
Ogni uomo ha innata dentro di sé una piccola voce che si chiama coscienza, quello che varia è quanto questa influenzi scelte, comportamenti e decisioni.
E’ l’alba del 29 Ottobre del 1929, il giorno che tutti conoscono come il Big Crash, il martedi nero. La borsa di New York è crollata e con essa tutti i beni, puliti, della famiglia Shelby. Thomas (Cillian Murphy) convoca immediatamente un consiglio straordinario per fare il punto della situazione e decidere le strategie future.
Al termine della quarta stagione l’impressione era che Thomas Shelby fosse riuscito a contenere i fantasmi del suo passato, trovando un equilibrio almeno apparente, che potesse permettergli di gestire tutto il potere crescente che stava ottenendo. Quello che invece, a distanza di anni, ritroviamo è un uomo provato, chiuso nelle maglie dei suoi pensieri e soprattutto profondamente solo.
Peaky Blinders in questa quinta stagione fa un salto temporale importante e ci si mette un po’ di più rispetto al solito, a riprendere in mano completamente, tutti i fili del discorso. L’immagine iniziale che ne consegue comunque, come appena detto, è che per il nostro protagonista non siano stati anni facili, rinchiuso in quella duplice veste di tiranno inflessibile e persona legate a dei valori. Questa dicotomia interiore di Thomas è stato un elemento fondamentale per tutta la serie, una cosa su cui sviluppare tutte le vicende, un modo per raccontare l’infinito contrasto tra buio e luce, tra bianco e nero, con una linea grigia che è riuscito a trovare solo quando aveva Grace accanto. Una Grace che Thomas non ha mai lasciato andare e che ora, nel pieno del suo tracollo emotivo, ritrova costantemente sotto forma di richiamo a riunirsi a Lei, cosa che, come linea di principio, ha come unico dubbio solo il quando. Mostrarla fisicamente a mio avviso, è stato geniale, un rendere materiale con tutta la sua irruenza, quel piccolo guscio etereo in cui Thomas l’ha sempre conservata e accarezzata, e a cui ciclicamente ha sempre fatto ritorno.
Il declino della famiglia cosi per come è raccontato, parte da questo, dalle debolezze sempre più consistenti del suo capo (mai cosi spesso ubriaco), dalla perdita di quella lucidità che nel bene o nel male lo ha sempre contraddistinto, riuscendo a fargli trovare ogni volta, la soluzione a ogni problema. Le cose sembrano sfuggirgli spesso di mano, oscurato psicologicamente da Oswald Mosley (un ottimo Sam Claflin), prima personalità che non riesce a contrastare sino in fondo e che sembra stare sempre un passo avanti a lui.
L’entrata in scena dello stesso Mosley segna, però, per la prima volta, l’esternazione a tutti, dei valori che ha voluto sempre celare, quasi fossero dei punti deboli da non mostrare al nemico. Il contrastarlo per Thomas, non è una questione di affari ma una cosa che sente essere giusta, un fermare un pericolo per la società e soprattutto, la possibilità che tali azioni portino a una nuova guerra, con tutto l’incubo che essa comporta.
La sensazione che accompagna tutta la stagione, insieme ai suoi inevitabili giochi di potere, è, come detto, della profonda solitudine del suo protagonista, mai cosi distante da tutti gli altri. I suoi vestiti sembrano pesare il triplo rispetto al solito, con un’anima che si è appesantita ogni giorno di più intenta com’è a camminare dentro una foresta troppo buia e da cui, ancora, non riesce a trovare l’uscita. Tutto intorno a lui sembra allontanarsi, per prime le persone che per anni gli sono state vicine, vuoi per convenienza, vuoi per affetto o alla ricerca di potere (vedi Michael) o di tranquillità (Polly). Sembra quasi circondato da un vuoto crescente a cui non riesce a mettere argini, un peso che gli ha afferrato la gamba cercando di trascinarlo giù, nonostante il suo imperterrito tentativo di rimanere aggrappato all’apice con tutto se stesso.
Perché l’impressione è proprio questa: la possibilità di un giro di boa, di un re che abdica dal suo trono senza che nessuno gli abbia detto quando e perché. Un sovrano che sembra aver perso le sue fattezze naturali passando da intoccabile a quasi vulnerabile, una semplice pedina da usare.
Questa quinta stagione a mio parere, è stata sino ad ora, la più ambiziosa e la più complicata della serie. E’ riuscita, infatti, a capovolgere l’ordina naturale delle cose sino ad adesso raccontate, riuscendo, però, a mantenere la stessa formidabile intensità. Il portare Thomas a una dimensione più umana è a mio avviso, la continuazione di quel processo di redenzione a cui il personaggio è destinato, una sorta di passaggio oscuro che lo porterà dal punto A di partenza al suo punto B di chiusura. Per farlo era necessario tingerlo di nero, facendolo immergere nel fango nella propria personalità, in quel dualismo tra l’ambizione e la speranza e tra l’immortalità e l’immortalità, intesa la prima come capo e la seconda come uomo.
L’ultima puntata corona questa sorta di discesa e lo fa con forse, i due personaggi che più di chiunque altro non hanno mai avuto nessun tentennamento su di lui: Arthur (Paul Anderson) e Grace (seppur come visione). In quella camminata finale è come se avesse seguito un filo invisibile su cui ricreare se stesso, una sorta di punto e a capo per mettere un nuovo seme su cui ripartire, con proprio loro due agli estremi, quasi come due fari in una notte di tempesta.
Jonhdoe1978
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