
TITOLI DI TESTA: booooooooomba…sensual!
TRAMA: ci sono film che te fanno riflette, film che te fanno emozionà e film che te fanno venì voglia de controllà se hai lasciato er gas aperto. Unabomber non appartiene a queste, perché dopo quasi due ore de visione l’unica cosa che te rimane è la sensazione d’aver visto uno speciale di Quark presentato da Piero Angela dopo tre bicchieri de Valium.
La storia è quella de Ted Kaczynski, genio della matematica, studente de Harvard e futuro terrorista che per anni manda pacchi esplosivi in giro per l’America. Da ragazzo finisce sotto le grinfie del professor Henry Murray, interpretato da Russell Crowe, che lo sottopone a esperimenti psicologici talmente crudeli che a confronto l’esame de maturità sembra una settimana alle terme. Ted cresce, se isola dal mondo, sviluppa un odio profondo per la società tecnologica e decide de comunicà il proprio disagio spedendo bombe per posta. Perché evidentemente una lettera de reclamo alle Poste non je bastava.
Nel frattempo l’FBI gli dà la caccia, gli investigatori raccolgono indizi e noi assistiamo a una ricostruzione precisa, ordinata e dettagliata degli eventi. Praticamente due palle perché talmente precisa che a un certo punto me aspettavo Alberto Angela che sbucava da dietro un cespuglio dicendo: «E qui possiamo osservare il terrorista nel suo habitat naturale».
Il film salta tra il passato di Ted e le indagini per catturarlo, spiegandoci tutto per filo e per segno: gli esperimenti, l’isolamento, le motivazioni, le bombe, la caccia all’uomo. Praticamente manca soltanto la cartina geografica con le frecce rosse e la voce fuori campo che dice: «Nel prossimo episodio vedremo come costruire un identikit».
E Russell Crowe? Bravo, per carità. Ma pure lui c’ha quel retrogusto de uno che s’è presentato sul set convinto de girà A Beautiful Mind 2 e s’è ritrovato dentro una puntata lunga de La storia siamo noi. Attorno, gli altri attori fanno il loro, la regia è pulita e la vicenda procede. Tutto giusto, tutto preciso, tutto tremendamente dimenticabile.
TITOLI DI CODA: Il problema è che raccontare una storia vera non significa automaticamente darle un significato cinematografico. Unabomber ricostruisce gli eventi, illustra i passaggi e suggerisce un legame tra gli esperimenti subiti da Ted, il suo isolamento e la sua deriva criminale, ma non riesce a trasformare questi elementi in una riflessione davvero incisiva. Spiega, ma non approfondisce; mostra, ma non lascia traccia. E quando arrivano i titoli di coda, nun te ricordi manco che hai visto.
EXTRA: Dopo aver visto Unabomber, ho scoperto che pure le bombe possono essere noiose.
Mklane
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