
Ogni persona nell’ambito della propria vita o della propria professione è costretta a indossare una maschera onde mostrarsi nel modo più produttivo e conveniente al suo ruolo. Questo comporta spesso, lasciare fuori emozioni e debolezze in quell’eterna quanto necessaria alternanza tra l’essere e l’apparire.
Birmingham, 1919. La prima guerra mondiale è terminata da poco e i suoi effetti sono ancora visibili sia per la popolazione che per la struttura economica che la sorregge.
In questo contesto sociale si sviluppano le vicende della famiglia Shelby e del loro leader Thomas (Cillian Murphy) quale capo della gang denominata Peaky Blinders. Tale nome deriva dalla particolare forma a punta dei loro berretti, arricchita nel caso specifico, dalla particolarità di nasconderci all’interno una lametta atta ad essere usata come arma.
C’era una volta in America. Per chi come me, pensa e crede fortemente che questo sia il miglior film di sempre, il solo pronunciarlo ha il sapore del blasfemo, uno scomodare la parte più alta dell’arte cinematografica. Nonostante questo, con mia grande inconscia e conscia sorpresa, man mano che le puntate si susseguivano quel nome continuava a rimbombarmi in mente, ritrovando in esse, per lunghi tratti, la stessa intensa completezza del capolavoro di Sergio Leone.
Intorno alla splendida ricostruzione storica dell’Inghilterra primi novecento, Steven Knight, infatti, è riuscito a sviluppare una storia a 360 gradi mischiando in maniera superba i sentimenti al semplice sviluppo narrativo. Le varie anime dei personaggi, le loro paure, le loro aspirazioni e i loro sogni sono perfettamente armonizzati con il susseguirsi degli eventi gestiti sin da subito nella maniera più coinvolgente.
Coinvolgimento che trova, però la sua genesi iniziale dall’enorme impatto del suo personaggio principale, in quella perfetta combinazione tra ruolo e interpretazione.
Il fuorilegge gentiluomo e dal passato misterioso e traumatico è, infatti, una figura di per se attraente ma che diventa irresistibile se raccontata nel modo con cui l’ha fatto Cillian Murphy. Dal primo fotogramma la sensazione è che tra attore e personaggio sia stato amore a prima vista, come se tutto quello che Murphy, a livello professionale, aveva fatto sino ad allora sia solo servito ad arrivare ad interpretare Thomas Shelby.
Peaky Blinders ci parla di onore, di lealtà, di famiglia, di valori, di ambizione, di tradimenti, di bugie, ma soprattutto ci parla d’amore. Lo troviamo nelle pieghe di Zia Polly (una bravissima Helen McCrory) e nel suo modo di tenere stretta la famiglia, in Arthur Shelby (Paul Anderson) sia nel seguire il fratello che soprattutto nel momento di ricredere a un padre che troppo volte l’ha tradito, in Ada Shelby (Sophie Rundle) e nel suo sogno di unione con il reazionario Freddie Thorne (Iddo Goldberg), e infine in loro, Thomas e Grace. Due storie diverse, due vissuti diversi, due concezioni diverse, due mondo diversi uniti solo in un piccolissimo punto che per loro, però, era grande come l’universo.
Grace senza saperlo ha strappato Thomas dal suo oblio, gli ha preso la mano illuminando e guarendo un cuore malato, chiuso, buio. Con un sorriso gli ha tolto parte del peso del mondo che esso sentiva di portare dandogli una speranza, un modo più dolce di sentire le cose, il vedere di nuovo, una parte morbida in mezza all’acciaio. E nel momento in cui si sono trovati il mondo ha fatto un buco intorno a loro, prima per onorarli e poi per ucciderli, in nome di un onore e un rispetto calpestati da una bugia di troppo che però solo all’apparenza ha scalfito quel “insieme possiamo fare tutto”. Oltre la rabbia, oltre la ragione, oltre un giusto discrezionale che perde le sue fattezze naturali davanti a un abbraccio dai contorni nitidi.
Anche l’espansione della famiglia Shelby e delle loro attività segue il cambiamento del suo protagonista, il suo modo meno introverso di affrontare le cose pur mantenendo quella linea di onore e rispetto sul quale ha basata tutto la sua vita, sia prima che dopo la guerra. Una guerra quale spartiacque di una personalità, di un incubo ciclico sempre vicino e a cui ha cercato rimedio affogandolo o annebiandolo, almeno finchè non è arrivata Lei.
Accanto al già citato Cillian Murphy, citerei almeno altri due attori che per ragioni completamente diverse hanno dato ancora più spessore a immagini e storia. Parlo di Helen McCrory e Sam Neil, nei panni del capitano Campbell quale contraltare legale, solo nell’apparenza, della famiglia protagonista. La loro prova non è solo assecondante alla vicenda, la aggrediscono, definendola e dando cosi subito allo spettatore la dimensione dei loro personaggi.
Per ultima ho lasciato volutamente Annabelle Wallis (Grace). Il suo personaggio è la grande ombra di questa prima stagione, il vento che ne indirizza ritmo e umore, per quello che rappresenta. E’ l’ancora di salvezza di Thomas, il suo talismano per tornare a chiudere gli occhi di notte senza l’assillo continuo che il giorno ritorni. E c’è da dire che la Wallis regge l’urto di tanta importanza e lo fa con eleganza e soprattutto dolcezza. Quest’ultima era indispensabile per rappresentare il cuscino degli spigoli di Thomas, l’unico modo per far abbassare armi e sguardo a chi per troppo tempo non ne ha potuto fare a meno.
Il finale buono ma a mio avviso, troppo aperto, ci ha per un attimo, fatto tornare sulla terra, oscurando per alcuni secondi un’ultima puntata che definirei per lunghi tratti stilisticamente ed emotivamente perfetta. Una chiusura di un cerchio che però, a fatto solo il primo giro, sia per gli affari che per quel “non lasciarmi mai “ pensato ma non detto.
Jonhdoe1978
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