
Qualche tempo fa durante una discussione sui lavori di Nolan, inevitabilmente il discorso è caduto su Interstellar. Tra le varie divagazioni è uscito il paragone con Sunshine ed è stato il momento che dopo un accenno quasi sofferente mi sono defilato. Sono convinto che tale assimilazione non solo sia priva di fondamento ma che sia deleteria proprio per il prodotto di Danny Boyle/Alex Garland.
I due film (e qui mi fermerò su qualsiasi paragone) hanno un incipit diverso, uno sviluppo diverso, una struttura evolutiva diversa, un’intenzione diversa e una finalità/moralità diversa. L’unica cosa che li accomuna, che poi vale per decine e decine di altri film, è che la vita sul pianeta è a rischio.
Siamo nel 2057 e il Sole sta perdendo la sua energia e con essa anche quella del genere umano, destinato senza, all’estinzione. Per salvare la situazione vengono mandati nello spazio alcune persone allo scopo di dare una scossa al Sole stesso e quindi a riportarlo a funzionare al 100%.
La storia parte a missione iniziata e tutte le premesse sul perché o il per come queste persone si trovino qui lo sappiamo sui loro dialoghi e sulle loro spiegazioni. Tale scelta credo anzi sono abbastanza convinto, sia servita a Garland per snellire tutta la trama ed evitare di entrare in un processo ante missione lunghissimo e che per definizione può essere pericoloso. E se questo è vero, lo è altrettanto che per far reggere questa “semplificazione” serviva una gestione molto attenta sulla creazione, appunto, dello sfondo di partenza, senza però tralasciare lo sviluppo dei personaggi e le singole dinamiche di viaggio. Se tento di unire questi puntini, nonostante la sicurezza dell’ottimo lavoro, la mia sensazione è che qualche cosa in questo trilatero si sia perso soprattutto in termini di chiarezza. Per carità, ci troviamo sempre in un ambito di quasi finzione ma una delle cose che deve sempre reggere per storie del genere è una fruibilità non dico immediata ma molto, molto facile. Qui questa scorrevolezza, almeno all’inizio, in parte manca.
Superato questo momento, non durato molto al dire il vero, la storia prende aria e tutto diventa più avvolgente, più vicino. Si cominciano a intersecare gli eventi (passati e presenti) anche oltre il semplice senso del salvataggio che piano piano da preminente diventa parallelo. Quello che entra in ballo, infatti, è l’indole stessa dell’uomo comprensivo delle sue paure e sulla necessità di percepire sempre qualcosa di immortale e/o superiore. Il grande limite dell’uomo e per certi versi anche la sua forza, infatti, è quella di non riuscire praticamente mai ad accettare la sua vulnerabilità e questo a 360 gradi. Abbiamo sempre bisogna di un portale superiore che ci porti a credere e pensare che l’evoluzione non sia tutta la e che ci sia sempre un passo in più da scalare verso il miglioramento e la perfezione. Tale contesto però e giustamente, non vieta a Boyle/Garland di approfondire anche i sentimenti più stringenti e quindi l’amore generale, il senso del dovere e l’abnegazione al sacrificio. Quello che fanno, infatti, è il paragone di non escludere l’uno e l’altro e la cosa alla fine riesce.
A livello puramente tecnico/visivo (siamo sempre nel 2007) la seconda parte è qualcosa di grandioso con all’apice, evidentemente, gli ultimi minuti anche grazie a una colonna sonora che annichilisce e ti fa vibrare anima e corpo. Gli ultimi secondi sono veramente un gioiello e riescono davvero a racchiudere il senso più materiale dell’uomo a quello esistenziale e illuminato. Quello che vede Capa (un buon Chilian Murphy e da qui spoiler) alla fine non si sa se sia qualcosa di vero o solo, versione verso la quale io propendo, l’ultima infinita immagine di una persona che sta per morire. Come sappiamo, o meglio come ci dicono, nei secondi primi di andarcene la mente perde i riferimenti e trova e vede tutto quello che c’è nell’inconscio e da li partono le immagini. Si trova la pace in quel momento? Non lo so nel generale ma nel caso del nostro protagonista sicuramente si. La sensazione è che sia in qualche modo tornato all’origine e quindi all’essenza stessa di quello che era. Un po’ come successo al comandante Pinbacker ma, evidentemente, con un’altra finalità e approccio.
A livello di attori il film non ci regala chissà che, è più una prova corale. Detto questo, mi piace dare però un merito a Chris Evans, attore che non mi è mai piaciuto e che ho sempre trovato al massimo sufficiente anche nei ruoli più iconici e cuciti su di lui.
Sunshine non è un film semplice e non credo l’abbia voluto mai essere. Boyle/Garland hanno voluto mettere in ballo molti elementi riuscendo alla fine a definirli tutti, almeno per come li avevano loro in mente. Da appassionato di fantascienza, però, non metto Sunshine decisamente tra i miei preferiti nonostante non posso non aver apprezzato molte cose, visivamente in primis. Quello che mi è mancato è l’anima definitiva nonostante sia innegabile l’intenzione e la voglia di rendere tutto qualcosa più di onirico che ti puro salvataggio. Insomma, un buon prodotto ma che non è riuscito a dare eco alla mia sete di possibilità, paure e sogni legato allo spazio e all’infinito.
Jonhdoe1978























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