
Nel pieno della febbre di remake e revival horror dei primi anni del millennio, La maschera di cera arriva con un titolo che promette molto più legame con il passato di quanto il film realmente possieda.
Quello diretto da Jaume Collet-Serra è infatti un rifacimento soltanto nominale del classico del 1953 con Vincent Price, a sua volta debitore del Mystery of the Wax Museum del 1933. Il vero modello è piuttosto il survival horror americano post – Non aprite quella porta: giovani belli, provincia dimenticata, famiglie degeneri, isolamento, sangue e una progressiva discesa nell’inferno.
Sei ragazzi diretti a una partita di football decidono di passare la notte accampati in aperta campagna. Al mattino una delle automobili è misteriosamente inutilizzabile e Carly Jones (Elisha Cuthbert) e Wade Felton (Jared Padalecki) si dirigono verso Ambrose, minuscola cittadina che sembra non comparire neppure sulle mappe. Al centro del paese sorge un enorme museo delle cere. Le statue, naturalmente, sono fin troppo realistiche.

Quanto a originalità, c’è poco da difendere. La sceneggiatura procede accumulando cliché, comportamenti irrazionali e personaggi modellati secondo il prontuario del teen horror: la ragazza responsabile, il fratello ribelle, il fidanzato, la coppia più sessualizzata, l’amico con la videocamera, e così via… Collet-Serra impiega inoltre parecchio tempo prima di mettere realmente in moto l’orrore, costringendo la prima parte a una successione di dialoghi e dinamiche adolescenziali scarsamente memorabili.
Quando però il film raggiunge Ambrose cambia passo. La cittadina fantasma è la sua intuizione migliore e la scenografia di Graham “Grace” Walker, Brian Edmonds e Beverley Dunn diventa quasi più importante dei protagonisti. Strade immobili, negozi deserti, chiesa, cinema e, soprattutto il museo, costruiscono un piccolo parco giochi macabro in cui esseri umani e manichini diventano progressivamente indistinguibili.

Non mancano riferimenti cinefili: la casa che richiama Psycho di Alfred Hitchcock, il cinema nel quale continua a essere proiettato Che fine ha fatto Baby Jane? di Robert Aldrich, l’immaginario dello slasher rurale e, naturalmente, tutta la tradizione delle figure umane trasformate in sculture.
È qui che il regista catalano mostra le qualità che svilupperà successivamente: buona gestione dello spazio, gusto per l’immagine forte e una certa cattiveria nelle sequenze più fisiche. L’inceratura delle vittime ancora vive, le dita mozzate e alcune morti particolarmente elaborate spostano il film verso uno splatter sorprendentemente aggressivo per un prodotto tanto patinato.
Anche l’eliminazione di Paris Hilton (presenza perfettamente coerente con l’estetica pop e mediatica dell’epoca) è costruita con una crudeltà quasi programmatica.

La Cuthbert e Chad Michael Murray (nei panni di suo fratello gemello Nick) svolgono dignitosamente il compito di protagonisti, mentre il resto del cast rimane sostanzialmente prigioniero delle funzioni assegnate dalla sceneggiatura. Più interessante sarebbe stato approfondire il parallelismo tra le due coppie di gemelli, Carly e Nick da una parte e Vincent e Bo Sinclair (entrambi interpretati da Brian Van Holt) dall’altra: vittima e carnefice, figlio “buono” e figlio “cattivo”, identità modellate anche dallo sguardo dei genitori. Il film suggerisce questa simmetria, ma non la sviluppa davvero.
A riscattare parecchio arriva soprattutto il finale. La gigantesca casa di cera che comincia letteralmente a sciogliersi, con pareti deformate, pavimenti cedevoli e corpi inglobati nella materia, offre al film una chiusura spettacolare e visivamente memorabile. È il momento in cui l’idea produttiva smette finalmente di essere semplice decorazione e diventa cinema dell’orrore concreto, tattile… quasi liquido.

Prodotto dalla Dark Castle di Joel Silver e Robert Zemeckis, La maschera di cera resta comunque figlio del proprio tempo: patinato, derivativo, popolato da volti televisivi e accompagnato da un’estetica molto MTV, tra John Ottman e una colonna sonora che passa dai Deftones e Marilyn Manson agli Stooges e agli Interpol.
Non reinventa nulla e spesso confonde tensione con violenza grafica, ma possiede ritmo, scenografie notevoli e una seconda metà decisamente più divertente della prima.
Un teen horror convenzionale, quindi, ma abbastanza feroce e visivamente inventivo da meritare qualcosa in più della semplice liquidazione come remake senz’anima.
Alessandrocon2esse
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