
Ci sono cose che il tempo peggiora e altre invece che come il vino migliorano.
Mission: Impossible, dopo le scorie iniziali, soprattutto nel secondo e terzo capitolo, rientra senza ombra di dubbio nella seconda categoria.
Molto del merito di quest’onda lunga fortunata (e non ancora finita) è dovuto a mio avviso, oltre alla testardaggine di Tom Cruise, alle capacità di scelta di produttori e sceneggiatori, che sono riusciti a discernere gli elementi vincenti da quelli spenti e inutili. Tale lavoro, come detto nella recensione corrispondente, ha comportato che Mission: Impossible Protocollo Fantasma fosse la sintesi perfetta di tutto il meglio fin li visto, diventando, quindi, la fotografia migliore del franchise (come film) del personaggio inventato da Bruce Geller. Questa indubbia verità (e qui sta il merito accennato poche righe fa) non è ovviamente sfuggita a tutto il gruppo di lavoro M:I, che, infatti, per il nuovo film, quello in oggetto, ha deciso di mantenere la stessa struttura narrativa, arricchendola, come è giusto che sia e a prescindere dalla sua impeccabile riuscita, di qualche particolare in più. Prima di arrivare alle novità e in certi casi al ritorno al passato, seppur con un’attenzione diversa, è il caso prima di applaudire la scelta di aver mantenuto una trama sinusoide, intesa come perfetto bilanciamento tra momenti action e altri di pura spiegazione/umanità. La rottura con il passato, ed ecco la prima novità, riguarda il villain che, se anche alla fine identificato in una persona specifica, per la prima volta è plurimo. L’idea di un sindacato, di una collettività buia al potere, è non solo perfettamente coerente all’immagine che molti di noi hanno sulle scelte occulte, ma magnificamente in linea con l’evoluzione del e dei personaggi. In pratica, più passa il tempo (e i film) e più l’asticella si deve alzare.
Il ritorno al passato di cui si diceva pocanzi, seconda parziale novità, è l’utilizzo della figura femminile che dopo due capitoli tra virgolette pienamente sentimentali, ritorna ad essere nel mezzo tra amante e avversaria. La particolarità o meglio, la felice intuizione, almeno in questo capitolo, è non aver scelto il tutti felici e contenti, con i due, lei ed Ethan Hunt, tanto per intenderci, mano nella mano mentre si perdevano nella folle (come evidentemente scelto, malamente, in Mission: Impossible II).
Sulla scelta di regista e sceneggiatore, Christopher McQuarrie, è pesata tantissimo l’opinione di Tom Cruise, i due avevano già lavorato insieme in Jack Reacher – La prova decisiva e Edge of Tomorrow – Senza domani (consiglio a chi non l’ha già fatto di recuperarlo al più presto), aprendo di fatto un sodalizio costante e soprattutto fruttuoso (basti pensare che McQuarrie è uno degli scrittori del MERAVIGLIOSO Top Gun: Maverick).
Detto tutto ciò, in questo film esiste un ma e riguarda la gestione del caso e/o fortuna. L’incipit della storia si focalizza proprio sulla mancata progettualità dell’IMF e di quanto le sue fortune siano legate ad eventi spesso favorevoli ma non programmati. Se questo è vero in linea generale ed è uno dei cardini dell’origine proprio dell’idea di Mission Impossible (certe dinamiche per ovvie ragioni non possono essere sicure al 100%), non lo è se poi sono affidate alle scelte altrui. Mi spiego. Disattivare una testata nucleare all’interno di una stanza con 4 controlli (è un esempio del tutto inventato) è una cosa che per quanto difficile e possibile di fallimento, riguarda solo le capacità di chi ci prova. Se invece uno dei 4 controlli dipende dalla potenza di persuasione di uno dei protagonisti verso un altro uomo, la cosa cambia. Qui non stiamo più nell’ipotesi abilitative o prevedibile ma su un più fantasioso e pericoloso testa o croce. Proprio questa scelta, seppur ripeto in un contesto narrativo ben delineato, l’ho trovata eccessivamente forzata e fuori da quella determinatezza su cui tutto il franchise ha fondato le sue fortune.
Questo film ha segnato anche uno dei punti più alti, anzi il più alto, del Tom Cruise stuntman. La persona che rimane attaccata all’esterno dell’aereo mentre prende il volo è proprio lui e la scena che si sta vedendo è esattamente quella girata. Sul motivo di tale scelta ho già parlato nella recensione di Mission: Impossible 2, ribadisco però che proprio questo estremismo dell’attore newyorkese è uno dei motivi per cui Ethan Hunt è diventato nell’immaginario collettivo Tom Cruise.
Sempre in tema di scene strutturalmente coinvolgenti, non si può non spendere due parole su quella all’interno del raffreddatore ad acqua. Ecco quella è la perfetta e meravigliosa sintesi per la quale ho “condannato” pocanzi la parte finale di questo film: complessa, visivamente impeccabile, travolgente emotivamente ma, e qui c’è tutto, assolutamente possibile. Non fatico a ritenerla, sino ad ora ovviamente, una delle migliori di tutta la saga.
In Rogue Nation, dopo un paio di apparizioni marginali, in Protocollo Fantasma praticamente da cameo, Ving Rhames e il suo Luther, l’unico personaggio presente in tutti i film insieme ovviamente a Tom Cruise, torna come protagonista. La sua presenza, tra il ricordo e il presente, è sempre convincente e questo probabilmente per quella sorta di guasconeria contagiosa che il suo personaggio da sempre si porta dietro. Senza ripetermi su Tom Cruise, sempre ammirevole, due parole le meritano, per motivi diversi, Jeremy Renner e Rebecca Ferguson. Il primo purtroppo non è convincente come il film precedente e anzi con il passare dei minuti si perde, diventando quasi una comparsa. Al contrario, l’attrice svedese acquista man mano che la storia va avanti sempre maggiore importanza riuscendo in certi tratti, per presenza e capacità, a rubare la scena. La cosa che colpisce è che questo succede in maniera quasi delicata e questo, a mio avviso, al di là dello script, proprio per il modo con cui la Fergusson ha impostato il suo personaggio.
Proprio all’inizio dicevo come Mission: Impossible più passa il tempo e più migliora. Il motivo di questa affermazione riguarda molto la percezione che ormai si ha di questa saga. Non dà mai la sensazione di vecchio e stanco o di già visto, ma anzi ci sembra sempre che rilanci e la cosa, e qui sta tutta la differenza del mondo, ci piace. Il famoso “ancora” che spesso si porta dietro un film con al centro sempre lo stesso progetto sembra che per Ethan Hunt e compagni non valga ed è quindi giusto, sia per lui (Tom Cruise si diverte un mondo nei suoi panni) che per noi, che allora la storia continui, ci sono già troppe date di scadenza nella nostra vita, non mettiamone altre dove non servono.
Jonhdoe1978
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