TITOLI DI TESTA: quasi quasi Pinocchio
TRAMA: ci sono film che ti portano in posti meravigliosi, altri che ti fanno scoprire gli angoli più oscuri dell’animo umano. E poi c’è Whalefall, che prende un uomo, lo infila dentro una balena e ti costringe ad assistere a una seduta psicologica.
Jay Gardiner ha un problema con suo padre, Mitt. Un problema grosso, di quelli che non risolvi con una telefonata. Mitt era un sommozzatore esperto, un uomo duro, alcolizzato e probabilmente non proprio il candidato ideale per vincere il premio Genitore dell’Anno. È morto annegato in California, in circostanze che fanno pensare a un suicidio, o magari al fatto che non era riuscito ad aprire una Peroni. E Jay, che evidentemente non ha mai sentito parlare di elaborazione del lutto in un ambiente asciutto e riscaldato, decide di immergersi nel Pacifico per recuperare i resti del padre e provare a chiudere una faccenda rimasta aperta.
Ora, uno potrebbe andare da uno psicologo, scrivere una lettera, fare una passeggiata. Jay invece si mette una bombola sulle spalle e scende in acqua, perché a quanto pare nella sua famiglia i problemi si affrontano andando incontro a un’ipotermia. E qua succede il fattaccio: durante l’immersione si ritrova coinvolto in uno scontro con un calamaro gigante (sfiga) e finisce inghiottito vivo da un capodoglio di circa sessanta tonnellate (doppia sfiga). Da qui in poi diventa una specie di moderno Pinocchio, soltanto che al posto di Geppetto abbiamo un padre morto, al posto del Grillo Parlante abbiamo i ricordi di un sommozzatore alcolizzato e al posto del Paese dei Balocchi c’è il primo stomaco di un cetaceo, dove l’arredamento è minimale e il servizio in camera fa schifo. Jay ha un’ora di ossigeno e deve trovare il modo di uscire da lì prima che la bombola diventi un soprammobile e lui una voce fuori campo.
A quel punto, però, la domanda sorge spontanea: cosa ci sarà dentro questa balena? Un comodino dell’IKEA? Una lavatrice con dentro ancora i panni del programma rapido? Un motorino parcheggiato male? La coscienza di Matteo Salvini, che potrebbe essere l’unica cosa al mondo capace di attraversare l’apparato digerente di un capodoglio senza lasciare tracce? Niente di tutto questo perché Jay inizia a farsi strada tra ferite, sostanze tossiche e attacchi di panico, ma io, a un certo punto, avrei cominciato a cercare una presa elettrica, perché magari da qualche parte c’è pure una macchinetta del caffè. E con un’ora d’ossigeno, almeno, un espresso te lo bevi.

“Ma potevi chiamà no?”
Il film non è soltanto un survival con un uomo chiuso nel posto più improbabile del pianeta. Il vero mostro (e qui parto con il pippone filosofico che ti fa dire “ammazza questo che perla che ha tirato fuori”) è il rapporto tra Jay e Mitt. La balena diventa una prigione fisica e mentale, un ventre oscuro nel quale il ragazzo è costretto a confrontarsi con ciò che il padre gli ha lasciato: non solo dolore, rabbia e ricordi difficili, ma anche le tecniche di immersione e le lezioni che si è portato dietro. La voce del padre riaffiora nella sua testa come una presenza ingombrante, una specie di navigatore satellitare emotivo che continua a impartire istruzioni anche quando sembra ci stiamo avvicinando alla fine. E infatti per sopravvivere, Jay deve affidarsi proprio a quell’uomo con cui non è mai riuscito davvero a fare pace. Deve distinguere ciò che gli è stato trasmesso di utile da tutto il resto, capire cosa salvare di suo padre e cosa invece lasciare affondare. Il che è un po’ come cercare di recuperare un’eredità dentro una balena: un lavoro complicato, un pò disgustoso, umido, e con una burocrazia che non augurerei neanche al peggior commercialista.
La metafora è chiara, forse pure troppo. Siamo tutti intrappolati in qualcosa, tutti abbiamo dei conti in sospeso, tutti cerchiamo una via d’uscita. Alcuni lo fanno in terapia, altri cambiano città, altri ancora si iscrivono a un corso di ceramica. Jay deve farlo mentre un capodoglio gli digerisce intorno, e già questo dovrebbe bastare a fargli ottenere almeno un bonus fiscale per disagio ambientale.
TITOLI DI CODA: il film che tiene viva la tensione, sfruttando una premessa che ha qualcosa di irresistibilmente assurdo, anche se non tutto ha lo stesso ritmo perché il racconto insiste troppo sul dramma e sulla simbologia. Della serie “l’avevo capito che il padre è morto e che la balena il trauma del lutto, mò però fatelo uscì da lì!”. Un’esperienza curiosa, capace di alternare tensione, introspezione e i miei deliri perché non sto bene col cervello…più andava avanti più pensavo alle peggiori stronzate. Perché una volta accettato che un uomo possa essere inghiottito da un capodoglio, il confine tra il plausibile e l’assurdo è crollato. A quel punto voglio sapere tutto: cosa c’è nel secondo stomaco? Una filiale delle Poste? Il Titanic? Un comodino con sopra la foto di un padre che non ha mai saputo dire «ti voglio bene»? Adesso voglio il seguito, anche se ho capito che per ritrovare se stessi, certe volte bisogna perdersi. In questo caso, però, forse era sufficiente perdersi pure in un centro commerciale.
EXTRA: alle balene ho sempre preferito i pesci rossi.
Mklane
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