
Era opinione diffusa, compresa la mia, che con il terzo film la storia di Mission: Impossible fosse sostanzialmente conclusa. La fine amorosa e moralmente rilassata, insieme al forte impatto di Jason Bourne sul genere e la “rinascita” di 007, consigliavano o meglio, spingevano verso questa direzione almeno che non si fosse voluto rischiare di sminuire o offuscare con qualcosa di ritrito, personaggio e storia. Ma Tom Cruise e compagni non sono noi e cosi il nostro caro agente segreto dopo 5 anni torna sullo schermo e lo fa in maniera sorprendente sfornando il migliore film (escludendo l’idea e l’approccio del primo), per il momento, di tutta la saga.
Mission: Impossible – Protocollo Fantasma, infatti, è un film straordinariamente solido e che ha avuto il grande merito di prendere e condensare tutto il meglio dei primi tre film. Dopo un incipit assolutamente intrigante, ma questa è una costante di tutta la saga, la trama si dipana in maniera intrigante e soprattutto con un tasso di adrenalina costantemente alto. Tale modo ripercorre in qualche modo l’indirizzo del terzo film, che aveva sovvertito il piattume e l’immobilità del secondo, ma con una capacità e un’intensità sia visiva che di pura emozione indubbiamente superiore. A questo però, si è aggiunta la costanza, gli ultimi 20 minuti della creatura di J.J. Abrams in quello aveva peccato, e soprattutto, almeno a livello percettivo, la consistenza della trama. La sensazione che ho avuto, infatti, dal primo all’ultimo minuto, è di una storia dannatamente bilanciata e che ha mantenuto una coerenza e soprattutto una possibilità, intesa come verosimile, fino a questo punto mai avuta. La leggerezza scenica del primo, anche se voluta, quale, come detto nell’apposita recensione, ponte tra serie e film, il provincialismo territoriale (almeno come percezione) e l’immobilismo del secondo film e la brutta e approssimativa gestione della fine del terzo, infatti, trovano in Mission: Impossible – Protocollo Fantasma il loro correttore o meglio, il figlio che riesce a correggere i peccati dei fratelli più grandi.
Anche la scelta, e direi finalmente, di un villain completamente estraneo all’organizzazione, sa quasi di liberazione. Per quanto possa sembrare vecchio o stucchevole, in certi contesti i cattivi devono essere i cattivi e i “buoni” (giusto metterlo tra virgolette)… i buoni. L’idea di immistione ha retto magnificamente nel primo film, poi è diventata una routine pesante e triste, nel senso che dava l’impressione di poco estro. Anche la gestione della figura femminile, stavolta addirittura tripla, ha il sapore di maturità, di quell’intelligente momento in cui analisi generale della figura e funzionalità trovano una proporzione perfetta all’interno della storia. Tale scelta verticale, le tre scelte femminili sono veramente non sovrapponibili, riescono a scatenare nello spettatore diverse reazioni che però, e qui sta la bravura di chi le ha pensate, diventano consequenziali e non per forza alternative. Gli ultimi secondi, pensati divinamente, esaltano questo concetto dando a tutto il film quel filo sentimentale e dei rapporti che bene aveva funzionato nel secondo senza però, stavolta, semplificarlo esageratamente.
Al termine del film mi sono chiesto se questo, almeno sino ad adesso, non solo fosse stato il miglior Mission: Impossible ma anche il miglior Ethan Hunt. La risposta è no. E’ no perchè Tom Cruise, al di la dell’altalenante trama dei diversi capitoli, è sempre stato assolutamente credibile e coinvolgente. La differenza sta in quello che ha messo nei vari film: nei primi tre (nel primo poco, reggeva quasi tutto) lui ha salvato tutti i momenti di stanca, in questo invece, ha accompagnato e impreziosito qualcosa che comunque già funzionava. Piccola nota che altro non fa se non impreziosire quell’assimilazione tra personaggio e attore di cui ho parlato nelle precedenti recensioni: pensare che la scalata della torre Burj Khalifa l’ha fatto veramente lui, lascia veramente senza fiato e da quasi l’idea, e questo era il suo intento oltre a una mentalità estrema e in costante sfida, che Hunt possa essere veramente lui.
Idee e coraggio. Riprendere in mano il progetto Mission: Impossible, come detto all’inizio, era assolutamente rischioso, ma farlo con un regista che si era fatto conoscere al modo con un film come Ratatouille ha il sapore della follia. E invece, certo l’essere produttore aiuta e spinge a poter fare o non fare qualcosa, ha di nuovo avuto ragione Tom Cruise. Questo film ha, a mio avviso, ridistribuito le sensazioni di tutta la saga elevando personaggio e franchise sopra ogni altro del genere e pari solo all’idea di 007. Questo dimostra ancora una volta come il buon pensiero riesce spesso a sopperire ai clichè e di come la gente ama la continuità e la sicurezza tanto se non di più delle novità. La risposta al botteghino di questo film è stata eccezionale soprattutto in considerazione che è avvenuta con il tempo e quindi con il passa parola. In pratica, il classico “vallo a vedere” è stato più del “lo vado a vedere a prescindere” dando, evidentemente, un significato diverso ai freddi, quanto indispensabili, numeri dei tagliandi strappati.
Ultime righe, proporzionalmente corrette, agli ultimi istanti del film che riportano, tra il malinconico e l’umano, al vero cuore di Mission: Impossible: unire le capacità all’anima delle scelte e, appunto, all’umanità. Il fatto che Ethan Hunt unisca tutte queste caratteristiche, abbiamo la necessità di sapere che dietro la macchina dell’impossibile ci siano le nostre stesse debolezze, ce lo rende vicino e in qualche modo paradossalmente tangibile. Raggiungere tale risultato è probabilmente il segreto di Pulcinella, ma non molti ci sono riusciti…Ethan Hunt e Tom Cruise, si.
Jonhdoe1978
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