
La fine di Underworld: Evolution, come detto, lasciava chiaramente intendere l’intenzione di autore e produzione di continuare il franchise. Nelle interviste susseguenti (anche precedenti a dire il vero), si precisò che il progetto prevedeva una trilogia sin dall’origine e che il terzo sarebbe stato di certo un prequel dedicato a come iniziò la guerra tra Vampiri e Lycans e su Lucian in particolare.
E se questa era la visione, non tutto andò per il verso giusto nella realizzazione: Len Wiseman, padre dei primi due film, fu relegato nella produzione, Kate Bachinsal si rifiutò di rimettere i panni di Selene (sappiamo poi come andrà a finire) e al comando fu messo Patrick Tatopoulos, ottimo scenografo e curatore di effetti speciali, ma alla prima (e sino a ora unica) prova come regista.
Ora la domanda è: quale è stato il risultato di tutte queste scelte? Alla fine il progetto non è andato alla deriva e molto del merito credo vada ascritto alla scelta di aver almeno mantenuto come sceneggiatore Danny McBride, secondo padre dei primi due film. La sensazione, infatti, è che ci sia in questo terzo capitolo un’omogeneità di linguaggio con le altre storie con l’aggiunta di un ritorno emotivo discreto dopo quello più annacquato del secondo. Il senso dell’amore a ogni costo, cosi come la stortura della giustizia in nome del potere e dell’equilibrio, qui ritorna principe e devo dire che da una grande mano a quello che invece (e torniamo al manico) è stato perso: la continuità dell’azione e il modo di rappresentarla. Per quanto, infatti gli effetti speciali hanno tenuto un buon livello (continuo a ritenere il primo Underworld superiore nonostante 6 anni di distanza..), è evidente il passo indietro nella consistenza delle lotte che spesso sono veloci e con un’intensità non completa.
E se questo è un fatto, molto più soggettiva è la percezione della storia e la sua efficacia emotivo/narrativa. Ovviamente quello a cui non si è puntato e sull’effetto sorpresa: l’esito di quell’amore lo si era rilavato in Underworld e quello a cui si aspirava era appunto una specifica oltre che, e questo punto è importante, mostrare come è iniziata la lotta ”recente”. Ecco paradossalmente funziona più la complessità della storia d’amore e le sue conseguenze (cosa già nota), rispetto all’evoluzione dei nuovi Lycans (cosa invece nuova). Per carità, c’è un’omogeneità (mi ripeto) complessiva nella struttura, ma la percezione che ho avuto è che mentre nel primo caso si sia esteso il concetto rimanendo nella dimensione della storia, nel secondo soprattutto nella parte finale si sia esagerato perdendo quindi il parametro tra immaginato (nei primi due film) e visto. Sostanzialmente ed entrando nello specifico, quello che ci è stato sempre mostrato è una superiorità di numero e consistenza dei vampiri rispetto ai Lycans, qui alla fine sembra quasi il contrario e anche il modo con cui Victor finisce (relativamente ovviamente) non mi ha convinto del tutto.
Confermando il continuum di recitazione di buon livello (probabilmente la parte più debole è quella di Rhona Mitra che interpreta Sonya e che in qualche modo rivaluta le altre prove della Beckinsale) la sensazione che ho avuto in molti tratti e che questo terzo film campi molto dell’essenza dei primi due. Senza, infatti, risulterebbe un prodotto quasi di serie b, uno dei tanti che ci hanno invaso in questo e quegli anni e che non hanno lasciato praticamente nessuna traccia. E’ ovvio che quella di succhiare la vitalità dei genitori era l’intenzione (alla fine in molto è una specifica di dinamiche che già conoscevamo) del progetto, ma il rischio appiattimento secondo me è stato alto.
Piccolo ritorno sulla parte emotiva. Il primo Underworld ha combinato perfettamente gli intrighi di potere all’ipocrisia e al contempo all’amore irrazionale e bellissimo. Il secondo ha fatto spazio all’azione lasciando nel labirinto del ricordo quella parte. La rivolta dei Lycans si mette nel mezzo ed è il più grande pregio del film. Non avrebbe potuto ricreare la magia trasversale della madre (principalmente per i diversi personaggi) e quindi si è “accontentato” di ricrearne le fattezze senza esagerare o scimmiottare una somiglianza. E devo dire che molto è dipeso, quale appendice del discorso di poche righe fa, dalla bravura di Michael Sheen (Lucian), di gran lunga il migliore tra gli attori.
La fine, come detto, invece, non mi ha convinto e questo sotto un duplice punto di vista: per la gestione, troppo frettolosa, e per il messaggio. E’ vero che alla fine essendo un prequel doveva (e lo fa) incastrarsi con l’inizio del primo (e la scena finale ci prova), ma se veramente era quella all’epoca l’intenzione di chiudere il franchise c’era evidentemente bisogno di qualcosa in più sia in termini di tempo che proprio di pesantezza emotiva. E non vale neanche il discorso che si tratta di un horror perché l’impostazione scelta è stata un’altra sin dall’inizio e come tale doveva essere trattata.
Il fatto poi che invece, si sia continuato, dal mio punto di vista riabilita un pizzico questo film (sarebbe stato insufficiente, seppur di poco, senza), ma non toglie che all’epoca non lo si sapeva e questo lascia molti dubbi sulle scelte complessive.
Jonhdoe1978
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