
Sul fatto che ognuno può riuscire in ogni cosa esistono diverse forme di pensiero. C’è chi crede ciecamente nella veridicità di tale affermazione, chi, invece, che nulla può essere fatto se non accompagnati da una dose di talento e predisposizione di base e, infine, chi crede in una via di mezzo, una zona d’ombra dove trovano spazio anche la fortuna e il caso.
Il piccolo e giovane topo Ramy, vive insieme alla sua colonia in una enorme casa nella periferia di Parigi. La sua più grande aspirazione è diventare un cuoco, assecondando l’insegnamento del suo idolo, il cuoco Auguste Gusteau, secondo il quale chiunque può cucinare. Un giorno l’anziana signora proprietaria della casa, scopre che Ramy e tutti i suoi compagni abitano nella sua soffitta e presa dal panico comincia a sparare ai piccoli topi nel tentativo di scacciarli. Durante la fuga, il nostro protagonista rimane indietro per salvare il suo tanto caro libro di Gusteau, venendo risucchiato dalle fogne di Parigi. Solo, bagnato e affamato si ritrova nei tetti della città proprio davanti al ristorante del suo, ormai scomparso, mentore.
L’innata simpatia e tenerezza che la figura del topo crea nei film animati, in contrapposizione al ribrezzo che suscita, di solito, nella realtà, trova in questo film la sua massima estensione quale sovrapposizione tra concetto e materialità.
Brad Bird e Jan Pinkava, infatti, utilizzano l’estremizzazione visiva di chi per definizione è lontanissimo dall’igiene essenziale quando si parla di cucina, per raccontarci una storia sulle opportunità, sul fatto che l’apparenza spesso, nasconde dei pregiudizi senza giustificazione di fondo. Il topolino è la rappresentazione delle possibilità negate, di chi viene emarginato a prescindere da un sistema troppo fossilizzato dagli stereotipi imposti e tramandati. La loro, certo, è una provocazione, un modo roboante per sdoganare un preconcetto di nicchia, un appiattire il punto di partenza rivendicando il diritto che tutti hanno di partire al medesimo start.
Accanto a Ramy, sul quale gira il film, c’è la figura di Alfredo Linguini (giovane lavapiatti con nessuna apparente aspirazione) che a tale start sembra essere molto distante, per poi ritrovarsi con un nome importante e dalle mille aspettative cucite addosso. I due insieme sono la perfetta combinazione della premessa fatta: chi dal nulla tenta e riesce nel suo più grande intento e chi invece riesce, in parte, sfruttando quella dose di fortuna o di caso che lo fa trovare al posto giusto al momento giusto e con il giusto cognome.
Il colore principale del film è il rosso, inteso come esternazione che in tutto quello che si fa ci deve essere il cuore, quel trasporto immotivato verso qualcosa e qualcuno. Quell’innata ricerca di felicità interiore al servizio di quella degli altri, quasi come la continuazione intorno a se, del proprio piacere di fare le cose. La cucina, infatti, può essere tale tipo di condivisione o la meccanica e fredda combinazione di sapori equilibrati. Ratatoille si ribella a questo secondo concetto, rivendicando il principio secondo il quale ogni piatto ha bisogno della sua polvere magica, di quel modo armonico e personale di unire più ingredienti come se ogni volta fosse una magia nuova.
Tranne rarissimi casi, la Pixar non ha mai sbagliato una produzione e questo al di là della nitidezza computerizzata delle immagini. In ogni storia, infatti, c’è un cuore, un modo per colpirci e riflettere e spesso attraverso astrazioni intelligenti e ficcanti.
Nel caso specifico, a mio avviso, Ratatouille trova tutta la sua poesia nel modo in cui riesce a combinare mondi diversi e normalmente, tra loro irraggiungibili. Questa diversità diventa la forza dei protagonisti, l’estensione d’amore dei sogni dell’altro, il ricongiungimento emotivo fra favola e aspirazioni. Linguini assorbe la forza di Remy, quel coraggio di non auto eliminarsi da nessuna corsa cercando una propria dimensione su cui issare il futuro.
Il loro è un percorso direttamente proporzionale, si trovano, si perdono sia come insieme che come singolo, si rincorrono e poi si ritrovano, raggiungendo quel luogo di armonia, dove le nuvole e la soddisfazione raggiungono il loro punto di equilibrio. In mezzo le sfaccettature di un amore sbocciato in un atto di pura fede e l’unione e l’affetto della famiglia, seppur con l’estensione all’istinto della colonia tipica dei topi, valida, con tutte le accortezze del caso, a qualsiasi livello.
Un film di puro ottimismo, di quelli che distruggono qualsiasi tipo di muro, regalando una boccata sana di speranza. Uno sprone a credere in se stessi, giocando sulle possibilità che possono capitare, colorandone la riuscita tra caso, testardaggine, opportunità, altruismo e talento. Ratatouille mischia la vita proprio come una zuppa, riuscendo a risultare saporita a quasi tutti i palati, anche i più delicati ed esigenti, e questo sia per il messaggio che per il modo morbido e delicato con il quale viene raccontato. Una storia incredibilmente vicina, una carezza rumorosa ai sogni e alle inclinazioni, al modo a volte, troppo frettoloso con cui ci tarpiamo le ali, legati spesso, ai nostri stessi preconcetti mentali. Muri inconsci sui quali sbattiamo e che andrebbero se non abbattuti almeno aggirati onde creare una favola bianca personale che ci possa far con naturalezza, alzare lo sguardo verso una nuova intima definizione.
Jonhdoe1978
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