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Rocky sono io (2026) di A Sei Mani

⭐24 Ottobre 2026 ⭐ Contrassegnato con: Recensione Rocky sono io, Rocky sono io, Rocky sono io Recensione

Rocky sono io Interna

La sensazione di pancia che ho avuto alla notizia che si sarebbe fatto un film sulla nascita e genesi di Rocky (e di conseguenza dell’inizio della carriera di Stallone) è stata di diffidenza. Sapevo benissimo che l’avrei visto, ma il timore che si sarebbe potuto sminuire uno dei personaggi (se non il personaggio) più bello della storia del cinema, era molto più alto dell’esaltazione di trovare qualcosa di nuovo di quel mondo che tanto ha segnato la mia adolescenza.
Fortunatamente la logica in alcuni casi non segue il corso delle cose e anzi trova il suo contraltare nella magia rimanendone annichilita.

Rocky sono io è pura magia, è lo è perché è riuscito a risucchiarti nel film che tante volte l’anima di aveva strappato esaltandolo al quadrato la storia che c’era dietro. Sostanzialmente nel 1996 siamo stati presi per mano dal senso dell’underdog, dall’uomo perennemente sconfitto e colpito dalla vita che all’improvviso ha avuto la sua occasione. Occasione, che poi è quella che a cui tutti aspiriamo, che il qualche modo però, gli è caduta addosso esaltando cosi quel sogno americano e quel senso misterioso del destino a cui era inevitabilmente legato. La storia di Rocky sono io, pur legandosi a questo, è diversa e mai avrei pensato di dirlo, ancora più intima e profonda. Qui non c’è nulla di casuale, c’è la lotta, la sopravvivenza, la voglia di giocare l’unica fishe che si ha e che probabilmente mai si avrà, su se stesso. La cosa meravigliosa è che quella fishe in maniera quasi magica minuto dopo minuto te la ritrovi in mano quasi che, appunto, fossi proprio tu a dover scegliere se e quando giocarla.

Un’assimilazione che da cosciente e trasbordante diventa sempre più pressante trasformandosi all’improvviso nell’ultimo tassello di un viaggio iniziato 50 anni fa. Perchè se nel 1976 Rocky è diventato da subito un nostro compagno, il fratello su cui affidarsi e confidarsi, nel 2026 Rocky siamo diventati definitivamente tutti noi. E questo perché se il cinema ti inonda di sensazioni e continui alter ego, la realtà te li appiccica sulla pelle, qui le due cose si sono fuse e il risultato è stato, appunto, la piena, sofferta, profondissima e bellissima sovrapposizione.

Quel I Play Rocky che costantemente nel film si ripete è martellante e lo è per il nostro cuore. Ti scalpella dentro come un mantra smuovendo passato e presente senza soluzione di continuità. Il miracolo infatti, che ha fatto questa produzione è non solo non perdere l’oro della storia originale ma darle un ulteriore passata del materiale più prezioso facendo diventare tutto una miniera dal valore inestimabile. Ci sono dei momenti in cui non è possibile non commuoversi e cedere e altri in cui ridere di cuore, un mix che solo la vera vita sa fare. Togliendo i particolari di alcune battute nelle quali entra in ballo la storia e i ricordi personali, il momento più alto è sicuramente la genesi della scena sull’uscio della porta mente Mickey si allontana. Li c’è veramente tutto il senso del progetto e di quella fiche di cui si diceva pocanzi.

La maestria di Peter Farrelly e Peter Gamble, rispettivamente regista e sceneggiatore, è stata quella di rispettare il genitore di questo progetto riuscendo nel miracolo di rendere unico il ricordo e il conosciuto. Hanno unito il tempo portando la visceralità di storia e personaggio al giorno d’oggi senza che se ne perdesse neanche un briciolo di immensità. Anzi la luce se mai fosse possibile è arrivata ancora più intensa e non nascondo che è stato bellissimo.

Al limite dello straordinario Anthony Ippolito. Si è messo sulle spalle il re dei personaggi e lo ha reso da immortale a infinito e questo con una cura e una modestia (l’imbarazzo che aveva all’interminabile applauso che il pubblico della Festa del cinema di Roma gli ha dedicato era veramente sincero) inimmaginabile e impronosticabile. Ci ha messo tutto in questo progetto e quel tutto è arrivato.
La scelta di tutto il cast però è stata fantastica, vieni veramente risucchiato nel tempo e veramente ti sembra che tutti questi anni non siano mai passati.

Rocky sono io è uno di quei film che ti dona la pace. La pace della bellezza, la pace del sogno, la pace della magia, la pace della speranza, la pace della tecnica, la pace dei sentimenti, la pace del tempo, la pace che l’immortalità esiste, la pace dell’idea.
Io ha avuto l’immensa fortuna, come detto pocanzi, di vederlo in anteprima alla Festa del cinema di Roma, voi fatevi un favore e un grande regalo di Natale (esce il 31 dicembre) andate al cinema e fatevi travolgere.

Voto 10/10 (il voto non è per il film in sé pur essendo una produzione di altissimo livello, ma per quella magia che ha e che mi ha creato e che ha annullato il tempo coprendomi di emozioni, e queste ultime per me hanno sempre il voto più alto).

Jonhfoe1978


Ci sono storie che sembrano scritte apposta per diventare cinema. Poi ce ne sono altre che, prima ancora di essere raccontate, sono già cinema.

Quella di Sylvester Stallone e della nascita di Rocky appartiene decisamente alla seconda categoria.

Vedere I Play Rocky alla Festa del Cinema di Roma, con Peter Farrelly e Anthony Ippolito presenti in sala, ha probabilmente amplificato ulteriormente questa sensazione: quella di assistere non soltanto al racconto della nascita di un mito, ma al passaggio di qualcosa da una generazione cinematografica all’altra.

Prima di Rocky Balboa c’è Sylvester Stallone. Anzi, “Mike”, come preferiva farsi chiamare all’inizio perché Sylvester gli sembrava quasi impronunciabile. È povero, pieno di debiti, passa da un lavoretto all’altro, viene scartato ai provini, accetta piccole parti nel softcore, lavora in un cinema, dorme anche per strada. Ha un volto che Hollywood non considera da protagonista, una voce impastata, una storia familiare difficile e un padre che contribuisce a demolirne l’autostima. Eppure possiede una qualità che nessun casting può misurare: l’incapacità assoluta di arrendersi.

Farrelly racconta questa ostinazione con una semplicità quasi disarmante. Stallone vede in televisione l’incontro tra Muhammad Ali e Chuck Wepner, resta folgorato dall’idea dell’outsider che riesce a restare in piedi davanti al campione e scrive in pochi giorni la sceneggiatura di Rocky. Quando Irwin Winkler e Robert Chartoff comprendono il potenziale del progetto, vorrebbero acquistarlo e affidarlo a una star. Si fanno nomi importanti, le offerte economiche continuano a salire ad ogni “NO”, arrivando a cifre che per un uomo senza soldi rappresenterebbero una via di salvezza immediata.

Stallone continua però a ripetere la stessa frase: “I play Rocky”. Rocky lo faccio io.

È qui che il film trova il proprio cuore. Perché quella non è semplice testardaggine, e nemmeno soltanto ambizione. Stallone non sta difendendo un ruolo: sta difendendo sé stesso. Rocky Balboa nasce dalla sua stessa condizione, dalla povertà, dalla frustrazione, dalla necessità di essere finalmente visto. Il pugile che non deve necessariamente vincere, ma dimostrare di poter restare in piedi, è la proiezione di uno sceneggiatore-attore sconosciuto che chiede a Hollywood esattamente la stessa possibilità.

Farrelly prende questa equivalenza e la trasforma in racconto puro. I Play Rocky conosce perfettamente il rischio della retorica motivazionale, ma anziché evitarla la attraversa con convinzione, trovando nell’ironia e nella misura il contrappeso necessario. Il film è commovente senza diventare melenso, divertente senza spezzare l’emozione e cinefilo senza chiudersi nel compiacimento per iniziati. Persino le lunghe trattative con i produttori diventano quasi commedia screwball, grazie soprattutto alla splendida coppia formata da P. J. Byrne e Toby Kebbell nei panni di Winkler e Chartoff.

La seconda parte, dedicata alla lavorazione di Rocky, è forse ancora più trascinante.

Budget ridotto, tempi strettissimi, riprese da chiudere senza sforare, problemi sindacali, scene fisicamente massacranti, ciak che devono essere buoni al primo tentativo. John G. Avildsen, interpretato con irresistibile pragmatismo da Jay Duplass, emerge come un altro underdog fondamentale dell’impresa, mentre la produzione si muove in equilibrio precario tra intuizione e disperazione.

Farrelly restituisce anche il carattere quasi artigianale di un film destinato a diventare leggenda. Stallone si infortuna, si massacra le mani contro i quarti di bue congelati, scopre di non saper davvero boxare dopo aver ottenuto il ruolo, discute la coreografia degli incontri e affronta ogni ostacolo come se il set fosse davvero un ring. Intorno a lui nasce un cinema fatto di necessità trasformate in stile: la Steadicam di Garrett Brown, le corse per Philadelphia, la celebre scalinata, il montaggio degli allenamenti, Bill Conti e quella musica inizialmente giudicata troppo enfatica che diventerà uno dei temi più riconoscibili di sempre.

Ed è proprio quando il film ricrea immagini che conosciamo a memoria che avviene qualcosa di inatteso: invece di sembrare un esercizio nostalgico, I Play Rocky riesce a restituire loro il momento precedente all’icona. Vediamo ciò che quelle immagini erano prima di diventare patrimonio collettivo. La corsa sulla scalinata del Philadelphia Museum of Art non è più soltanto una citazione: torna a essere un gesto ancora da inventare.

Per un istante dimentichiamo di conoscerne l’esito e riscopriamo la meraviglia di vederla nascere.

Molto passa attraverso Anthony Ippolito. Dopo aver interpretato il giovane Al Pacino nella miniserie The Offer, l’attore affronta qui una sfida ancora più pericolosa e ne esce magnificamente. La somiglianza fisica con Stallone è impressionante, così come il lavoro sulla voce, sulla postura, sui movimenti e sullo sguardo. In qualche momento si percepisce inevitabilmente il rischio dell’imitazione, ma nella maggior parte del film Ippolito riesce a superarlo, facendo emergere soprattutto la vulnerabilità di un ragazzo che si ostina a sembrare sicuro di sé perché non può permettersi il contrario.

AnnaSophia Robb dona calore a Sasha Czask, anche se il personaggio rimane talvolta confinato nel ruolo della compagna che crede nel protagonista quando nessun altro lo fa. Anche il rapporto con il padre Frank Stallone Sr., interpretato da Matt Dillon, avrebbe potuto essere approfondito maggiormente.

E per chi conosce Rocky quasi fotogramma per fotogramma si avverte un’altra piccola mancanza: Paulie Pennino. Burt Young è stato molto più di una semplice presenza laterale nell’universo di Rocky, e sarebbe stato bello concedere maggiore spazio alla costruzione di un personaggio destinato a diventare parte integrante dell’identità emotiva della saga.

Sono comunque limiti marginali dentro un film che preferisce intelligentemente non trasformare il making of in un catalogo enciclopedico. Farrelly non cerca di decostruire il sogno americano: lo guarda sapendo quanto possa apparire ingenuo oggi, ma sceglie comunque di crederci. È un cinema apertamente sentimentale, classico, accessibile, persino populista (nel senso migliore del termine), perché non si vergogna di voler coinvolgere il pubblico.

E proprio il pubblico, alla proiezione romana, è diventato quasi l’ultimo personaggio del film.

Alla fine della visione, Farrelly e Ippolito sono stati travolti da un’ovazione durata circa dieci minuti. Ippolito, visibilmente sorpreso da un’accoglienza che evidentemente non aveva previsto in quelle proporzioni, è scoppiato a piangere. Provava a rimettersi seduto, quasi imbarazzato da tanto calore, ma ogni tentativo veniva sommerso da nuovi applausi. Un’immagine che, dopo aver appena assistito alla storia di un giovane Stallone al quale nessuno voleva concedere una possibilità, sembrava quasi una coda scritta dal film stesso.

Perché I Play Rocky comprende una cosa essenziale: conosciamo già il finale, ma non importa. Sappiamo che Stallone otterrà il ruolo. Sappiamo che Rocky diventerà un successo planetario, vincerà l’Oscar e trasformerà il proprio autore in una star. Eppure continuiamo a sperare che ce la faccia.

È lo stesso miracolo del film del 1976. Rocky non aveva bisogno di battere Apollo Creed per vincere. Stallone non aveva bisogno di diventare una leggenda per dimostrare di avere ragione. Gli bastava salire sul ring.

Cinquant’anni dopo, Peter Farrelly ci fa salire di nuovo quelle scale. E l’altra sera, mentre Ippolito cercava inutilmente di sedersi davanti a una sala che continuava ad applaudirlo, era difficile non pensare che il cerchio si fosse chiuso nel modo più bello possibile.

Per qualche minuto, almeno, in quella sala oltre a Ippolito eravamo tutti insieme Rocky.

“We play Rocky”

Voto N.C.

Alessandrocon2esse


TITOLI DI TESTA: cosa lo tiene sveglio, Bill, non lo so.

TRAMA: ci sono film ai quali dai un voto e film per i quali ti rendi conto che quel voto non ha alcun senso. I Play Rocky per me è uno di questi. Non so come giudicarlo, e forse non ne ho nemmeno voglia. So soltanto che mi ha fatto ridere, commuovere e venire voglia di tornare a casa per rivedere Rocky. Che, a pensarci bene, è una delle cose più belle che un film possa fare: farti desiderare di riguardarne un altro che conosci già a memoria.

Per spiegarmi meglio, devo tirare in ballo Maverick. Non perché i due film si somiglino, ma perché appartengono a quella categoria rarissima di opere che, per ragioni tutte mie (ma anche di altri 2 con cui condivido questo sito), sento il bisogno di difendere senza stare troppo a discutere. Film che mi ricordano perché amo il cinema, perché certe storie ti arrivano dritte allo stomaco e perché, ogni tanto, è bello lasciarsi emozionare senza mettersi lì a cercare difetti per dimostrare di aver capito tutto.

I Play Rocky racconta Sylvester Stallone prima che diventasse Sylvester Stallone. Prima del mito, dei muscoli, delle frasi leggendarie. C’è un attore che fatica a trovare lavoro, che non ha un cazzo di niente, che si vende il cane per 40 dollari, con una faccia segnata da errori altrui e che non ha molto da offrire al mondo se non una sceneggiatura con un’idea piuttosto precisa di come vorrebbe raccontarla. Quando gli viene offerta la possibilità di vendere quella storia, a patto che il protagonista sia interpretato da qualcun altro, Stallone rifiuta. Potrebbe finalmente guadagnare dei soldi e sistemare un po’ di cose, ma non vuole cedere proprio l’unica cosa che sente davvero sua.

È una scelta che, detta così, sembra quasi una sciocchezza. E invece è il cuore di tutto. Perché noi conosciamo già il finale: sappiamo cos’è diventato Rocky, conosciamo la musica, la scalinata, il pugile che corre per Philadelphia. Sappiamo che quella storia entrerà nella vita di milioni di persone. Ma Stallone, in quel momento, non lo sa perchè davanti a se ha solo una possibilità che potrebbe trasformarsi nell’ennesima porta chiusa in faccia. Il film riesce a farti dimenticare, almeno per un po’, tutto quello che è successo dopo. E così finisci per tifare per lui come se il risultato fosse ancora in bilico.

Anthony Ippolito è bravissimo. Non è soltanto una questione di somiglianza fisica o imitazione della voce: riesce a restituire quella miscela di ostinazione, insicurezza e ironia che rende Stallone molto più interessante della semplice figura dell’eroe tutto muscoli. Lo guardi e riconosci l’uomo che, un giorno, darà vita a Rocky, ma riesci anche a vedere quello che c’era prima: qualcuno che non sa ancora se ce la farà, che può sembrare fuori posto e che, proprio per questo, diventa tremendamente umano. È una prova che dà al film il suo centro emotivo e che evita di trasformarlo in una semplice collezione di aneddoti sulla nascita di un successo. E poi si ride. Ci sono situazioni che hanno un’autentica comicità, personaggi che sembrano vivere in un mondo dove il buon senso ha un ruolo secondario e momenti in cui viene spontaneo sorridere davanti all’assurdità di quello che Stallone sta cercando di fare. Ma la cosa bella è che il film non ha bisogno di trasformare ogni passaggio in una lezione di vita. La storia è lì e fà il lavoro filando liscia tra le tue viscere.

Quando arrivano le scene che conosciamo, però, qualcosa cambia. Vederle ricostruite significa assistere a un piccolo cortocircuito: sai già quanto diventeranno importanti, ma puoi finalmente immaginare il momento in cui erano ancora soltanto immagini nella testa di qualcuno. La scalinata non è ancora la scalinata. La musica non è ancora la musica che ti fa venire voglia di correre anche se hai il fiatone dopo due rampe di scale. Rocky non è ancora Rocky. E tu sei lì, a guardare un film che ti racconta come è nato un altro film, e ti accorgi che ti sta emozionando proprio perché conosci già ciò che verrà. È un privilegio strano: sapere che quelle immagini diventeranno immortali e assistere, per una volta, al momento in cui erano ancora fragili, incerte, tutte da conquistare.

TITOLI DI CODA: I Play Rocky non racconta semplicemente la nascita di un personaggio iconico. Racconta il momento in cui una persona riesce a convincere gli altri a vedere quello che vede lei. E non c’è niente di scontato in questo. Le idee, da sole, non bastano a cambiare il mondo. Ma senza qualcuno disposto a crederci prima che ci credano tutti gli altri, certe storie non arriverebbero mai da nessuna parte. Non voglio fare la morale ne tantomeno dire che bisogna inseguire ogni sogno a occhi chiusi, né che basta volerlo abbastanza per riuscire in qualsiasi cosa…certa roba la trovi stampata sulle tazze. Quello che mi emoziona è molto più semplice: Stallone aveva una storia da raccontare e non voleva che diventasse qualcosa di diverso da ciò che aveva immaginato. Per una volta, ha avuto la possibilità di provarci. Il resto è cinema. Finito I Play Rocky, mi è venuta voglia di rivedere il film originale. Avevo voglia di tornare da Rocky, di ritrovare quella musica e quelle immagini che fanno parte della mia memoria cinematografica. Apollo. Adriana. Quello scemo di suo fratello. E mentre pensavo a tutto questo, mi sono reso conto che avrei guardato un film un pò diverso. Perché adesso, dietro quel pugile che corre verso il suo incontro, avrei visto anche Stallone. Un uomo che, prima di diventare un simbolo per tutti, ha dovuto trovare qualcuno disposto a dargli ascolto.

Voto N.C.

Mklane

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Rocky sono io

Rocky sono io
10

Valutazione Complessiva

10.0/10

SCHEDA

  • Regia: Peter Farrelly
  • Anno: 2026
  • Durata: 128'
  • Genere: Sportivo/Biografico/Drammatico

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