
L’essenza di ogni religione risiede nella bipolarità del suo più alto rappresentante. Senza andare troppo lontano, nella religione cristiana, che poi è l’evoluzione di quelle ebraica, il Dio rappresentato alterna bontà e altruismo a una collera senza possibili attenuanti o speranze. Questa dicotomia, al di la se tramandata o scritta, combina il senso di timore che spesso accompagna la fede a quello di salvezza e pace che la possibilità prospettata di un qualcosa oltre la morte, quale conseguenza di un comportamento consono in vita, si porta dietro.
Dopo essere tornato dal Perù dove era andato per recuperare, tentativo peraltro non andato a buon fine per colpa di René Belloq (Paul Freeman), un antico manufatto maya, l’insegnante e archeologo Henry Walton Jones, Jr. (Harrison Ford), per tutti Indiana Jones, al termine di una lezione presso l’università nel quale è docente, viene avvicinato dall’intelligence americana per essere informato che i nazisti sono sulle tracce della misteriosa arca dell’alleanza: oggetto mistico che si crede contenga i resti delle tavole dei dieci comandamenti. Convinti dalla sua preparazione sull’argomento, oltre che dalle sue rinomate capacità sul campo, decidono di incaricarlo del ritrovamento di tale arca per sottrarla cosi ai pericolosi tedeschi.
La storia del cinema è piena di film che in qualche modo vengono considerati precursori di un genere o di uno specifico modo di raccontare le cose. Se questa classificazione, molto spesso, rientra nella soggettività e nel gusto personale, in alcuni casi diventa oggettiva e senza possibilità storica o semplicemente concettuale di poterla confutare. Ecco I predatori dell’arca perduta rientra, senza se e senza ma, in questa seconda categoria avendo praticamente riscritto le regole dei film d’avventura. La creatura di Steven Spielberg, sulla base di un soggetto di George Lucas e Philip Kaufman, infatti, è stata un tornado impazzito, la bomba nucleare che ha raso al suolo convinzioni e format standardizzati e che ha abbattuto definitivamente lo stereotipo che non considerava possibile combinare l’azione e l’avventura pura con l’umorismo tagliente e la commedia ragionata.
L’incalzante trama, il susseguirsi degli eventi non concede sin dai primi minuti mai pause allo spettatore, si combina al mistero e a un approfondimento storico/sociale non solo perfettamente attendibile ma che ha la capacità trasversale di rapire persone di ogni tipo di età. Lo sceneggiatore Lawrence Kasdan, già ammirato nei capitoli 2 e 3 (o 5 e 6 se si preferisce) di Star Wars, ha avuto infatti, l’accortezza di definire nel film un limite invisibile che riuscisse a prendere per mano sia i più esigenti e avvezzi avventurieri da schermo che chi, per età o attitudine, era alle prime armi nel cinema.
Tale universalità immediata, l’impressione infatti è fin da subito di un qualcosa di storicamente diverso e immenso, sta, oltre a quanto appena detto, anche nell’essere riuscito il film a bilanciare l’epicità della storia a quell’ambizione infantile e tangibile, e facente parte di tutti, di scoprire e meravigliarsi. Cunicoli, trappole, animali velenosi, scritti misteriosi e oggetti occulti e mistici sono, infatti, da sempre il miele delle fantasie dell’uomo, quelle situazioni che permettono alla sua mente di poter ambire a una sorta di trasmigrazione illusoria per quanto lontana. Lontana, non impossibile. Proprio quest’ultima considerazione è la vera cartina di tornasole del film e soprattutto del suo protagonista. La sensazione infatti, che trasmette Indiana Jones è si di una persona straordinaria, ma che era in grado di combinare l’iperbole dei gesti con la carnalità, la debolezza e la psicologia tipicamente umana. Insomma è un uomo dalle mille risorse ma sempre un uomo. Proprio questa vicinanza ha permesso al personaggio, paradossalmente, di diventare da subito l’icona avventuriera della possibilità all’impossibile.
Il merito di tale operazione commerciale e sentimentale è ovviamente di chi personaggio/storia l’ha pensata stando appunto, ben attento ad alternare scene ad alto impatto adrenalinico e di difficoltà a momenti tra l’esilarante e il “facile”. Tanto per intenderci, la scena poi diventata uno dei momenti cult dell’intero panorama cinematografico mondiale nella quale Indiana Jones con noncuranza tira fuori la pistola e spara allo spadaccino dopo che quest’ultimo è stato diversi secondi a mostrare le sue qualità, è la perfetta raffigurazione di quanto detto: un eroe possibile e dalla comoda immedesimazione.
Menzione d’obbligo per John Williams e per il suo motivetto che ormai, in maniera quasi autoriproducente, ha assunto il nome stesso di Indiana Jones diventando in qualche modo, il prolungamento naturale del personaggio. Questa sovrapposizione è l’ennesima dimostrazione dell’indissolubilità tra musica e immagini e di come l’una posso essere la definizione e la specifica dell’altra.
Tutti sanno che Harrison Ford non era la prima opzione per il ruolo, fortunatamente Tom Selleck, il candidato preferito da Lucas/Spielberg, era già impegnato e la scelta quindi è ricaduta su di lui. In questo ruolo l’attore americano ha, a mio avviso, esaltato quello che già aveva mostrato in Guerre Stellari: una padronanza naturale nel saper districarsi nel doppio ruolo action/comedy. Questa naturalezza, insieme alla stessa percezione che si aveva e si ha di lui, ha fatto il resto rendendolo quello che poi è diventato: una delle icone impareggiabile del cinema mondiale.
I predatori dell’arca perduta (il titolo Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta è stato coniato solo anni dopo per rendere omogenea la saga anche nel titolo) trasmette la stessa sensazione di un bagno fresco il giorno di ferragosto. Il coinvolgimento che si riesce a raggiungere è pressocchè totale e questo grazie sia, come detto, a un inizio scintillante, probabilmente uno dei migliori mai scritti per il genere, che per la costanza, vero rischio per questi tipi di film, di tale livello.
La storia non si ferma mai, è un continuo e impetuoso susseguirsi di eventi sempre intriganti e bilanciati uniti da comunque un’anima che oscilla sempre verso l’emotività caratterizzando cosi anche spiritualmente i personaggi. Il messaggio finale è un misto tra la condanna alla triste corsa dell’uomo alla sopraffazione e l’ambiguità del presunto potere divino diviso com’è tra credenza e occultismo. In mezzo ai due, quale ponte spirituale e materiale, proprio Indiana Jones e il suo modo cosi vicino e umano di essere attratto e contemporaneamente rispettoso dell’ignoto e dei suoi segreti. D’altronde la prima regola di un archeologo e la gestione della situazione e il considerare ogni possibilità anche la più estrema, come possibile. La pena sarebbe trasformarsi da eroe a…Adios Imbecille!
Jonhdoe1978
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