
Cambiare idea è sempre una cosa pericolosa. Lo è perché si va a modificare un qualcosa figlio o della programmazione o, a mio avviso peggio ancora, dell’istinto e della pancia. Per questo, quando accade, affinchè ogni cosa vada lo stesso nel verso giusto è necessaria un’attenzione e una cura supplementare, in caso contrario la confusione o il disastro sarebbero inevitabili.
Ritroviamo Tommy Shelby esattamente dove l’avevamo lasciato: in preda alla disperazione per il mancato assassinio di Mosley e, di conseguenza, della sempre più sua labile leadership. Il crollo emotivo è cosi forte che prova a spararsi in testa. Fortunatamente sua moglie Lizzy aveva fatto togliere i proiettili poco prima ad Arthur, salvandogli di fatto la vita. Sull’orlo del baratro ritorna nella sua casa e una telefonata da parte del capitano Swing, uno dei dirigenti dell’Ira, gli comunica che sono stati loro a sventare l’attentato e che, per marcare la loro supremazia, hanno anche ucciso persone facente parte della sua famiglia. Tra cui Polly. Dopo in funerale, nel quale Michael promette vendetta nei confronti di Tommy, la scena si sposta a quattro anni dopo. Qui troviamo lo stesso capo dei Peaky Blinders nelle isole di Isola di Miquelon ad aprire un nuovo mercato dopo la fine appena annunciata del proibizionismo.
Fin dalla prima puntata della prima stagione tutti sapevano dell’intenzione di Steven Knight, ideatore della serie, di suddividere la storia della famiglia Shelby in sette stagioni, ne una in più ne una in meno. La cosa era cosi sicura che Imdb, famoso network per la valutazione condivisa sui prodotti cinematografici, già dopo il primo anno di produzione aveva preparato le sezioni delle stagioni, a quel punto solo da riempire, proprio sino a quel numero. Poi arriva la pandemia e come successo per molte altre serie, pensiamo alla Casa di carta, a Walking Dead o in maniera diversa ad After Life (la lista sarebbe lunghissima), si cambia idea vertendo per una conclusione seriale in 6 stagioni e un cappello finale a data da destinarsi attraverso un film. Ora, seppur per concezione contrario a un cambiamento del genere, i tempi di narrazione sono troppo diversi e tale soluzione sa molto di compromesso, la questione a mio avviso è un’altra. E’ giusto considerare Peaky Blinders concluso, assecondando quel cambiamento all’interno di Wikipedia che da 2013- in produzione è diventato 2013-2022, oppure vedere tale finale semplicemente come un finale di stagione? La risposta a questa domanda non solo è lecita ma è, a mio avviso, fondamentale. Il giudizio e la valutazione, a seconda dell’orientamento, cambia radicalmente, trasformandosi da deludente a esaltante in maniera netta e certa. La mia interpretazione e piena convinzione è che si tratti di un’altra tappa intermedia (peraltro Knigth è stato abbastanza chiaro in merito) e come tale va affrontata.
Il ritmo e l’impostazione di questa stagione è completamente diversa rispetto alle altre. In quest’ultime tutto era centrato sull’ascesa indeterminata della famiglia Shelby, con Tommy al centro ovviamente, mentre in questa c’è una sorta di blocco temporale, una specie di resoconto finale di quello fatto e del lascito emotivo e materiale da consegnare a chi c’è e a chi ci sarà. Il senso di grandezza e influenza del capo dei Peaky Blinders, seppur in evidente nuova ascesa rispetto alla stagione precedente, passa in secondo piano sostituita da una misticità che riesce contemporaneamente a miticizzare e rendere più umano personaggio e di conseguenza la storia. Nell’arco di queste ultime sei puntate, infatti, la trama naviga in preda a continue mareggiate con tutte le sicurezze che se da un lato rimangono forti, la sensazione che Tommy sia di nuovo un passo avanti a tutti è evidente, dall’altro sembrano crollare sotto la scure della colpa e dell’arroganza. Tommy cerca continuamente di cambiare per poi accorgersi che la sua forza, e la forza della famiglia, è proprio il suo modo di essere fatto. Questo alone di tristezza perenne che lo avvolge, da Grace in poi almeno, insieme alla sensazione che nulla possa affondarlo ha reso possibile la creazione di quella bolla che lo fa rispettare e temere da tutti. Tutti credono di essergli superiori ma nonostante questo cercano sempre di farlo fuori per vivere più tranquilli. Questo tipo di considerazione arriva al suo apice nella parte finale nella quale (SPOILER!!) lui stesso davanti al dottore menzoniero dice: “…solo Thomas Shelby poteva uccidere Thomas Shelby!”. In quell’attimo, emotivamente meraviglioso, il nostro “eroe” assumeva completamente le vesti del tante volte nominato diavolo, per poi svestirle pochi secondi dopo, in misericordioso e a conti fatti, nuovo uomo. Proprio quest’ultimo passaggio, il fuoco è da sempre simbolo di redenzione e fine, da da subito l’impressione di essere l’inizio della fine, o meglio l’escamotage di Knigth di tenere aperte le porte chiudendo un portone. La simbologia degli ultimi secondi (che fanno seguito alla visione di Ruby), l’oro, le foto, il cavallo bianco, l’arrivare un secondo dopo di Charlie, seguono esattamente quella concezione ultraterrena zingara di cui tutta la serie in qualche si è sempre condita. La maledizione, tante volte tirata fuori, alla fine assume la forma della precarietà delle cose, dell’inevitabile conseguenza che un certo tipo di scelte comporta. L’ennesimo meraviglioso dialogo tra Tommy e Alfie, nel quale passano dal “noi siamo qui” al “parla con chi gli frega di te”, mostra proprio come per certi tipi di persone, seppur grandi, a volte non ci sia altra strada che la solitudine sia nella vita che nell’eventuale morte (che per loro stesse parole, non può avvenire nel letto, quella è riversata alle persone buone).
Per quanto tutti gli attori siano autori di una prova formidabile senza Cilliam Murphy nulla sarebbe stato possibile. Quando è assente dalle scene da più di tre minuti netti, forse se c’è Paul Anderson e il suo Arthur possiamo arrivare a 5, si ha una sensazione di mancanza. E questo va, a mio avviso, al di la dell’ormai percezione che si ha del personaggio. Nel senso che è stato proprio lui e il suo modo unico di interpretarlo a far nascere questa esigenza.
L’ennesima maestosa fotografia e una colonna sonora perfetta per creare l’atmosfera del momento, sono la cornice della nuova riuscita stagione di questa serie. Sarà forse l’asfissiante sensazione che un altro capitolo della nostra vita cinematografia stia volgendo al termine ma l’indispensabilità sin dalla prima scena che ho avuto di voler continuare a vedere ed andare avanti è stata pressante, e di solito per me questa è una spia evidente su quello che sto provando. E’ ovvio, come detto, che al termine ho dovuto contestualizzare la fine, considerandola un altro semplice e bellissimo passaggio verso la vera fine. Quella mostrata, infatti, a mio avviso, anche con uno sforzo enorme di adattamento non potrebbe mai diventare la vera conclusione di questa epica storia. Il “si vedrà cosa accadrà” che trasmette, oltre come detto a un tentativo di redenzione, non è mai stato ne nella natura dei Peaky Blinders ne ovviamente, in Thomas Shelby.
Non rimane che aspettare e soprattutto sperare che per una volta il “diavolo” faccia anche i coperchi…sarebbe un peccato in questo caso che si fermasse alle pentole.
Jonhdoe1978
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