
Almeno una volta nella vita, ognuno di noi, ha alzato lo sguardo verso il cielo alla ricerca di un segno, una traccia, un’ispirazione o semplicemente per trovare i contorni di un sogno e rendere eterno un determinato momento.
Joseph Cooper (Matthew McConaughey) è un ingegnere nonché ex-pilota della NASA che ora si occupa della fattoria della sua famiglia insieme ai suoi due figli piccoli, Murph (Mackenzie Foy) e Tom (Timothée Chalamet). La vita si trascina con difficoltà, dovute all’ imminente inabilità del nostro pianeta, ormai climaticamente instabile e vicino al collasso irreversibile. In uno dei tanti fenomeni innaturali, quali le frequenti tempeste di sabbia, nella stanza di Murph, straordinaria matematica nonostante l’età, compaiono delle strane linee che altro non sono che delle coordinate in binario di un luogo misterioso. Tale luogo si dimostra essere un posto segreto dove la NASA sta cercando un nuovo mondo dove trasferire tutti i suoi abitanti, altrimenti destinati all’estinzione. Il Professor Brand (Michael Caine) a capo di tale settore, chiede a Cooper se è disposto a partire alla ricerca di tale nuovo mondo circoscritto, da anni di missioni, a tre possibili alternative, comunque distanti dalla Terra. Cooper accetta.
Christopher Nolan e Jonathan Nolan, una sera hanno aperto la finestra, hanno preso una penna ciascuno è hanno cominciato a dipingere il cielo con tante linee quante sono le stelle dell’universo conosciuto per poi continuare con una linea più grande che puntava verso l’ignoto. In quell’istante è nato Interstellar.
Quello di cui parliamo è un film d’amore travestito da un film di fantascienza attraverso un viaggio con se stesso e per se stesso contro le barriere conosciute del tempo. Quest’ultimo è un concetto comune a ogni opera del genere, ma quello che hanno fatto i fratelli Nolan è stravolgere completamente, il suo modo di essere percepito, trasformandolo in un qualcosa di modificabile e malleabile. La quarta dimensione prende vita e quello che è da sempre un nostro nemico, diventa l’alleato più fedele, il compagno che riesce a trasformare in realtà un sogno. L’orologio fisico e mentale si ferma, sconvolgendo con i suoi incastri, i nostri limiti genetici e questo attraverso l’unica grande arma del genere umano: l’Amore. Quest’ultimo è inteso nel suo significato più puro, come quel filo invisibile che unisce due persone a prescindere dalla distanza, dal silenzio, dagli anni e dalle parole, dette e non dette. E questo assunto, per quanto spinto in quella direzione, non si riferisce solo al rapporto tra Cooper e Murph, ma ai rapporti in genere, confermato dal viaggio finale del nostro protagonista verso Amelia (Anne Hathaway), baluardo silente del suo cuore.
Interstellar è un enorme grido di speranza e di incoraggiamento ad avere fiducia, che c’è sempre una possibilità, un piccolo motivo per aggrapparsi con tutto se stesso alla vita ed alle altre persone e questo nonostante le bugie e gli imprevisti che possono accadere. Il viaggio di Cooper è come se fosse una seconda esistenza, contornata dalla fede di ottenere un qualcosa di straordinario combattuto tra la sua famiglia e il genere umano. I momenti in cui vede attraverso i video la crescita dei suoi figli lasciati, Tom (Casey Affleck) e Murph (Jessica Chastain) è quanto più in contrasto con l’immensità che scorge la fuori: un piccolo schermo che diventa tutto, un angolo enorme di cuore che si espande al di la delle innumerevoli luci che costantemente lo abbagliano. In questo il percorso di Cooper diventa doppio, come se fosse legato da due corde che contemporaneamente lo tirano da due parte opposte, lacerandolo lentamente. La cura o meglio, la piccola medicazione la trova nella silenziosa e lenta unione che trova con Amelia, in un’evoluzione dei rapporti ancora una volta, in contrasto con il tempo: lento nonostante la velocità con cui i due hanno vissuto l’accellerazione temporale del Wormhole e dei buchi neri.
Da molte parti si è paragonato Interstellar a 2001: Odissea nello spazio, non trovando, a mio avviso, nessun punto di contatto se non nella parte mistica dei racconti. In entrambi c’è lo sminuire o il non considerare la possibilità di un Dio, almeno per come lo conosciamo noi. Anzi c’è proprio uno sdoganamento totale, rappresentato nel caso specifico dall’evoluzione estremo dell’uomo: le persone che conducono Cooper nel cubo quadrimensionale siamo proprio noi evoluti, intenti a salvare il nostro io attraverso, appunto, la curvatura del tempo e la possibilità di appiattirlo a nostro piacimento. La stanza di Murph diventa per un momento, il centro dell’universo, un’infinità infinita di momenti sfalzati di pochi attimi, in cui circoscrivere le diverse possibilità, che diventano una sola nell’istante in cui passato, presente e futuro si ritrovano dentro le lancette di un orologio. In quel momento la stanza si spande come per ricreare un nuovo universo, delle nuove dinamiche su cui ricreare la vita, con al centro un cuore con contemporaneamente delle vecchie e nuove fattezze.
Matthew McConaughey sfiora la perfezione, il suo Cooper è assolutamente quello che dovrebbe essere, sicuro, impavido e a tratti, fragile. Doveva mischiare l’indiscutibile sicurezza di chi ha in mano una navicella spaziale con la tenerezza di chi si trascina un cuore scoperto in ogni attimo. Ma tutto il cast è risultato all’altezza quasi che fossero diventati un tutt’uno con l’idea originale, come se davvero avessero fatto quel viaggio lungo quanto indispensabile alla ricerca di vita e di una nuova casa.
Intestellar non è un film fatto per avere mezze misure, o lo si ritiene un capolavoro o una pellicola piena di incongruenze. Dal mio punto di vista, è pure poesia, una danza lenta e inesorabile che ti culla dal primo all’ultimo minuto. Riesce in egual misura a farti sentire grande quanto piccolo davanti a un firmamento incontaminato dove ogni stella diventa il momento per fare i conti con te stesso. L’immensità scenica usata da Nolan, insieme allo splendido silenzio delle scene all’aperto, si mischia all’enorme carezza che l’orizzonte infinito ti da, avvolgendoti come un qualcosa che ti vuole proteggere. E poi, ed è qui che secondo me, lo rende il miglior film (al momento) di sempre del genere, è riuscito a sfidare le leggi fisiche della gravità sulla quale il tempo, che da sempre considero sopravvaluto, si regge. L’ha spogliato della sua accezione terrena, vestendolo di quello che realmente è: una dimensione, un piano sul quale sorreggersi, non poggiarsi. E che, come detto, si è dovuto piegare all’unica vera ragione per la quale ogni secondo apriamo i polmoni prendendo ogni volta, nuova linfa: l’Amore. Quella sensazione improvvisa e costante, che probabilmente noi chiamiamo Dio e che altro non è che il prolungarsi della nostra sensibilità, l’estremo gesto di un abbraccio infinito tra due persone, tra cielo e terra, tra pensato e creato, tra necessario e intimo.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento