
Su queste stesse pagine abbiamo affrontato, precisamente nelle recensioni di Weekend con il morto e Mani di fata, il tema dell’invecchiamento di un film, arrivando alla conclusione che non tutte le pellicole che abbiamo apprezzato in giovane età abbiano in noi lo stesso impatto/effetto anni dopo. Questo porta alla conseguenza che le nuove generazioni possono in egual misura trovare un’opera del passato ancora esaltante, vedi Rocky, o datata e fuori tempo. Comunque la si vede, la linea di congiunzione rimaneva la possibilità tra vecchi e nuovi spettatori di avere un punto di contatto temporale o fisico nel e sul quale incontrarsi. Il cinema però, è nato da moltissimi anni, fine dell’ottocento, e quindi esistono pellicole che proprio per età non possano più avere quegli stessi contatti. In casi come questi, chi ha visto il film nel momento in cui è uscito, tranne in rarissimi casi, non è più tra noi, l’invecchiamento come avviene? Il peso sociale del tempo è troppo o è possibile riuscire ad addentrarsi nelle pieghe delle storie con pienezza?
A queste domande non credo si possa dare una risposta univoca come nel caso/casi citati all’inizio e questo per almeno due motivi:
- chi va a vedere per la prima volta o rivede pellicole di 60/70 fa non è uno spettatore “normale” ma un amante del cinema e la sua visione è diversa, per passione e attitudine, da un semplice simpatizzante.
- Soprattutto per certi generi, il peso degli anni è inevitabile, la struttura sociale è completamente diversa, esattamente come la possibilità di espressione e/o comportamento.
Detto questo, un lungo ma a mio avviso necessario preambolo, almeno per come ho vissuto io il post rewatch, Nodo alla gola è il film perfetto per mostrare come il suo autore, Alfred Hitchcock, avesse una visione cinematografica assolutamente fuori dal comune e questo per capacità, interpretazione, preparazione e lungimiranza comunicativa e di messaggio. Tale produzione, la sua prima a colori, sulla base di un fatto di cronaca realmente accaduto (solo lo spunto, modo e sviluppi sono assolutamente rivisti), infatti, è riuscita ad unire l’innovazione di un linguaggio comune e avvolgente a una struttura visiva illuminata e strutturata. Soprattutto il raggiungimento di quest’ultimo obiettivo, se si considera che tutta la storia si sviluppa su due stanze, quasi fosse un’opera teatrale, sa, per il periodo cinematografico (necessaria ripetizione), di assoluta genialità. La normalità, infatti, era dividere e settorializzare dialogo e sfondo cercando di enfatizzare il contesto specifico nell’ambito di uno più generale. In pratica, ogni film era un insieme di singole scatole armonizzate il più possibile per essere una la conseguenza dell’altra.
Alfred Hitchcock in questo film ha iniziato il suo processo di stravolgimento di questa consuetudine, non solo non dividendolo in varie scene più o meno comunicanti ma assemblandolo come fosse un’unica lunga scena. Nodo alla gola, grazie a una maestria registica all’epoca, ma anche ora, assolutamente fuori dal comune, da l’impressione di essere composto da un solo piano sequenza. Questa sensazione, perenne dall’inizio alla fine, se non in due/tre momenti in cui il primo piano verso gli abiti manifesta un evidente stacco visivo (almeno per cambiare la bobina), ha dato a tutta la storia un senso continuativo e di sviluppo impressionante, riuscendo ad asfissiare lo spettatore oltre il senso stesso della pellicola.
Dal mio punto di vista questo è stata la prova generale del regista per sviluppare il tema del delitto perfetto, vera sua ossessione, e la complessità dell’agire dell’uomo. Soprattutto quest’ultimo esce con forza mostrando come la futilità e l’arroganza possano essere sia la forza che il limite di una persona. Il personaggio di Brandon (John Dall) è lo specchio di questo paradosso, sintetizzando attraverso il suo agire, come l’acume e l’intelligenza possano in certi casi contorcersi nell’egocentrismo e nelle manie di grandezza. A controbilanciare tale ossessione di onnipotenza, Hitchcock ha utilizzato un personaggio completamente agli antipodi, Phillip (Farley Granger), introverso, pauroso, coscienzioso, quasi a mio avviso, voler sottolineare come il contesto sociale non è cosi determinate per solcare i tratti di un carattere. I due, infatti, vengono dalla stessa estrazione, cosi come la vittima, ma sono profondamente diversi e con priorità, impegni emotivi e sviluppo morali completamente differenti.
Questa ricerca dell’arte della supremazia intellettuale, che per stessa ammissione dei personaggi potrebbe sopravanzare la vita stessa, regge pienamente per essere sempre al limite tra il gioco e la possibilità. Tale risultato è stato ottenuto attraverso una sceneggiatura ispirata e piena di sensi alternati, motivo per il quale, continuando il discorso fatto all’inizio, il film riesce ancora oggi ad intrigare pienamente.
Sottolineando che questa è stata la prima collaborazione tra Hitchcock e James Stewart, tra i due scoppierà una specie d’amore che li porterà a fare altri tre film, il lavoro che il regista ha fatto su questa produzione sa contemporaneamente di coraggioso e titubante. L’idea iniziale infatti, lo sceneggiatore Arthur Laurents glielo aveva proposto, era di non far vedere proprio il corpo della vittima, costringendo cosi lo spettatore a fare un duplice sforzo, aumentando il coinvolgimento, per inquadrare mentalmente la vittima. Il maestro inglese non se la senti, affermando che il pubblico sarebbe rimasto interdetto e quindi poi troppo poco preparato a quello che sarebbe successo dopo. Tale scelta sa comunque di sorpresa (o magari proprio perché sapeva che avrebbe spinto in altre maniere non ha voluto esagerare) considerando la struttura generale anticonvenzionale di tutto il film, compreso l’aver lievemente aggirato il codice Hays del periodo (era vietato riprodurre situazioni omosessuali), tra i due protagonisti c’è sempre un’aria di complicità estrema, con un modo che sa quasi di presa in giro (una sorta di indefinizione sessuale). Il problema è che il manico è cosi solido e abbagliante che quel limite tra domanda e decenza rimane sempre ben visibile, consentendo cosi al film di continuare quel gioco tra apparire ed essere a cui ha sempre puntato.
Rope, questo il titolo originale, è un film delicatamente immenso ma che non può non sentire il peso del tempo. Anche la scenografia, all’avanguardia all’epoca, è evidentemente lontana da quello che potrebbe essere oggi. Quello che invece non sbiadisce è, come detto, la capacità dialettica e di potenza complessiva che la storia trasmette con una tecnica di inquadratura e di gestione dei momenti da illuminato cinematografico. Certe sfumature, la gestualità è pesata con intelligenza, sono ancora oggi perle comunicative (e aggiungerei educative) senza tempo. E’ ovvio che per apprezzarle pienamente ci vuole, come sottolineato nel secondo punto della premessa, una predisposizione alla comprensione diversa, cercare l’oggi, soprattutto visivamente, sarebbe un errore, che però, se applicata, ti porta a carpire la profonda attualità del linguaggio generale sia di questa che delle altre opere di Hitchcock, confermando quella legge universale che vuole certi autori precursori immortali di idee e tecniche.
Jonhdoe1978
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