
Esistono diverse teorie, che personalmente non ritengo campate assolutamente in aria, che credono che dietro le immense costruzioni sorte nel nostro pianeta tra il 500 a.c e il 250 d.c. ci sia lo zampino di esseri non facente parte del nostro mondo. La precisione materiale e rappresentativa di tale megaliti (basti vedere la perfetta proporzione nella rappresentazione delle costellazioni), insieme alle difficoltà oggettive per i limitati mezzi del periodo e il fatto che uguali idee siano comparse in paesi agli opposti (vedi le piramidi maya e egizie) ha fatto pensare, infatti, che al di sopra ci sia stata una grande mano che in qualche modo ci ha aiutato e ci ha aperto a una qualche conoscenze superiore modificando o forse, accelerando la nostra evoluzione.
Dopo aver aiutato, suo malgrado, i russi a trovare un prezioso antefatto nella segretissima Area 51 (nella quale ora sappiamo era stata risposta anche l’Arca dell’Alleanza, svelando cosi il luogo dell’ultima scena de I predatori dell’arca perduta) e riuscito miracolosamente a fuggire, Indiana Jones ritorna alla sua cara università dove scopre di essere al centro di dei sospetti sulla sua vicinanza all’idologia russa. Scoraggiato, decide di cambiare aria trasferendosi a Londra. Ma proprio mentre si sta dirigendo in aereoporto viene avvicinato da un giovane che in qualche modo lo coinvolge in una nuova e improvvisa avventura.
La nostalgia è una brutta bestia e, per non esserne soffocati, è necessario averne cura e rispetto. A livello cinematografico, questa indubbia verità, diventa ancora più estrema e pericolosa e questo in particolare se si pensa di riproporre, a distanza di anni, un personaggio che ha segnato un vero e proprio genere cinematografico diventando il punto di riferimento di decine e decine di successive pellicole. Purtroppo l’accoppiata Steven Spielberg/George Lucas non è riuscita a gestire degnamente questo ritorno portando sullo schermo un film stanco (e non per il protagonista) e con una dose di fantasy/impossibile (non nell’idea ma nella rappresentazione) esasperata e poco convincente. Proprio quest’ultimo concetto è stato quello che, ha mio avviso, aveva già diviso il primo e il terzo capitolo di questa saga dal secondo che, al di la di un approccio oggettivamente più cupo, era sfociato in situazioni poco praticabili e quindi per definizione meno vicine. Indiano Jones e il regno del teschio di cristallo ha, nonostante l’intrigante idea di Atlantide, vera regina ideale di ogni archeologo, ulteriormente superato quel limite trasformando l’avventura, in particolar modo nella parte finale, in un impazzito e a tratti fastidioso utilizzo di CGI che non riesce minimamente a trasmettere il messaggio pensato. In questo, infatti, si sarebbe dovuto unire la sete di conoscenza con la spiegazione storica di qualcosa che ancora naviga nel mistero (la stessa Atlantide e le costruzioni di cui nella premessa sono un esempio) con una soddisfazione che doveva cullare lo spettatore tra il metafisico e l’onirico. Obiettivo completamente mancato.
Lo stesso percorso che ha portato i protagonisti nel luogo finale è molte debole e soprattutto, molto lontano da quel meraviglioso gioco a incastri mostrato nei capitoli precedenti. Nessun mistero, poca suspense e rarissima curiosità sugli eventi e che neanche la ricomparsa di Marion (Karen Allen) ha saputo scuotere. Anzi, il trait d’union generazionale, che puzzava di tentativo di riaprire una nuova saga, è, a mio avviso, naufragato miseramente e questo anche per colpa del personaggio del figlio (un debolissimo Shia LaBeouf) che non è mai riuscito a intrigare lo spettatore oltre la superficie. Troppo poco credibile o accettabile e soprattutto, lontano dal carisma del suo dirimpettaio. Ecco proprio la prova di Harrison Ford è l’unica nota positiva dell’intero film. Non ha le movenze di un tempo (non è mai stato un fulmine, c’è da dirlo) ma non sfigura nel contesto e non da mai l’impressione, vero rischio a monte, di essere troppo al di la degli anni per un ruolo simile. Il fascino ironico, infatti, regge in pieno, è la trama che purtroppo non riesce ad esaltarlo mettendolo, a volte, colpevolmente ai margini.
Vista l’enorme bellezza con il quale si era concluso Indiana Jones e l’ultima crociata la domanda se era necessario avventurarsi in un nuovo capitolo, soprattutto dopo questo risultato, è inevitabile. La risposta, a mio avviso, è più articolata di quello che si possa pensare, sia perché tutte le componenti (la genesi del film è stata lunga e travagliata) erano assolutamente d’accordo nel realizzarlo che per quell’aura dorata, nostalgica e delicata che poteva rappresentare. Mi spiego. Il ricordo e il futuro sono due sensazioni che non sono per forze di cose distanti e che, messe nelle giuste condizioni, possono esaltarsi a vicenda. Senza andare a cercare esempi più o meno lontani, basti pensare al terzo capitolo di questa saga per confermare come il continuo può essere molto vicino al suo genitore e alle motivazioni e virtù che lo hanno reso famoso.
Ora a differenza di quello che si possa pensare sono assolutamente favorevole a un quinto capitolo e questo perché il lascito di questo meraviglioso personaggio non può essere quello appena visto, merita un addio migliore, un’uscita di scena (sperando in nessun inutile reboot) più vicina e più umanamente intima.
Jonhdoe1978
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