
Partirei da Alejandro González Iñárritu e non per pura forma cronologica/stilistica quanto per assecondare il mio primo pensiero mentre uscivo dalla sala.
La partenza di carriera del regista messicano è stata esplosiva con l’accoppiata Amores Perros e 21 grmmi che ha regalato momenti intensi e di grande cinema. Grandezza in parte confermata in Babel e Biutiful e ritornata con prepotenza assordante con Birdman. L’anno dopo (2016) è stato il turno di Revenant e io sono di quelli a cui il film ha solo sorvolato l’anima e non affossato come poi premi e critica hanno giudicato, nonostante una fotografia (ma Emmanuel Lubezki fa un altro sport) meravigliosa. Tralasciando Bardo, quindi, erano 10 anni che Iñárritu non si presentava di nuovo al grande pubblico e credo, ed ecco qui il motivo di questa premessa, che qualcosa nel frattempo sia cambiata (non ho ancora detto peggiorato!!). Quella che vediamo in Digger è un’esposizione diversa dal passato e con un tono/accento nuovo e che evidentemente non avevamo mai visto. E non solo, c’è anche una complessità differente ed è necessario un’attenzione e una capacità di cogliere momenti e intenzioni più marcata sia per il cinema in generale che proprio nello specifico delle opere del regista.
La trama è bilaterale e tende ad omaggiare grandi opere del passato, vedi Citazen Kane e Il Dottor Stranamore, ma lo fa comunque con una sua originalità e un suo modo. Se uno riesce, e io l’ho fatto, a non sapere proprio nulla della storia (non accennerò minimante alla trama, sarebbe solo spoiler gratuito) dopo un po’ rimane comunque spiazzato e questo è, dal mio punto di vista, una grande nota di merito. La dialettica è tagliente e si passa dalla satira alla commedia passando al drammatico con una semplicità impressionante, cosa che conferma una grande capacità degli autori. Ci sono momenti di ilarità pura nella quale però si palesa un acume e abilità di sintesi fuori dal comune se non altro per il modo di inserirla nel contesto degli eventi.
Anche la morale, evidentemente pomposa, nasconde dal mio punto di vista tante piccole sottotrame emotive che tendono però, e veniamo ai limiti del film, a sgonfiare la parte principale soprattutto nell’ultima parte nella quale a mio avviso c’è troppa roba dentro. Cerco di spiegarmi. Le varie motivazione, maschere, intenzione personali si sommano all’improvviso con quelle di tutti e qui la cosa si riempie troppo non lasciando più spazio ai singoli pensieri. Sostanzialmente la mente si riempie (devo ripeterrmi) e le sensazioni diventano “un po’ di tutto” e questo quando si devono tirare i fili non è sempre soddisfacente. Iñárritu è voluto passare dal tutti all’uno continuamente cercando di dare un parametro per poi giocarci sopra ma proprio questo gioco ha portato a un ibrido che per carità rende l’idea ma non definisci con dovizia tutte le frecce messe nell’arco. In pratica, la foto dell’umanità e quella dell’uomo preso ad esempio differiscono troppo e questo anche quando ha tentato di normalizzare la questione (parliamo sempre di personaggio estremi).
Anche la fine (e chi lo ha visto sa di cosa parlo) è stata fioca rispetto all’intenzione e avrebbe meritato un impatto come se non più devastante della sua premessa.
Una cosa invece, insindacabile è la prova degli attori, Tom Cruise e John Goodman su tutti. Cruise credo che sia all’interpretazione della vita per intensità, capacità camaleontica e adattamento all’esigenza del film. Passa dall’ironico/grottesco al drammatico con impressionante capacità dando perennemente l’impressione di essere ben saldo al timone del personaggio. Senza dubbi meriterebbe uno o più riconoscimenti. Delle capacità di Goodman in certi ruoli invece, ne avevamo già prova e qui ce né solo l’esaltazione. Ci sono un paio di monologhi da illusionista da teatro, per movenze, cadenze, tempi e trasformismo visivo e di approccio.
Avviandoci alla conclusione, veniamo alla piccola questione lasciata in sospeso e cioè sulla diversità di Iñárritu. Pur riconoscendo i meriti per un’opera complessa e ambiziosa, e parzialmente riuscita, io lo preferisco nettamente nel contesto dei suoi primi lavori. La mano, per carità, rimane solida e illuminata ma nel complesso la gestione malinconica/drammatica gli si addice di più. Digger non è che sia una commedia, è una maschera di commedia, ma di certo il taglio e l’evoluzione vogliono e tendono a giocare di più e quindi ad avere un altro tipo di versione narrativa. La cosa paradossale, a conferma di quanto detto, è che le parti che funzionano maggiormente sono le parti satiriche e grottesche più estreme e quelle che lo sono di meno, appunto, quelle tendenti al serio/drammatico. Un evidente cambio di gestione.
Chiudendo Digger non è un film per tutti (ovviamente concettualmente per applicazione e didascalia) e di certo non il migliore di Iñárritu. Questo non esclude che alla fine la sostanza c’è e che l’idea ti arriva anche oltre la singola visione. Ad alzare la valutazione, ripetendomi, alcuni monologhi travolgenti, una fotografia (sempre Emmanuel Lubezki) ineccepibile e una prova di Cruise tra sbrabburzarsi gli occhi.
Jonhdoe1978






















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