
TITOLI DI TESTA: cieco ma non troppo
TRAMA: c’è stato un periodo nei primi anni Duemila in cui Hollywood pensava che bastasse mette un tizio vestito de gomma, due effetti speciali e una colonna sonora rock per tirà fuori un cinecomic. E così nel 2003 arriva Daredevil, con Ben Affleck, che evidentemente dopo aver letto er copione ha deciso che pe interpretà un cieco la cosa migliore fosse guardà sempre nel vuoto co’ la faccia de uno che ha appena scoperto che je so’ scaduti i punti della Conad.
Matt Murdock è un avvocato cieco che di giorno difende i poveracci e de notte mena come un fabbro. Da bambino viene investito da un camion de sostanze radioattive, perché a New York evidentemente pure l’immondizia te aggredisce, e perde la vista. In compenso sviluppa gli altri sensi a livelli talmente assurdi che riesce a sentì uno che scorreggia a tre isolati de distanza (roba che io non sento manco la sveglia sul comodino).
Il padre, un pugile chiamato Battlin’ Jack, cerca de insegnaje a menà senza diventà un criminale, ma viene ammazzato dalla mafia. Matt cresce, diventa avvocato e decide de risolve er problema della criminalità prendendo a calci in faccia chiunque je capiti a tiro (quando li pija). La giustizia americana, praticamente, ma co’ più capriole.
Poi arriva Elektra, Jennifer Garner, una che c’ha talmente tanta voglia de menà che se presenta agli appuntamenti sentimentali co’ du’ spade infilate nella borsetta. Matt se innamora, lei scopre che è Daredevil e la situazione sentimentale diventa più complicata de un divorzio con tre mutui.
Nel frattempo c’è Kingpin, interpretato da Michael Clarke Duncan, un armadio a sei ante che gestisce tutta la criminalità di New York. Un uomo così grosso che quando entra in una stanza bisogna aggiornà la metratura. Al suo servizio c’è Bullseye, Colin Farrell sotto chetamina, o meglio, un assassino psicopatico che ammazza la gente tirandoje praticamente qualsiasi oggetto: graffette, stuzzicadenti, noccioline, caccole. Se je casca un capello, probabilmente lo usa come proiettile ma nun c’è riesco perché è pelato. C’ha pure un bersaglio disegnato sulla fronte, perché evidentemente il reparto trucco voleva fa’ capire pure ai distratti chi fosse il cattivo.
E niente, tra combattimenti sui tetti, confessioni romantiche, chiese, pioggia, musica rock e gente che vola da un palazzo all’altro, Matt deve fermare Kingpin e vendicare Elektra che stira le zampe, mentre Bullseye continua a lanciare posate come se stesse apparecchiando la tavola pe Satana.
Il problema è che ogni scena sembra uscita da un videogioco per la PlayStation 2 e ogni dialogo è scritto da uno che pensa che i supereroi parlino esclusivamente per frasi a effetto. E poi c’è Ben Affleck, che mena, salta, corre, fa il fenomeno e c’ha sempre quella faccia che…che certe volte pare Riccardo Scamarcio
TITOLI DI CODA: il problema di Daredevil è che arriva da un’epoca in cui Hollywood cercava di trasformare i fumetti in prodotti spettacolari per un pubblico il più ampio possibile, sacrificando spesso proprio ciò che li rendeva interessanti. Il film di Mark Steven Johnson riduce un personaggio tormentato a un eroe romantico, atletico e tormentato solo dalla necessità di fare bella figura durante i combattimenti. La violenza è stilizzata, il dolore diventa un pretesto narrativo e la morale si perde tra videoclip, ralenti e coreografie.
Il confronto con il Daredevil di Frank Miller è impietoso. Miller aveva portato nelle storie del personaggio un immaginario cupo, una dimensione pulp e un conflitto morale in cui fede, colpa, giustizia e vendetta si contaminavano continuamente. Matt Murdock non era semplicemente un avvocato che di notte menava i cattivi: era un uomo che rischiava di diventare ciò che combatteva, incapace di separare completamente la propria fede dalla propria violenza. Qui, invece, tutto viene semplificato e confezionato per risultare immediato e per vende qualche pupazzo. Kingpin è il boss cattivo, Bullseye è il pazzo, Elektra è l’amore perduto e Daredevil è l’eroe che deve sistemare le cose. Cosi eccoci davanti a un film che non ha compreso fino in fondo la complessità del materiale da cui proviene.
EXTRA: nulla da aggiungere perché a guardarlo ne risente la vista.
Mklane






















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