
Il paradosso di bootstrap, o della predestinazione, è l’ipotetico assunto secondo il quale un oggetto (o un’informazione) del futuro che viene mandato nel passato crea un circolo (loop) infinito nel quale tale oggetto perde la sua vera e propria origine esistendo, cosi, senza essere mai stato creato e senza un creatore.
Il tentativo da parte dello Straniero (che poi non era altro che Jonas da adulto) di chiudere il wormhole e fermare cosi, tutte le sue buie dinamiche è fallito aprendo di fatto nuovi archi temporali.
Su queste stesse pagine parlando della prima stagione di Dark, ho sottolineato di come sia stato bravo Baran bo Odar, ideatore, regista e sceneggiatore, insieme a Jantje Friese, della serie, a rispettare un tema pericoloso come il tempo riuscendo a rischiare rimanendo, comunque, nei canoni dell’accettabile. Bene, dopo aver visto questa seconda stagione ho capito che invece nella prima si stavano solo scaldando!
Il tempo perde completamente la sua definizione cosi come la percezione che abbiamo di lui venendo distrutto e ricreato continuamente attraverso una serie di paradossi che lo trasformano da lineare a ciclico. Per quello che ne sapevamo, se qualcuno cambia qualcosa nel passato inevitabilmente cambia anche il futuro seguendo l’assunto che se si modifica l’origine le future azioni saranno diverse, cosi come le conseguenze. Dark e il suo creatore invece, spazzano via questo principio e fanno reggere tutta la storia su tutt’altre fondamenta (scientificamente teorizzate) che mischiano l’inizio e la fine quasi fossero la stessa faccia della medesima medaglia. La nascita e la morte perdono la loro linearità cosi come il semplice invecchiamento di un oggetto (vedi premessa) o di una persona. L’io di 50 anni fa, infatti, può essere più giovane di quello di oggi cosi come l’io di ora può essere più vecchio di quello tra 20 anni. Inoltre, e questo è stato fondamentale per creare tutta la tela, ha dato per buono il fatto che l’io di oggi si possa incontrare con l’io di domani o di ieri senza per questo creare confusioni o strappi spazio temporali.
Detto questo, il tutto funziona e funziona incredibilmente bene. E’ una storia che si regge su continui paradossi, su simbiosi temporali e su meccanismi ipotetici e scostanti. Continui cerchi, nuovi e vecchi, che si incastrano velocemente senza per questo perdere la loro linearità e risultando nel complesso come assolutamente consequenziali. E’ inevitabile, viste le decine di situazioni e soprattutto personaggi (gli autori hanno ritenuto di inserirne di nuovi mantenendo tutti i vecchi) a volte, di fermarsi e rifare mentalmente il punto della situazione, onde evitare di perdere la bussola degli eventi. E la cosa, che definirei un misto fra follia e magia, è che alla fine ti torna sempre tutto, si ha l’impressione costante che una situazione cosi estrema e paradossale funzioni proprio per l’essere cosi e che un approccio “più conservativo” avrebbe distrutto lo splendido castello creato.
Ma Dark 2 non si è fermato a parlarci di buchi neri, passaggi temporali, futuro, passato o quant’altro in modo freddo e matematico, partendo dal presupposto che tutto l’agire dell’uomo è definito dai sentimenti, dall’ardore che ci attraversa, dalla molla che ci fare o non fare certe cose. E’ da questa premessa che ha cucito tutto, mettendo al centro delle centinaia sfaccettature emotive, l’amore, soprattutto in quello tra Jonas e Martha. Su di esso ci si è fermato più volte quasi fosse l’unico punto puro di un mondo, identificato in piccola cittadina come campione universale, intriso di bugie, diversivi, scuse e misteri. Come se in mezzo ha tutta questa lucida apocalisse temporale abbia voluto elevare un momento, un piccolo paradiso dove potersi fermare e trovare la pace. L’assunto che “Siamo fatti per stare insieme, non credere mai che non sia così” è, infatti, completamente distante dal contesto, un definire un luogo e un tempo laddove non c’è. Il creare una bolla immaginaria nella quale cristallizzare i propri sentimenti non facendoli scalfire dal tempo e dagli avvenimenti, quasi fossero proprio loro a farli muovere.
Dark, in attesa dell’inevitabile terza stagione, si attesta fra le serie più coraggiose e rivoluzionarie degli ultimi anni. Una sfida alla pazienza della razionalità messa a dura prova dai continui giochi altalenanti dei suoi creatori. Ci sono stati più punti in cui Baran bo Odar e Jantje Friese si sarebbero potuti fermare, gestendo e approfondendo tutto quello messo nel piatto sino a quel momento. E invece no, hanno continuato a inserire nuovi elementi, nuove dinamiche, rendere partecipi tutti ma proprio tutti i personaggi del segreto, ormai non segreto, della macchina del tempo e questo, a mio avviso, per continuare a muovere pedine. Di solito una partita a scacchi ha i suoi pedoni definiti, Dark no, lui ha voluto e vuole giocare con tre scacchiere contemporaneamente e in momenti diversi con la possibilità di spostare la regina in tutte e tre senza però svelarne l’identità.
Tanti mondi uniti da tanti fili e che continuano a girare in tondo confondendosi e accavallandosi e questo verso un destino che ancora è sconosciuto e in attesa di definizione. L’unico elemento che abbiamo è che la terra a quando pare, non è l’unico mondo e che l’amore, quello vero, può spostarsi da uno all’altro mantenendo intatta la propria magia.
Jonhdoe1978
Qui la recensione della prima stagione, “Dark 1”.
Qui la recensione della terza stagione, “Dark 3”.
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