
E un altro pezzo di vita se ne è andato.
Stando ai rumor, peraltro non smentiti dallo stesso Tom Cruise, infatti, questa è stato l’ultimo film del franchise Mission: Impossible, almeno con questi attori. Personalmente credo che sia cosi, nonostante, come suo stile, il vecchio Tom ha fatto in modo di lasciare comunque aperta una finestra, per la serie “non si sa mai”.
Partendo dal presupposto che questo sia stato l’epilogo, la domanda è: Mission: Impossible – The Final Reckoning è il giusto coronamento di questo lungo e meraviglioso percorso?
Assolutamente si.
Questo ottavo capitolo trasuda maturità da tutti i pori e nonostante un ritmo decisamente inferiore, almeno per quanto riguarda le scene di pura azione, rispetto a Dead Reckoning, ti scatena un’adrenalina costante che fa in modo che le quasi tre ore di durata vengano percepite, usando una citazione del film, come un batter di ciglia. Si per carità, all’inizio ci sono dialoghi lunghi e dettagliati, ma non si smarrisce mai il senso di tensione di quello che sta succedendo e che succederà. Questa infinita preparazione, questa è la percezione, invece di essere un limite diventa la forza del film almeno sino alla scena del sommergibile, nettamente una delle più belle di tutti il franchise. Circa 40 minuti di genio assoluto sia per realizzazione che per impatto visivo/emotivo, oltre che per originalità. Da qualche parte ad esempio, si è discusso sulla mancanza in questo titolo di un vero e proprio inseguimento sulle strade, sempre presente in questi 30 anni, ma credo che questa scena oltre a cercare di tagliare un minimo con il passato evitando ripetizioni su ripetizioni (alla fine gli ultimi 2 capitoli devono essere considerati un unico film) abbia ottenuto il risultato di alzare il livello diventando quasi imperiosa.
Detto questo, e non è assolutamente trascurabile, quello che veramente è stato azzeccato è il senso generale del film, sia per la narrazione che per il significato. L’ AI come minaccia non è altro che l’esaltazione di quello che stiamo vivendo è che per anni ci siamo raccontati: la macchina contro l’uomo. Mission: Impossible (insieme a 007) è sempre stato lo specchio della minaccia e quindi ho trovato indovinato andare in quella direzione. Certo, in questa seconda parte si è spersonalizzato completamente il nemico (nella prima Gabriel era la sua emanazione umana), ma credo che fosse in qualche modo necessario.
Ma il vero successo Christopher McQuarrie (sempre più il re dell’action) e compagni l’hanno ottenuto con quel velo di umanità, forza e delicata tristezza con cui hanno dipinto Ethan Hunt fino alla meravigliosa fine. Avvertendo che da qui in poi ci sarà dello spoiler, credo che gli ultimi minuti nascondono una magia immensa, soprattutto perché assecondano tutto quello che i personaggi sono sempre stati escludendo inutili sentimentalismi che cosi invece sono stati esaltati. Tanto per intenderci, si sarebbe potuto concludere tutto con “è tempo di passare la mano” e invece nessuna parola (se non quella di Luther a stringerti il cuore), solo sguardi pieno di tutto a cingere una scelta (quella di essere un agente segreto) estrema e silenziosamente edificante. Quella frase per cui “lo facciamo anche per persone che non conosceremo” qui prende quasi fuoco riecheggiando e di conseguenza trasmettendo tutto il senso di MISSION IMPOSSIBLE.
Altrettanto azzeccato il rimando a due momenti del passato: zampa di lepre e William Donloe (quello della stanza della Cia del primo film, per intenderci). Alcune volte questi ritorni sono forzati e piena di retorica, in questo caso no. La cosa paradossale è che il loro incastro non solo risulta perfettamente attendibile, ma quasi scritto sin dall’inizio (cosa che evidentemente non può essere).
Ora ci si potrebbe chiedere, visto quanto scritto sinora, se Mission: Impossible – The Final Reckoning abbia delle cose che non funzionano. Ovviamente si e che posso racchiudere in due. La prima è che l’assenza di una coralità piena di personaggi in certi momenti si sente. Personalità come la Vedova Bianca e Ilsa Faust, davano un senso più profondo a tutto il contesto oltre che una “mondialità” spiccata della situazione. L’altro, ma qui siamo al capello, è come siano riusciti a importare l’apparecchio con dentro entità senza che qualcuno lo trovasse e provasse a prenderlo. Non dico che non dovrebbe stare nelle mani di Hunt, alla fine lui è l’emblema del garante, ma è sembrato un pizzico forzato come passaggio.
Ci avviciniamo alla conclusione di questo pezzo e le cose si fanno complicate. Quando metterò l’ultimo punto sarà davvero la chiusura di un cerchio lungo trent’anni e questo, almeno per me, non può passare senza un qualche pugno allo stomaco. E’ ovvio che tra qualche tempo, probabilmente, ci potrà essere un reboot (alla fine perchè la nuova generazione non può provare a vivere lo stesso viaggio mio?), ma per la mia generazione non può essere lo stesso e mai lo sarà. Come detto, il buon Cruise ha fatto in modo che il suo dileguarsi nella folla possa essere una fine, ribadendo il senso stesso del suo essere, o un modo per dire che ci sarà ancora bisogno di lui. Io, come detto all’inizio, non credo in un ritorno e forse non so neanche se augurarmelo. La possibilità di caduta c’è e si correrebbe il rischio di innescare un processo di aggiustamento pericoloso e poco proficuo.
Ultimo elemento si cui voglio parlare è il fatto che in tutta la saga non si è giocato sull’amore facile. Tante donne attraenti, tanti sguardi, ma poi il senso generale dell’azione e dell’essere tutto e nessuno ha sempre preso il sopravvento e aggiungerei per fortuna. Anche in questo ultimo capitolo sarebbe stato facile scivolare su Grace, ma c’era qualcosa di più grande, ovviamente per il contesto, da regalare ed è stato giusto lasciare tutto nelle intenzioni e nel pensiero.
Ed eccoci alla fine. Se devo fare un bilancio di questi trent’anni, non posso che ritenermi fortunato. Un viaggio incredibile che ha confermato come la volontà, oltre che i mezzi, possono essere più forti di tutto. Mission: Impossible doveva fermarsi al terzo film e probabilmente, visto il tenore di quel film e anche del secondo, sarebbe presto passato nel dimenticatoio, e invece la tenacia di Cruise l’ha trasformato in leggenda. Se dobbiamo analizzare questo percorso dal punto di vista dell’azione (che poi di questo di parla) Mission: Impossible – Fallout è senza dubbio il migliore, ma se la vediamo da un punto di vista complessivo, un mix tra azione ed emotività, questo non è da meno. Devo ammetterlo (e ripeterlo), quel senso “lo facciamo anche per chi non conosceremo” (che poi è un ragionamento che ho fatto recentemente seppur nella prospettiva che quasi sempre nel nostro cammino vediamo delle persone che non vedremo più e questa cosa la facciamo passare quasi sempre senza un pensiero) mi ha invaso, dandomi una sottile e delicata sensazione di smarrimento a cui non ho potuto (e non voglio) non cedere.
Ora mentre sto per mettere quel punto di cui ho detto più volte c’è bisogno della musichetta di Lalo Schifrin, faccio play nella mia testa…punto
Jonhdoe1978
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