
La parola remake mi ha sempre lasciato perplesso, l’ho quasi sempre spontaneamente associata a qualcosa di sbagliato, di già visto, già sentito, già scritto, e questo a prescindere da quanto sentissi vicino l’opera oggetto di rifacimento.
Siamo nell’anno 2012, l’intero pianeta è stato sconvolto dal diffondersi di una terribile epidemia, dovuta dall’espandersi di un virus modificato geneticamente (che aveva lo scopo iniziale di curare il cancro) e che ha causato la morte o la trasformazione di ogni uomo in esseri aggressivi e feroci, assimilabili per comportamento ai vampiri. Il virologo militare Robert Neville (Will Smith) risulta apparentemente l’ultimo uomo sulla terra e passa il giorno in cerca di cibo e rifornimenti e la notte, per nascondersi dagli infetti, barricato nella sua abitazione/laboratorio alla ricerca di una cura.
Facendo seguito a quanto detto all’inizio, il remake è dallo spettatore tanto meno accettato quanto più ha un coinvolgimento emotivo e/o sentimentale con l’opera originale, rigettando visivamente e sonoramente un sfondo diverso da quello che conosce e a cui è legato. Nel caso di Io sono Leggenda questo tipo di approccio non può essere applicato completamente, in quanto, è si il terzo rifacimento cinematografico dell’omonimo romanzo di Richard Matheson, dopo L’ultimo uomo sulla Terra del 1964 e 1975: Occhi bianchi sulla Terra, ma a parte la comune premessa, lo sviluppo e la conclusione sono molto diversi, e questo non solo fra il film in oggetto e gli altri ma anche fra questi ultimi e il libro.
Francis Lawrence è autore di un film potente e delicato che ha l’ambizione di unire tutti i punti della paura più grande che l’uomo ha da sempre: la solitudine, intesa nel suo senso più estremo. L’inferno desolato e apocalittico che fa da cornice al film, rende perfettamente la sofferenza della mancanza di un contatto, di una parola, di uno sguardo e di quanto i ricordi, cosi come i rimpianti, ampliati al massimo dal contesto possono colpire duro. Ogni gesto viene amplificato, rivalutato, capito nella sua semplicità e che assume un significato diverso ogni volta, legato, soprattutto, a quell’estrema scintilla a cui l’uomo non potrà mai rinunciare: la speranza. Questo percorso è fatto simbolicamente con Sam (Samantha), il suo cane, o meglio il cane della figlia, a cui Robert si aggrappa in ogni momento e a cui succhia e dona energia continuamente e sempre con maggiore forza, regalando al film una doppia visuale che a tratti, splendentemente, si sovrappone.
E credo sia inevitabile che il punto più alto, il più emotivamente coinvolgente di tutta la pellicola sia nel momento in cui Sam, non immune come il suo compagno di solitudine, viene infettato e quindi, ucciso dallo stesso Robert in un ultimo interminabile abbraccio verso l’amico e soprattutto verso quel che rimane di se stesso. Questo è il momento in cui i pezzi non possono più essere ricomposti, dove la logica sprofonda insieme all’estrema consapevolezza di non avere davvero più nulla e di come la restante piccola fiammella cosi disperatamente difesa fosse stata portata via. Personalmente penso che il film si sia chiuso in questa scena, il proseguo è stato un susseguirsi di forzature e soprattutto di sviluppi veloci e superficiali. Ci torneremo.
Discorso obbligato per Will Smith, sicuramente nel suo periodo d’oro: non è mai stato cosi impetuoso e scintillante come in questo film che reputo senza troppa difficoltà, come la sua prova più difficile. Non è facile fare il One Man Show, e in questo caso nel vero senso del termine, per quasi l’intera durata della pellicola. Il risultato finale, soprattutto su un’opera che si basa principalmente sulle sensazioni, dipende esclusivamente da quello che trasmetti e lui è riuscito anche nelle scene dove era più facile immedesimarsi, come ad esempio quando parla con il manichino nell’onda emotiva post Sam, a trovare un equilibrio perfetto, una delicatezza assordante e graffiante.
Credo fermamente che questo film abbia perso una grande occasione per entrare nell’elite del cinema, sia di genere che non. Come dicevo poc’anzi, all’improvviso e senza nessuna giustificazione tutta la storia ha subito un’improvvisa accelerata che ha portato in pochi minuti, non solo, a cambiare completamente le dinamiche della vicenda ma a portarla addirittura alla conclusione. L’inserimento delle due nuove figure, Anna e Ethan, è stato brutale e gestito sin da subito con troppa leggerezza, tranne che in quel breve intenso dialogo tra lei e Robert riguardo al nefasto effetto dell’epidemia. La scoperta dell’esistenza di un nuovo presidio, con tutte le implicazioni del caso, doveva essere trattata con più irruenza e allo stesso tempo con più calma, dando il tempo allo spettatore di assimilare una nuova prospettiva e sviluppo, e non catapultarlo immediatamente all’epilogo.
Anche quest’ultimo non l’ho percepito come la giusta conclusione di un percorso, è netta in me la sensazione che ci sarebbe stato ancora da dire, approfondire, scendere ancora di più nell’animo di Robert mischiando i suoi demoni con quelli reali e vedere come avrebbe continuato a combatterli entrambi.
Corretta, invece, la fine scelta rispetto a quella alternativa, quest’ultima non avrebbe avuto senso con il taglio scelto della storia, anche se il suo ultimo estremo sacrificio a difesa di una nuova speranza cosi come rappresentata, avrebbe, comunque, meritato una maggiore attenzione… come fosse un arcobaleno dopo il Diluvio Universale.
Jonhdoe1978
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