
Quando ero molto giovane era convinto che le storia di vampiri, licantropi, zombie o comunque gli horror in genere, piacessero a tutti e che tutta quella titubanza che in alcuni notavo era una sorta di atteggiamento sociale cool da tenere periodicamente. Con gli anni ho capito che non era proprio cosi e che quel genere non solo non era omnicomprensivo ma era molto più di nicchia di tutti gli altri. Sostanzialmente per l’horror bisogna avere un ascendente e questo ascendente non si impara con il tempo, o lo si ha o non lo si ha.
Detto questo, il modo con cui mi sono avvicinato a Underworld è stato molto casuale e mi ha fatto ritornare in mente quanto importante in certi casi può essere il titolo. Quello che mi incuriosi, infatti, senza che vidi neanche la copertina di lancio fu proprio quello: la parola sotto mondo mi aveva scatenato la fantasia di qualcosa di nascosto, una vita sopra la vita con la prima ignara della seconda, un giorno e notte contrastante e/o contraddittorio. Evidentemente, seppur lontano dalla vera trama, non mi sono sbagliato di molto.
L’inizio di Underworld, che ricordo essere l’esordio di Len Wiseman sia come regista che come sceneggiatore, è meraviglioso: chiaro, veloce, intrigante e con un’impostazione visiva a tratti travolgente. In pochi minuti si viene trasportati nelle dinamiche di questo mondo e senza, cosa fondamentale nonostante una trama non proprio consueta, nessuno sforzo. Sostanzialmente tutto fluisce in maniera rapida e naturale e quello che poteva essere un intrigato gioco di potere e di forza è diventato subito un posto comodo da dove iniziare. E’ ovvio che il proseguo non poteva tenere lo stesso ritmo e non per mancanza di possibilità, ma proprio per gestione emotiva della storia. L’impostazione scelta da Wiseman, infatti, non era la semplice narrazione di un contrasto di specie tra Vampiri e Licantropi, seppur questo essere l’incipit, ma voleva essere la copia horror/fantastica dei limiti e le debolezze del genere umano in genere trasportato su un livello diverso. E cosi abbiamo gli opportunisti, i fedeli, i traditori, i giusti, i sognatori, i doppiogiochisti e i diversi. Proprio questa traslazione, l’impressione è che il genere umano quasi non esista, o meglio faccia parte di un’altra dimensione, ha permesso, a mio avviso, alla storia di essere più immersiva del solito e quindi più a dimensione di sentimento. Si è riuscito ad armonizzare cosi la nostra sete di emotività vicina a quella di immaginazione di avere capacità ulteriori e questo senza smarrire le peculiarità di entrambe. E’ ovvio che questo processo ha funzionato perché la sua gestione è stata efficace e non solo per i contenuti in sé, che comunque hanno avuto un ruolo importantissimo soprattutto nei primi minuti.
All’interno di Underworld ci sono molti temi, il più importante di tutti però riguarda la trasversalità dell’amore. Sostanzialmente si parte con quello, nonostante venga alla luce solo successivamente, e si finisce con quello. Intorno tutta una serie di pregiudizi che hanno molto a che fare con l’opportunità e l’egoismo, oltre che alla bieca ottusità. Questo modo di rappresentazione è stato esaltato perché ha creato una forte dicotomia tra l’essere vampiro e licantropo, da sempre fonte anche di istintività, e la delicatezza e imprevedibilità dei sentimenti formando cosi una cupola interpretativa più ampia del solito e quindi, ripetendomi, molto umana. E’ come se si fosse voluto dire che all’interno di ogni diversità ci sia una linea comune invisibile e irrinunciabile alla quale decidere se arrendersi o no. L’inclinazione del film è evidente, ma nello sfondo rimane sempre una scelta e come tale va analizzata e affrontata.
La parte emotiva, però, non ha per nulla smussato quella di pura azione che anzi, è uno dei punti di diamante di tutta la produzione. Tale affermazione, però, va contestualizzata al tempo: visto nel 2003, anno di uscita, le immagini erano assolutamente travolgenti, quasi un unicum di genere. Visto ora, ancora si ha l’impressione di qualcosa di estremamente importante e questo non solo amplia i meriti complessivi, ma rende l’idea di come all’epoca è stato enorme l’impatto creato.
Capitoli attori, anzi attrice. E’ vero che Kate Beckinsale aveva già partecipato a film come Serendipy o Pearl Harbour, ma è innegabile che con Celine che ha raggiunto una notorietà superiore. Stavolta però, in tutta onesta, credo che il merito vada ascritto più allo script del personaggio che alle pure capacità dell’attrice. Per carità, si muove con disinvoltura e regge perfettamente le dinamiche richieste, ma non è che si ha mai l’impressione, almeno per questo di film, che lei prenda per mano l’eroina. Allargando il discorso, credo che Underworld possa essere la perfetta rappresentazione di un buon/ottimo lavoro corale più di un assolo potente che ha trascinato il resto.
Al di la dei suoi meriti, che per chiarezza reputo enormi, Underworld divenne subito una specie di cult ispirando giochi, produzioni e altre storie del genere. Il motivo, dal mio punto di vista e come più volte detto, sta proprio nell’aver il film creato un ponte tra magia, potere e umanità, bilanciando la parte horror e quella prettamente di atteggiamento. L’esser inoltre riuscito a portare su schermo vampiri e licantropi senza cadere in situazioni sterili e di pura demagogia narrativa ha fatto il resto trasformando cosi tutti il progetto in qualcosa di quasi unico.
Passando un secondo al personale più stretto e andando a chiudere, ricordo di aver passato tutto il film in una sorta di costante eccitazione compresi gli ultimi secondi nonostante quel messaggio di appeso (era evidente che si voleva continuare con altri film) lasciato e che in generale non mi ha mai fatto impazzire.
Jonhdoe1978
Potrebbero interessarti anche
Underworld – La ribellione dei Lycans
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento