
Cosa spinge un uomo a fare cose che potrebbero mettere a repentaglio la sua vita? La risposta è una sola: l’adrenalina, la voglia incontrollata di scatenare le endorfine e gustarsene la reazione. Fautore incontrastato di questo modo di affrontare l’esistenza è Tom Cruise che proprio con Mission: Impossibile 2 ha iniziato in maniera ufficiale la sua duplice carriera di attore e stuntman.
In questo secondo capitolo del franchise in oggetto, di cui ora è diventato anche produttore, le sue performance estreme, nel primo film si erano solo “limitate” all’iconica discesa sulla corda nella stanza blindata e all’esplosione della vasca dei pesci, si ampliano a dismisura raggiungendo livelli quasi di assurdità. Pensiamo alla scena iniziale in cui un Ethan Hunt in ferie si diletta a fare free climbing in mezzo a delle montagne a strapiombo. Ebbene, li è proprio lui, nessuna controfigura.
Ma se questo modo di affrontare il lavoro ha fatto si che il personaggio Hunt non schiacciasse l’attore Cruise ma anzi lo esaltasse, nel caso specifico non è servito a elevare Mission Impossible 2 al di sopra della sufficienza.
La creatura di John Woo, pluriacclamato regista action, manifesta i suoi enormi limiti sin dalla trama, debole e ripetitiva. Tirare fuori, dopo l’operazione Mission: Impossible, un nuovo membro della squadra che tradisce allo scopo di arricchirsi è un incipit che non può stuzzicare e che anzi fa propendere per uno stancante: di nuovo? E se lo schema, femme fatale/mondo in pericolo, con dei limiti che tra poco evidenzierò, regge, quello che non lo fa è il modo, scontato e senza nessuna sorpresa/suspance. Ogni momento chiave, Ethan che non è Ethan (3 volte), Nyah che si iniettata il virus e che Rose non fosse nè morto nè svenuto, erano preventivabili molti secondi prima della loro realizzazione, con tanti buoni saluti all’effetto sorpresa evidentemente cercato. La stessa parte action, e qui Woo avrebbe dovuto tirare fuori il meglio, è troppo ristretta e soprattutto tardiva. La prima ora, infatti, è una lunga preparazione a qualcosa che poi arriverà parzialmente, era preferibile a questo punto regalare qualche pillola, anche rischiando il fuori storia, molto prima, almeno si sarebbe eliminata la sensazione di immobilità a cui si è assistito.
I tre cardini, ai citati Femme Fatale e pericolo del mondo va aggiunta la componente Ethan Hunt, se reggono come concezione generale, solo la prima, Thandie Newton, almeno tra le prime due, riesce parzialmente ad ottenere il risultato sperato/cercato. Non c’è infatti, un solo secondo in cui si ha la sensazione che qualcosa di pericoloso stia davvero succedendo e che l’intervento della squadra speciale sia indispensabile e/o irrinunciabile. L’unica cosa che veramente funziona, quindi, è la terza componente, il protagonista quindi.
Io credo che Tom Cruise si sia effettivamente immedesimato nel personaggio e abbia voluto svilupparlo e viverlo che se fosse veramente lui. Questo ha permesso la piena assimilazione tra idea e realizzazione con la prima che forse è diventata la seguace della seconda, ed è un risultato, visto anche l’impatto assoluto della serie da cui tutti è partito, assolutamente inaspettato quanto meraviglioso.
Anche il villain è debolissimo, non c’è nulla nel suo atteggiamento, movenze e sguardo che induca, non solo un qualche odio ma proprio un minimo di interesse. Intorno ad esso si manifesta un’indifferenza che non può non minare tutto il contesto essendo evidentemente una parte fondamentale di tutta la storia.
Ci sono voluti 4 anni perchè prendesse vita questo nuovo capitolo di Mission: Impossible e nonostante il successo planetario a livello di botteghino, non posso non pensare e dire che si tratti di un film concepito con troppa superficialità e poco costrutto. La dilagante personalità di Tom Cruise non basta a reggere una produzione evidentemente approssimativa e, ancor peggio, poco coinvolgente. La stessa fine, tralasciando il felice e contenti che ci può stare, è frettolosa e stucchevolmente settoriale. Mi spiego. Non si ha mai l’impressione, pregnante nel primo film, di un racconto a tutto tondo, sembra sempre che lo sfondo riguardi un paesino di pochi abitanti.
Questo non ha consentito sia di sfruttare al massimo gli effetti speciali, comunque di nuovo apprezzabili, che il senso di squadra speciale cosi come meravigliosamente fatto nel film precedente. Luthur (Ving Rhames) ad esempio, non sembra il genio informatico che è, ma un gregario un po’ più sveglio della media che cerca di aiutare alla benemeglio il suo superiore.
Non si può oggettivamente affermare che si tratti di un disastro assoluto, ma di certo Mission: Impossible 2 non ha rispettato, almeno per il sottoscritto, l’attesa con il quale lo si aspettava. La differenza tra le due produzioni è netta sia nell’impostazione iniziale che proprio nello sviluppo, sorprendentemente immobile e poco accattivante e travolgente. Un piccolo plauso va però a chi ha pensato agli ultimi secondi, non come detto per l’impostazione generale, che non si è fatto ingolosire da lasciare un finale eccessivamente aperto dando cosi almeno un senso compiuto e conclusivo alla storia.
Jonhdoe1978
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