
L’iconicità ha una prova da superare: il tempo. Solo la resistenza a quest’ultimo, inteso come capacità di permanere nell’immaginario collettivo in più generazioni, infatti, segna la differenza tra chi ruba lo sguardo e chi invece l’anima. Rimanendo nell’ambito prettamente cinematografico, il concetto è comunque generale, nessuno avrebbe mai pensato nell’ormai lontano 1976 all’impatto sociale e empatico di Rocky, la cui grandezza rapisce ancora a tutti i livelli, esattamente come la svolta di immedesimazione nell’avventura che Indiana Jones successivamente diede. Se questi due esempi sono evidentemente lampanti, in ambito di action movie due sono i nomi a cui è impossibile non fare riferimento: James Bond e Ethan Hunt. Ma mentre il primo per scelta e convenienza si è in qualche modo spersonalizzato diventando quasi più un’idea, Ethan Hunt piano piano ha raggiunto quel livello di simbolo a cui mi riferivo all’inizio e che ha come indispensabilità, almeno per me, l’assimilazione tra personaggio e identità fisica. Pensate per esempio se qualcuno scrivesse un nuovo capitolo su Hercule Poirot, solo che pur mantenendo lo stesso carattere, idee, modi di fare e intuito, lo rappresentasse alto, biondo e fisicamente possente…
Ethan Hunt (Tom Cruise) e tutta la sua squadra (facente parte della IMF, Impossible Mission Force), dopo un lavoro perfettamente riuscito a Kiev, vengono mandati a Praga allo scopo di impedire a un famoso trafficante di entrare in possesso della lista degli agenti infiltrati dell’Europa Orientale. A capo di questa operazione c’è Jim Phelps (Jon Voight), vecchia conoscenza di Ethan e compagni e navigato componente della squadra speciale americana.
Durante l’operazione qualcosa va però storto e a rimanere vivo, almeno apparentemente, è il solo Hunt.
Quando il satellite e la Tv via cavo, almeno in Italia, erano ancora un miraggio, non erano molte le emittenti nazionali da vedere, per le locali il discorso era diverso, e quindi era abbastanza facile, durante l’inevitabile zapping, incappare sempre negli stessi programmi. Fra questi uno dei miei preferiti era senza ombra di dubbio Mission Impossible (la serie) e questo perché in ogni puntata riusciva a soddisfare in me quella parte ludica e sognante di andare oltre i limiti realizzativi. Questa predisposizione o meglio, percezione di questo programma non deve essere stata solo la mia e cosi quando nel 1996 usci l’omonimo film, molta gente, me compreso, si riversò sin dai primi giorni nelle sale. E non nessuno rimase deluso.
Il compito di Brian De Palma era sia molto delicato che notevolmente semplice. Da una parte infatti, bastava non stravolgere l’impostazione di Bruce Geller (l’ideatore della serie) dando cosi continuità all’idea e all’aspettativa per avere l’effetto attesa/risultato soddisfatto e dall’altra era necessario trovare qualcosa di nuovo e adeguato al periodo (pensiamo alla tecnologia) per non dare l’impressione di un semplice copia e incolla. In entrambi i casi, se togliamo un paio di esagerazioni, l’obiettivo è stato decisamente raggiunto. Mission: Impossibile, infatti, combina una trama intelligente e perfettamente stratificata, l’inganno a più livello è estremamente bilanciato, a una parte action coinvolgente e saggiamente gestita. Una estremizzazione di quest’ultima (lo spettatore non era ancora pronto) avrebbe creato un solco troppo evidente sia sull’idea del possibile (che deve essere sempre presente) che sulla motivazione (la genialità della serie per intenderci) che aveva spinto le persone ad andarlo a vedere.
De Palma non solo è stato molto attento ad non uscire da questo binario (sa, a prescindere dal genere, quali sono i punti di forza e i limiti da non superare) ma ha arricchito il film di più contenuti che, seppur conosciuti, a conti fatti tutto sono sembrati tranne che deboli. E cosi abbiamo l’avvenente figura femminile, il chiaro rimando di una delle parti “cattive”, Max, a James Bond e un gioco all’inganno sottile ma non esageratamente complicato. La sensazione, oltre a ritenere esatte tutte le scelte, e che si amplifica se il film rivisto anni dopo, è che questo primo capitolo sia (certo se non avesse avuto successo nulla si sarebbe concretizzato) una specie di ponte tra quello che era stato e quello che sarebbe potuto diventare. In pratica, si è voluto creare una linea immaginaria e di comunione tra la storicità della serie, ripercorrendone alcune impostazioni, e il futuro di genere fatto di situazioni al limite e molti escamotage visivi. C’è da dire che la gestione di questi ultimi è quasi sorprendente per quel non stonare allora come oggi. Mi spiego. Quando è uscito la sensazione era di effetti speciali si all’avanguardia, ma che non seppellivano la recitazione e la storia in sé. Al contrario se visto ora, e parliamo di 27 anni fa, l’impressione è di qualcosa di profondamente vicino e perfettamente attendibile. Questo porta a considerare, senza possibilità di smentita, come questo film sia stato, come appena detto, un futuristico viaggio con le regole del passato.
Discorso a parte merita il protagonista. E’ ovvio che le considerazioni che si potevano fare nel 1996 non possono essere le stesse di ora. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare tale longevità sia del personaggio in se che del Tom Cruise versione action. Rimanendo all’idea di quell’anno (per quello fatto dopo avremo altro modo di parlarne) l’attore newyorkese ha dato subito l’impressione di essere perfetto e questo sia per la sensazione comune, ottenuta con tutti i suoi ruoli, di affidabilità morale che proprio per capacità fisiche e attoriali.
Nel momento stesso in cui iniziava il motivetto di Mission: Impossible, uno dei più conosciuti al mondo, la mente immediatamente si immaginava una miccia che inizia a prendere fuoco, simbolo di un tempo non più illimitato. Dopo l’uscita del film questa immagine si è sovrapposta a Ethan che cade verso un pavimento pronto a suonare all’impazzata e che si fermava in maniera improvvisa a un centimetro da terra. Questo dimostra l’evidente riuscita del film quale perfetta foto fra rispetto, idea e proporzione narrativa seppur, come detto all’inizio, all’interno di un paio di esagerazioni (l’elicottero nella galleria è una scena veramente tirata per i capelli) che comunque non hanno storpiato la piacevolezza e la soddisfazione complessiva.
Ovviamente all’epoca non sapevamo che da li sarebbe nato un mito, mitigando mentalmente il significato di tale termine a qualcosa di unico, ma è indubbio che una delle mie prime esclamazioni uscito dalla sala fu: “Mi piacerebbe facciano il secondo” e non credo di essere stato l’unico…
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook
Potrebbe interessarti anche Mission: Impossible 2, Mission: Impossible 3, Mission: Impossible – Protocollo Fantasma, Mission: Impossible – Rogue Nation, Mission: Impossible – Fallout, Mission Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno – Mission: Impossible – The Final Reckoning























Lascia un commento