
E’ finita, almeno per me.
Nonostante, infatti, credo e spero di avere ancora diversi anni davanti, posso assicurare che non vedrò mai più un “nuovo” (di rewatch ce ne saranno) Indiana Jones. Lui è Harrison Ford e non ci saranno reboot, evoluzioni, eventi o congiure astrali che mi faranno muovere da questa posizione. Di certo non potrà mai esserci un remake, esattamente come per molte altre opere del passato. Il motivo è molto semplice ed ha a che fare con l’accelerazione tecnologica degli ultimi due decenni. Mi spiego. Molte storie degli anni ’20 e ’30 sono state ripresentate proprio perché, nonostante il progresso, molte delle dinamiche sociali, di comportamento e di comunicazione erano variate non di tantissimo. Immaginate tra 30 anni (ma anche ora) presentare un film con un personaggio che usa foglietti, sole, luna e mappe disegnate da chissà quale civiltà da qualche parte per trovare e sapere dove si trovi un luogo…(oggi basta un satellite). E poi, la frusta!
Mi fermo qui nel ragionamento, entrerei nell’ennesimo annoso motivo filosofico delle cose e non mi sembra il caso.
Passando allo specifico, la domanda naturale è: c’era bisogno di questo film? La risposta in questo caso, non può essere univoca e varia dal si al no a seconda del presupposto. Se esso, inteso il film, fosse stato presentato dopo la meravigliosa e inarrivabile trilogia ovviamente, tutto sarebbe a favore del no, ma essendo la prosecuzione del quarto (uno dei peggiori tre film mai girati da Spielberg), direi assolutamente di si, ce n’era bisogno. La storia di un personaggio del genere meritava un’altra fine rispetto a quella mostrata in Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo e devo dire che sostanzialmente, anche se con molti ma, Indiana Jones e il quadrante del destino è riuscito a dargliela.
Questo è il primo film della saga senza Steven Spielberg e se forse, almeno per la mia percezione, sino a qualche mese fa non mi sembrava una cattiva idea, dopo il poetico The Fabelmans, qualche dubbio mi è venuto. Certo, James Mangold era ed è sinonimo di qualità, ma l’impressione che qualcosa di più si potesse fare, è evidente. Se, infatti, andare a convogliare tutta l’attenzione sul tempo è stata una scelta alquanto azzeccata, un po’ meno è, ovviamente per me, il modo, troppo al di la della comprensione e soprattutto, del possibile. Sicuramente la scelta fatta ha cavalcato tutto l’andamento del film, estremo, ma se proprio quest’ultimo mi aveva fatto storcere il naso all’inizio è ovvio che sia successo, ancora di più, nelle battute finali. Tanto per intenderci, una delle grandi vittorie di questo personaggio è sempre stata l’umanità, intesa come quella sensazione che con un po’ di conoscenze e voglia tutti saremmo potuti diventare il Dottor Jones. Se tale sensazione mi aveva abbandonato parzialmente nel secondo capitolo, nel primo e nel terzo ne era stata l’esaltazione divina e del quarto non ne voglio parlare, in questo è stata altalenante. Sono passato, infatti, molto spesso dalla dolce e fanciullesca adrenalina (vedi quando erano sotto il mare o dall’intuizione geniale della deriva dei continenti) ad altri in cui il “troppo” era più vivido dell’immagine. Quindi ora l’altra domanda è, chi delle due ha avuto la meglio? Sarà il contesto, sarà la gestione complessiva della storia e il suo essere molto più vicina agli anni ’80-’90 che ad oggi (almeno come realizzazione e regia) e sarà l’inevitabile scivolo emotivo per un’altra parte del mio amore cinematografico che batteva per l’ultima volta le sue splendide ali… ma propendo per il si.
E’ si perché alla fine Indiana Jones e il quadrante del destino chiude molti cerchi, dall’ennesimo pericolo nazista alla dimensione degli anni che passano. E’ si perché la presenza fisica di Harrison Ford è assolutamente all’altezza della situazione, ed era fondamentale. E’ si perché l’idea di un cimelio storico che passa attraversare il tempo e lo spazio è l’evoluzione finale del misticismo del passato e l’aspirazione di tutte le persona che superano una certa soglia di età. E’ si perché negli ultimi secondi si ha di nuovo la meravigliosa sensazione di vittoria e sconfitta che ha sempre contraddistinto il personaggio, ed è si, soprattutto, perché salda definitamente quel concetto che vuole sia l’immortalità di quello che siamo che l’indispensabilità di non perdere le poche persone che ci hanno fatto bene nella vita.
So che all’interno di tutte queste ragioni c’è poca logica cinematografica e molta emotività, ma credo che in certi casi (per me molti) sia necessario questo genere di approccio, collocando il tutto tra l’inizio, il percorso e la fine e non solo sul singolo momento. E credo che sia anche normale, almeno per chi, come me, questo viaggio, cominciato nel 1981, se l’è gustato più e più in tutti questi anni. E che viaggio è stato…
Ultima considerazione sulla CGI dei personaggi. Devo dire che mi ha sorpreso, era attendibile, bilanciata e soprattutto, non mi ha dato mai l’idea di esagerazione. Ovviamente, spero, ma credo sia una speranza vana, che mai e poi mai verrà fatto un intero film usando questa tecnica (magari per attori che non ci sono più), quella si che sarebbe un’opera commerciale bieca e spogliata di ogni sentimento e percorso, che proprio perché umano, ha un iter da rispettare fra cui anche quello del ricordo e della mancanza.
Jonhdoe1978
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