
Il paradosso del gatto di Schrödinger è un esperimento puramente cognitivo che vuole dimostrare come la meccanica quantistica possa dare risultati paradossali se applicata a un sistema fisico macroscopico. In pratica ci dice come solo la percezione visiva di un avvenimento può eliminare quella sovrapposizione di stati che si creano quando una realtà può andare da una parte o dall’altra. Nel caso specifico, solo quando apriamo la scatola possiamo interrompere quell’attimo in cui il gatto è contemporaneamente vivo e morto eliminando cosi l’incertezza delle possibilità.
La domanda non è da che anno ma da dove. Con questa affermazione detta da una misteriosa Martha, mentre quella che conoscevamo era riversa sanguinante al suolo, si è conclusa la seconda stagione di Dark aprendo di fatto la strada alla trama della terza: il tempo e i mondi paralleli.
L’introduzione delle realtà parallele se da una parte è apparsa come la normale conseguenza di tutto quello sino ad ora visto, dall’altra, almeno per le prime puntate, è sembrato più un modo per allungare la storia e arrivare a concludere la trilogia. Poi, all’improvviso, sono arrivate le ultime due puntate che non solo hanno distrutto e annichilito questa sensazione ma hanno dorato di immenso tutta la serie collocandola tra quelle che vanno messe in prima fila per essere periodicamente riviste.
Baran bo Odar e Jantje Friese hanno giocato a scacchi con il tempo distruggendolo e ricreandolo ogni volta, mostrando come esso sia solo un insieme di tanti piccoli momenti non consequenziali. Le scelte di un attimo segnano un percorso che non è lineare come crediamo e che può influenzare sia il prima che il dopo, come un cerchio che si insegue senza mai raggiungersi. Questo infinito circuito, rappresentato in questa terza stagione da un mondo che per quanto a specchio non riesce a modificare la sostanza, trova la sua definizione nel sentimento che in conclusione muove questo come ogni altro universo: l’Amore. Ogni gesto, ogni esasperazione, ogni disperazione sono motivate da un fuoco di fondo, dal tentativo incondizionato di difendere quello che di più caro ognuno ha.
Nell’arco di tutte le puntate della serie ci sono state cosi tante sfaccettature emotive diverse che ognuno di noi è riuscito, in un modo o nell’altro, a trovare se stesso, quel momento più o meno lungo in cui perdersi con la propria esperienza e abbandonarsi inerme all’inevitabile coinvolgimento. Questo però sino a prima dell’ultima puntata. In quest’ultima qualsiasi difesa è crollata sotto i colpi dell’oblio e della tenerezza di Jonas e Martha e il loro modo di annullare ogni egoismo, ogni retorica e ogni retropensiero legato a un’azione. Tutte le domande, i silenzi e le bugie vengono sopraffatti da loro, quale a simboleggiare, finalmente, un momento di purezza, un attimo in cui concedersi definitivamente e abbracciare contemporaneamente l’io e il noi. A differenza di quello che si poteva immaginare non c’è nessuna fretta, nessun correre per adempiere al “loro dovere” ma solo la delicatezza di assaporare ogni attimo in cui realmente, dopo tanto inseguirsi, l’uno riesce a perdersi dentro l’altro. Il concetto che ci ha accompagnato in tutte e tre le stagioni in cui “Siamo fatti per stare insieme, non credere mai che non sia cosi” prende definitivamente corpo nonostante il loro cominciare a dissolversi, quasi fosse solo una pausa del tempo per farli unire definitivamente nel circolo infinito dell’esistenza. Quando ogni loro singola particella comincia a prendere luce per mescolarsi al solo pensato, loro trovano la coscienza della loro eternità, come se andare a colorare il firmamento delle stelle che ogni notte illumina il nostro cammino fosse il modo per finalmente fondere corpo e anima. Una mano dentro l’altra a simboleggiare l’infinità delle opportunità, di come un singolo avvenimento possa condizionare l’esistenza di tanti e di come la coscienza di un singolo momento possa riempire una vita.
Dark ha sparato, ha ucciso, ha risorto, ha illuminato e alla fine ha dipinto tante costellazioni fatte di tante piccole luci di cui due più splendenti. Un racconto orario e antiorario, un cadere per poi rialzarsi, un tutto e un nessuno che ha trovato la sua luccicanza nella possibilità nell’impossibilità. La falla spazio-temporale assume i contorni della bellezza, del tremore di dire, dello sporcarsi per l’altro, del violentare i propri ideali per sperare ancora e ancora e ancora. Il loop dei gesti si perde nel tentativo di riconquistare la propria identità, la definizione di quello che si è e che si vuole essere e che cerca anche nella follia di ritrovarsi.
Questa serie ti centrifuga, ti fa perdere i riferimenti per poi farteli ritrovare, si veste dei panni della fantascienza per poi mostrare il suo abito con i simboli dei sentimenti. Ti mostra le icone degli scienziati per poi sgretolare tutte le loro convinzioni nelle lacrime della perdita, nella lucida mancanza di un sudore comune. E per quanto alla fine ci mostri la semplice linearità delle persone ripulite dai loro alter ego e dalle altre che avrebbero potute circondarle, ci cinge di quella magia che i se possono assumere e che in qualche modo possono ancora assumere. Il nome finale di Jonas sembra la fine e contemporaneamente l’inizio di un qualcosa che considerare solo come una possibilità significherebbe sminuire i sogni e le ombre parlanti che ogni giorni ci circondano. Perchè alla fine i dejavu possono essere solo momenti oppure l ’anticamera di quello che potrebbe essere.
Jonhdoe1978
Qui la recensione della prima stagione, “Dark 1”
Qui la recensione della seconda stagione, Dark 2
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento