avviso, avrebbe potuto fare Rick Grimes. Le sue imprecisioni e la sua convinzione, da un certo punto in poi, di essere forte hanno reso il personaggio quello che è e che probabilmente non doveva. In pratica la sensazione è che alla fine, esattamente come Daryl (Norman Reedus) e in parte Negan (Jeffrey Dean Morgan), è stato l’attore ha definire il personaggio al di la del copione e dell’idea iniziale. E questo, almeno per me, è un immenso e straordinario merito.
Di solito quando finisce una serie cosi lunga e intensa il senso dell’abbandono e del mancamento, al di la della lucida valutazione oggettiva, è fortissimo e non ti lascia se non, se va bene, dopo alcuni giorni. In questo caso è tutto diverso e la voglia di riabbracciare Rick e la sua lotta interiore ed esteriore di affrontare il mondo e i suoi nuovi confini è quasi forte quanto, appunto, l’inevitabile tristezza. E questo anche partendo dalla considerazione che non escludo, anzi credo, che molti dei personaggi di questa serie in qualche modo ritorneranno con tanto di tuffo nostalgico al passato.
Il voto che seguirà, quindi, sarà molto viziato sia da questa componente emotiva, in pratica è come se fosse finita l’undicesima stagione con tanto di rinvio per il giudizio finale, che dall’enormità della serie per almeno sette stagioni (io propenderei per otto). Questo, e giusto segnalarlo, non giustifica, se non in rarissime eccezioni (qualche momento rimane poesia come l’ultima puntata della decina stagione sulla storia di Negan), la mediocrità delle rimanenti tre stagioni che danno più l’impressione, anche per l’eccessiva durata, più di un tirare a campare che un continuare a raccontare e stupire.
I pesi della bilancia però, come spesso accade e considerando che questa serie ha di fatto ridisegnato un intero genere anni dopo Romero, seguono si la tecnica e la scrittura ma soprattutto la capacità di trasmettere l’anima e il cuore e The Walking Dead per tante e tante volte ci è riuscita divinamente.
Jonhdoe1978
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