
Raccontare Pino Daniele significa inevitabilmente raccontare Napoli, ma soprattutto significa evitare che l’una e l’altro vengano trasformati in cartoline.
È probabilmente questa la sfida principale affrontata da Nicola Prosatore in Je so’ pazzo, film liberamente ispirato al libro Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce di Alessandro Daniele. Una sfida affrontata scegliendo saggiamente di non ripercorrere l’intera esistenza del musicista, ma di concentrarsi sul periodo che va dall’infanzia all’esplosione del successo, fino al concerto gratuito del 19 settembre 1981 in Piazza del Plebiscito, davanti a circa duecentomila persone.
Il film parte proprio da quel concerto, per poi tornare indietro e cercare le radici di quella voce, di quella musica e soprattutto di quella inquietudine. C’è l’infanzia segnata dalle difficoltà economiche, l’affidamento alle zie Bianca (Antonia Truppo) e Lia Lamberti (Monica Nappo), il complicato rapporto con il padre Gennaro (Giovanni Ludeno), uomo distante e schiacciato dal gioco d’azzardo, e poi la necessità di trovare nella musica uno spazio nel quale trasformare ciò che non riesce a essere detto.

Prosatore individua correttamente nella ferita familiare uno dei motori della formazione artistica di Pino Daniele. La musica diventa fuga, riscatto, linguaggio e insieme possibilità di restituire un’immagine diversa della propria città. Non la Napoli da cartolina, pizza e mandolino, ma quella dei vicoli, del porto, della disoccupazione, delle contraddizioni sociali, dell’epidemia di colera, delle proteste e, infine, del terremoto dell’Irpinia. È dentro questa materia che nascono Napule è, Na tazzulella ’e cafè e Je so’ pazzo, e il film funziona soprattutto quando riesce a collegare la creazione musicale al contesto senza trasformarla in una didascalica successione di “momenti celebri”.
La prima parte, in particolare, possiede una libertà maggiore rispetto ai biopic musicali italiani più convenzionali. Prosatore cerca un cinema più sporco, nervoso, mobile, attraversato dalla stessa energia di un artista che mescolava blues, jazz, rock, funk e tradizione napoletana senza chiedere permesso a nessuno. Le sequenze in studio, quelle sul palco e alcuni passaggi più onirici possiedono una vitalità che manca invece a diverse scene private della seconda metà, dove il film tende progressivamente a rientrare in una struttura più tradizionale.

È qui che emergono i limiti principali.
Il conflitto con il padre viene spesso caricato attraverso scene-madri molto evidenti, così come quello con Dorina Giangrande (Mariasole Pollio) e con l’industria discografica. Alcune situazioni sembrano pensate più per sintetizzare un passaggio biografico che per farlo realmente vivere. L’impressione, a tratti, è quella di una miniserie compressa in un lungometraggio: episodi importanti vengono evocati, attraversati rapidamente e poi abbandonati, mentre dettagli potenzialmente significativi (come il quaderno sul quale Pino annota le proprie canzoni) non assumono mai davvero il valore narrativo che potrebbero avere.

Al centro rimane inevitabilmente Massimiliano Caiazzo. La sua è una trasformazione evidente, anche fisica, sostenuta da un lavoro sulla voce, sulla postura e sulla gestualità. Il risultato, però, non è sempre uniforme. Nei momenti musicali Caiazzo funziona perché evita la semplice imitazione e prova a restituire l’irrequietezza dell’artista; altrove la caratterizzazione appare più costruita, talvolta eccessivamente sottolineata (al limite dello scimmiottamento), quasi che il corpo del personaggio debba continuamente ricordarci chi stiamo guardando.
La distanza dal vero Pino Daniele resta dunque percepibile, soprattutto quando nel finale il film sostituisce la ricostruzione con le immagini autentiche del concerto del 1981: improvvisamente entra in scena un’energia che nessuna interpretazione avrebbe potuto replicare completamente.

Molto efficace invece Ludeno nel rendere l’ambiguità e la durezza del padre Gennaro, mentre la Truppo e la Nappo danno spessore alle figure delle zie. In generale il cast contribuisce a restituire una Napoli viva, parlata e vissuta senza eccessive mediazioni. Anche la scelta di mantenere fortemente il dialetto rappresenta un punto a favore: l’identità del film passa dalla lingua tanto quanto dalla musica.
Ed è proprio Napoli il secondo grande personaggio di Je so’ pazzo. Madre e matrigna, luogo da cui fuggire e al quale tornare, città amata visceralmente e allo stesso tempo rifiutata.
Il rapporto tra Pino e Napoli è forse persino più interessante di quello con molti dei personaggi che lo circondano, perché contiene la contraddizione fondamentale della sua poetica: appartenere profondamente a un luogo e, proprio per questo, sentirne con maggiore violenza le storture.

Je so’ pazzo non riesce sempre a restituire fino in fondo la complessità dell’uomo dietro l’artista: riuscirci in appena 104’ sarebbe stato un miracolo. Corre molto, talvolta troppo, semplifica alcuni conflitti e rischia qua e là il didascalismo. Ma quando lascia parlare la musica, quando filma l’esecuzione invece della spiegazione, trova una sincerità difficile da negare. Il passaggio conclusivo dalle immagini ricostruite a quelle del vero Pino Daniele è allora più di un omaggio: è quasi l’ammissione che il film può soltanto avvicinarsi a quella presenza.
Non il ritratto definitivo di Pino Daniele, dunque, ma un racconto vitale, irregolare e sincero sui suoi primi anni e sul rapporto tormentato con la città che gli ha dato una lingua, una ferita e una voce.
Alessandrocon2esse
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento