
Per quanto molto spesso esistano diversi modi per vedere la stessa cosa, ne esistono alcune che per tradizione sociale e approccio all’argomento si discostano nel giudizio di poco le une delle altre. E’ cosi quasi unanime la considerazione che il sesto capitolo di un franchise cinematografico non può aspirare a essere uno dei più riusciti esattamente come un uomo di 56 anni non ha la struttura/possibilità di portare il suo fisico al massimo. Ecco, sebbene queste due affermazioni in linea di principio rimangono assolutamente valide, d’altronde nella quasi totalità dei casi è cosi, in Mission: Impossible e nel suo protagonista sembrano non solo non valere ma essere proprio al suo opposto.
Mission: Impossible Fallout, infatti, è a mio avviso, il migliore (almeno per il momento) della saga (il fatto che questa affermazione l’ho già pronunciata nella recensione di Protocollo Fantasma dimostra proprio la bontà dello sviluppo della saga) e Tom Cruise in una forma che farebbe invidia, per quello che fa, alla stragrande maggioranza dei quarantenni.
Partiamo dal primo punto.
Al timone di questo nuovo capitolo, sempre come regista e sceneggiatore, ancora Christopher McQuarrie, persona che, come detto e a conti fatti in maniera più che meritata, ha tutta la stima e la fiducia di Tom Cruise. Stima che il regista americano continua film dopo film a meritarsi soprattutto per quell’evidente capacità di capire e rinnovarsi. Quello che infatti traspare durante la visione di Fallout è di un manico, inteso come comandante del progetto, che ha fatto tesoro di qualche ingenuità mostrata in Rogue Nation sfruttandone ed esaltandone a pieno tutto il potenziale. Tutti i punti messi nel film precedente in questo, infatti, non solo trovano la loro bellissima e per nulla scontata continuazione (fondamentale) ma diventano un punto di partenza per un discorso che, per quanto apparentemente complesso, risulta assolutamente attendibile e accettabile. La maggiore difficoltà, a mio avviso, risiedeva nell’immobilità dei cattivi (per la prima volta è lo stesso del precedente) e nel modo di interfacciarli con gli stessi (quasi) personaggi.
In film come questi è fondamentale che le ruote girino armonicamente e che ogni scena si incastri perfettamente tra sicura aspettativa e la sete di sorpresa. Ogni spettatore infatti, ha la necessità di aver contemporaneamente sia dei punti di riferimento certi che evoluzioni sorprendenti (ma possibili). Proprio questa combinazione, pensiamo alla doppia finzione Walker/Benji, è il vero elisir di Fallout insieme a una gestione della fine (tranne in un caso) stavolta assolutamente condivisibile e soprattutto moralmente e sentimentalmente impeccabile. In particolar modo il passaggio di consegne tra Julie (Michelle Monaghan) e Ilsa (Rebecca Ferguson) nel cuore di Ethan Hunt è di una delicatezza incredibile e si incastra perfettamente nel contesto narrativo di tutta la saga. La sensazione di opportunità, di costrizione, di rinunce e di possibilità arriva in pieno, regalando cosi tracce di umanità, che poi è uno dei motivi della fortuna di personaggio e idea.
I continui cambiamenti/mistificazioni, l’impressione è di un’evoluzione al quadrato di quello fatto nel primo film, danno dei cambi di ritmo alla trama cosi intensi che si arriva alla fine quasi tutto d’un fiato. Anche le parti in cui ci si concentra, come ovvio che sia, sulle spiegazioni e sulle possibilità, scivolano via in maniera brillante, quasi che la mente si stia ancora cibando di quello appena successo, e quando si inizia a essere sazi ecco un nuovo strappo e tutto ricomincia.
Questa catena incessante e travolgente trova un piccolo punto debole (come accennato e che priva a mio avviso la valutazione finale di qualche punto) nell’inseguimento finale in elicottero. Quello che stona non è tanto l’inizio e la parte centrale di tale evento, quanto la sua risoluzione. E’ vero che ci troviamo di fronte a una missione impossibile ma è anche vero che l’estremizzazione al limite del possibile/probabile, dove non strettamente necessaria, deve essere evitata. E’ chiaro che questo è un giudizio personale, ma sono convinto che anche con meno si sarebbe ottenuto lo stesso risultato con l’aggiunta di un “umano” in più.
Secondo punto.
Tom Cruise. Prima parlavo di capacità fisiche e di come a una certa età alcune cose non si possono, o meglio, potrebbero fare più. Siamo a circa tre/quarti del film e Tom Cruise in carne e ossa comincia a correre a una velocità importante (e già questo..) tra i palazzi. Ad un certo punto ne arriva uno più distante e come è giusto che sia per Ethan Hunt, non si ferma e salta. Tutto normale se non fosse che a fare quel salto, difficile anche a 20 anni, ci sia proprio l’attore newyorkese (della corrispondente caviglia slogata sappiamo già tutto). Lo ripeterò sino alla noia ( sei avete già letto le altre recensioni lo sapete): proprio questo modo di comportarsi, al di là dell’io dell’attore, è il vero motivo dell’attrattiva che si ha verso il personaggio e di come esso si sia sovrapposto al suo autore. Ah, anche sull’elicottero, a guidarlo per intenderci, c’era sempre lui…
Sempre a livello di cast, tra conferme e bocciature, vanno citati almeno al tre attori. Perfetta la scelta di escludere Jeremy Renner, il suo personaggio era risultato debole già nel film precedente, riproporlo sarebbe stato sbagliato (questa per me rientra nelle capacità di capire di Christopher McQuarrie). Al contrario, quanto mai opportuno rimettere in prima linea (vedi la considerazione appena fatta) Ving Rhames e il suo Luther. Sarà perché ci affezioniamo (ricordo che è l’unico attore insieme a Tom Cruise sempre presente in tutti e sei i film) ma la sua presenza (ripetizione indispensabile) regala attenzione e partecipazione. Ancor più convincente (e già lo era) del titolo precedente Rebecca Ferguson. Molto intelligente il modo in cui è stata rimessa nella trama, ma poi lei ci mette del suo e riesce perfettamente ad arrivare per quello che doveva: amante e killer.
Per quanto uno si affezioni, l’uomo tende a fare questo, vuoi per malinconia del tempo che passa o per semplice abitudine, quando la saga tende a prolungarsi troppo, quasi sempre ci si scontra con produzioni al limite del salvabile. Penso a Rocky, a Rambo, a Indiana Jones (aspettando il nuovo capitolo), a Nightmare, ma potrei fare decine di esempi. La verità è che nessuno ha ottenuto il risultato di Mission: Impossible, essere al top a quasi trent’anni dal suo esordio. Lasciando stare per il momento, anche se ovviamente importantissima, la capacità narrativa e di scelte, quello che rimane di questo film, come del precedente, è la positività che ti lascia. Nel senso che vedendo la verve del format e del suo protagonista ti sembra che il tempo non sia passato o meglio, che stia passando più lentamente di quello che è e di certo questa, saltando il passaggio malinconia dei titoli pocanzi citati, è una mistificazione alla quale ci concediamo molto ma molto volentieri.
Jonhdoe1978
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