
Certe storie bisogna saperle raccontare. Bisogna avere quella capacità innata di prendere il dramma e armonizzarlo alla vita dandogli cosi sfumature indispensabili per sfuggire alla chiusura eccessiva. Taika Waititi ha dimostrato più volte (l’apice ovviamente è stato Jojo Rabbit) di avere questo tocco e con Klara e il Sole lo ha dimostrato di nuovo.
Tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, il film ci porta in un futuro prossimo nel quale i droni, praticamente uguali a noi nell’aspetto fisico, hanno il compito principale di fare compagnia agli umani. Klara (Jenne Ortega) è uno di loro e un giorno, mentre era esposta nella vetrina del negozio di riferimento, viene scelta da Josie (Mia Tharia), inizia cosi il loro viaggio insieme.
Siccome il film parla tanto e ci da tanto a livello di emozioni e vibrazioni (che poi è di quello di cui voglio parlare) inizio con la parte puramente tecnica lasciando cosi spazio al resto. Messa come l’ho messa si potrebbe pensare che si poteva sorvolare su questo aspetto, ma la bravura di Waititi mi impone almeno qualche pensiero. Ci sono delle trovate visive eccezionali e questo perché danno proprio la dimensione dell’evento. Ti catapulta nella sensazione del momento e questo al di la del suo innato scivolo emotivo che cosi non diventa l’unico elemento ma quello che viene amplificato. Sostanzialmente, l’inquadratura, il colore e il taglio innalzano l’onda dell’emozione diventandone lo spasimante e non il semplice accompagnatore.
Detto questo in Klara e il Sole c’è veramente tanto in termine di contenuti e di alchimia emotiva. Se dovessi proprio stringere il cerchio mi verrebbe da dire che il cuore di tutto sta nell’inclinazione inconscia che ogni individuo ha, caratteristica che poi lo porta ad approcciarsi di conseguenza alle situazioni. Non importa se tu sia dotto al massimo o una tavola bianca ancora da dipingere, quell’impulso ti trascina facendoti incontrare (qui ci vuole anche un pizzico di fortuna) con i tuoi “simili”. Corollario a questo nella storia c’è l’evoluzione della diffidenza, la tecnologia come necessità di essere la nostra estensione funzionale e non sostitutiva, il rispetto esteso dell’essere come concetto e quindi anche della sua dignità, e poi, soprattutto, la magia del sogno e della speranza. Queste due non devono mai mancare se non altro perché calibrano ogni cosa portando un pizzico di luce nell’ombra più buia e anche nelle situazioni senza ritorno. E non importa, e questo il film ce lo dice meravigliosamente, da dove arriva, da quale stupida credenza o ingenua convinzione, basta che ci sia e che abbia l’affetto di accarezzarci l’anima del futuro.
Klara e il Sole lancia frecce di amore e di condivisione in continuazione e questo senza snaturare il senso delle cose e della vita. I robot e il sole sono solo strumento di questo passaggio, il modo con il quale questa storia ha voluto inneggiare a 360 gradi l’inconsapevole necessità di affetto che ognuno ha. Se vogliamo stringere di nuovo si potrebbe parlare di una bellissima favola nella quale immergere i propri ideali, specchiandocisi per poi tirare le somme.
Il finale credo che migliore non poteva essere. Tira fuori tutta le forze e le debolezze dell’essere senziente danno proprio la bilancia di quello che siamo e, soprattutto, di cui abbiamo bisogno. C’è la speranza dell’eternità, il rispetto del dubbio, la realizzazione della forza e della necessità dei sentimenti, l’ingenuità naturale del senso della vita e la bellezza infinita di coltivare il sogno oltre la realtà.
Jenna Ortega è meravigliosa. Sinceramente non le riconoscevo una capacità trasformista tanto accentuata. Regge tutto: la storia, l’intensità dei primi piani, la gestione dei dialoghi, il senso del momento. E’ stata una vera sorpresa e non credo, come magari a volte accade, che la solidità del film l’abbia aiutata in questo processo, c’è proprio tanto di suo.
Klara e il Sole non è un film perfetto ma a me ha toccato in molti momenti. In tutta la storia c’era aria di dramma eppure quella scia di magia possibilista rimaneva nell’aria (e qui torniamo alle considerazioni iniziali) avvolgendomi e riscaldandomi di qualcosa di positivo. Questo gioco metaforico tra l’essere e non essere ha colpito nel segno dando proprio la dimensione umana della vicenda rendendo lo sfondo, cosa che evidentemente era, solo il mezzo per il messaggio e il processo empatico cercato.
Chiudo con un altro dei temi affrontati (sono veramente tanti) e cioè la gestione della perdita. Anche in questo caso la narrazione è verticale nel senso che investe a più livelli tutti i personaggi (e quindi tutti gli stati dell’uomo). Anche in questo caso la conduzione quasi scansonata di Waititi lo rende un processo quasi naturale regalandogli una morbidezza che ovviamente non può avere come idea generale. La fine si appoggia molto su questo concetto soprattutto perché ci mostra il momento di protezione che l’evento in sè ci porta ad avere mostrandoci come quello che cambia è il modo con cui si forma e con cui ci approcciamo e non la sostanza.
Ho avuto la fortuna di vederlo in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e il mio consiglio e di sciogliere la mente e di andare in sala. Credo sia quasi impossibile rimanere delusi.
Jonhdoe1978























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